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Caro Mario [Agnoli],
Un visitatore del Meeting 2000 che nutre amor di Patria
e si sofferma avanti al “Pannello n. 1” contenente la Presentazione della Mostra
sul Risorgimento italiano (Un tempo da riscrivere), trova ineccepibili le
proposizioni riguardanti l’intenzione di non negare nè la legittima
aspirazione all’unificazione politica dell’Italia con Roma capitale nè la
presenza nel Risorgimento di protagonisti mossi da generosi ideali.
Ugualmente ineccepibile è l’intenzione di non
ridiscutere il risultato acquisito dell’unità politica italiana ma di
riconoscere gli errori compiuti nella scelta dei mezzi.
Tuttavia, andando avanti, i testi dei successivi
pannelli mutano ispirazione e spirito, inducendo il sospetto che la
presentazione sia dovuta a una penna diversa, tanto quei testi si discostano da
essa, fino a tradirla del tutto.
Il movimento risorgimentale italiano viene descritto
come un complotto criminoso ordito da uomini profondamente divisi fra loro ma
tutti uniti dal progetto non di unificare politicamente la Nazione Italiana,
bensì di distruggere la Chiesa cattolica nella sua Sede e, a tal fine,
debellare gli Stati legittimamente costituiti nella Penisola.
In realtà non si volle –neppure con la legislazione
eversiva- distruggere la Chiesa, come dimostra la pur criticabilissima Legge
delle Guarentigie. Si voleva impedire l’affermazione nell’Italia unita, di
un forte partito cattolico, che avrebbe avuto connotazioni clericali e volontà
di rivincita.
La politica anticattolica e persecutoria vi fu (e di
questo liberali e massoni dovrebbero chiedere perdono al popolo italiano). Ma
altro è il progetto di distruggere la Chiesa cattolica, altro quello di
impedire -con metodi inaccettabili- la nascita e l’affermazione di un forte
partito cattolico.
Vittorio Emanuele secondo, Cavour, Mazzini, Garibaldi e
gli altri protagonisti del Risorgimento sono descritti come avventurieri senza
scrupoli e indifferenti al sentimento di unità e di indipendenza che ispirò
quei “protagonisti mossi da generosi ideali, perseguiti fino al sacrificio
della vita” di cui si parla nella presentazione.
Nei testi dei pannelli sono
esageratamente enfatizzati gli aspetti condannabili delle società
segrete come la Carboneria e le demenziali pretese loro e di taluni politici di
distruggere la Chiesa cattolica.
Pagine come
le Cinque giornate di Milano sono liquidate scrivendo che “i liberali milanesi
furono pronti ad approfittarne [della “rivoluzione a Vienna”] per cacciare
gli austriaci”, laddove si confondono i liberali, con le loro istanze
costituzionali e non sempre nazionali con i patrioti che volevano liberarsi
dalla dominazione straniera.
Si
deridono le “cosiddette guerre di "indipendenza”. Si presenta
l’anarchico Bresci come un vendicatore della strage di Bava Beccaris,
rischiando così di giustificare le
Brigate Rosse come vendicatrici della strage di Portella della Ginestra, delle
altre stragi di contadini in Sicilia e dell'uccisione di quattro o cinque
comunisti a Reggio Emilia.
L’impresa dei Mille viene attribuita a Cavour, mentre
il Conte, giustamente pensoso degli interessi dello Stato piemontese, che egli
serviva, non l’approvò, tanto che l’estensore parla di “commedia
dell’ostilità piemontese alla spedizione garibaldina”.
Il blando appoggio della flotta britannica al viaggio
dei Mille viene presentato come un’operazione colonialista per
protestantizzare le plebi cattoliche dell’Italia meridionale. E così si
dimenticano i reali interessi politici di opposizione all’egemonia francese
nel Mediterraneo, ispiratori di quell’appoggio. Fa sorridere il pensiero che
lo spirito missionario protestante della Gran Bretagna abbia sospinto le sue
cannoniere.
Cose del peggior gusto clericale da beghine si
incontrano qua e là, come l’affermazione che “non pochi cattolici
piemontesi vollero vedere un legame tra le prevaricazioni” del Conte di Cavour
e la sua morte improvvisa.
In tale contesto i cattolici che volevano l’Unità
d’Italia come coronamento di un’aspirazione nazionale risalente a Dante e
Petrarca fanno la figura dei poveri illusi che non avevano capito niente.
Disturba anche la costante applicazione dell’attributo “giacobino” al
concetto di Stato unitario.
Rivendico il diritto di essere per lo Stato unitario
senza essere giacobino.
In definitiva, i testi della Mostra, anzichè rivedere
la storia del Risorgimento alla scopo di mettere in discussione il retaggio del
neoliberalismo capitalista e classista che oggi si avvia verso la conquista del
potere in Italia, riporta la polemica all’epoca della grande divisione degli
italiani, ossia al tempo anteriore alla Conciliazione. Si ripropone la polemica
–che fu becera e insopportabile- fra i clericali delle sacrestie e gli
anticlericali atei delle bettole, che il Concordato aveva spento.
I neoliberali e i massoni dovrebbero implorare, come ho
detto, il perdono del popolo
italiano per avere dato vita al nostro Stato unitario con una sequela di
arbitrii e sopraffazioni, così gettando il seme della dolorosa divisione fra
gli Italiani, che soltanto i Patti del Laterano del 1929 placarono, restituendo
“Dio all’Italia e l’Italia a Dio” (Pio XI).
Ma i neoclericali debbono guardarsi dal contribuire
–oggi- a far rifiorire la malapianta della Questione Romana le cui radici
sotterranee non sono ancora seccate.
I testi della Mostra sono anche inopportuni.
Innanzi tutto il ritorno alla polemica clericale ha
ridato fiato ai vetero-liberali, come Pannella e ahimè Montanelli, e ai
massoni, dei quali s’era perduta la memoria e quasi la nozione
dell’esistenza.
In secondo luogo, quei testi sono stati maliziosamente
interpretati come un contributo dottrinale
a certe aspirazioni a un federalismo estremo serpeggiante nel Nord
dell’Italia e sostenuto -più o meno fortemente a seconda delle convenienze
politiche contingenti- dalla Lega Nord.
Ancora, la polemica contro lo Stato nazionale italiano
è stata presentata in un ambiente che si prepara, tra ovazioni e mobilitazione,
a consegnare il potere a un uomo che chiama a raccolta la vecchia Democrazia
cristiana (quella che davvero riuscì a scristianizzare l’Italia -quod
non fecerunt barbari fecerunt barberini), lo stesso uomo che non esitò, per
fini di lucro, a chiedere l’iscrizione alla P2 (la quale, per chi se ne fosse
dimenticato, fu l’ultima Loggia massonica davvero potente).
Questo è -in sintesi- il mio pensiero, che esprimo
con la dovuta franchezza al mio amico caro Mario Agnoli.
si
veda la replica di Mario Agnoli
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