RESTITUIRE DIO ALL' ITALIA E L' ITALIA A DIO  

 

 

di Romano Ricciotti

 

 

 

Questa lettera  (indirizzata a Mario Agnoli) ci sembra trascenda i limiti della, pur importante, polemica circa una mostra inserita nel Meeting di CL del 2000, e prospetti una concezione organica delle vicende risorgimentali che meriti di essere sottoposta alla riflessione di tutti

  

Caro Mario [Agnoli],  

   Un visitatore del Meeting 2000 che nutre amor di Patria e si sofferma avanti al “Pannello n. 1” contenente la Presentazione della Mostra sul Risorgimento italiano (Un tempo da riscrivere), trova ineccepibili le proposizioni riguardanti l’intenzione di non negare nè la legittima aspirazione all’unificazione politica dell’Italia con Roma capitale nè la presenza nel Risorgimento di protagonisti mossi da generosi ideali.

   Ugualmente ineccepibile è l’intenzione di non ridiscutere il risultato acquisito dell’unità politica italiana ma di riconoscere gli errori compiuti nella scelta dei mezzi.

   Tuttavia, andando avanti, i testi dei successivi pannelli mutano ispirazione e spirito, inducendo il sospetto che la presentazione sia dovuta a una penna diversa, tanto quei testi si discostano da essa, fino a tradirla del tutto.

   Il movimento risorgimentale italiano viene descritto come un complotto criminoso ordito da uomini profondamente divisi fra loro ma tutti uniti dal progetto non di unificare politicamente la Nazione Italiana, bensì di distruggere la Chiesa cattolica nella sua Sede e, a tal fine, debellare gli Stati legittimamente costituiti nella Penisola.

   In realtà non si volle –neppure con la legislazione eversiva- distruggere la Chiesa, come dimostra la pur criticabilissima Legge delle Guarentigie. Si voleva impedire l’affermazione nell’Italia unita, di un forte partito cattolico, che avrebbe avuto connotazioni clericali e volontà di rivincita.

   La politica anticattolica e persecutoria vi fu (e di questo liberali e massoni dovrebbero chiedere perdono al popolo italiano). Ma altro è il progetto di distruggere la Chiesa cattolica, altro quello di impedire -con metodi inaccettabili- la nascita e l’affermazione di un forte partito cattolico.

   Vittorio Emanuele secondo, Cavour, Mazzini, Garibaldi e gli altri protagonisti del Risorgimento sono descritti come avventurieri senza scrupoli e indifferenti al sentimento di unità e di indipendenza che ispirò quei “protagonisti mossi da generosi ideali, perseguiti fino al sacrificio della vita” di cui si parla nella presentazione.

   Nei testi dei pannelli sono  esageratamente enfatizzati gli aspetti condannabili delle società segrete come la Carboneria e le demenziali pretese loro e di taluni politici di distruggere la Chiesa cattolica.

   Pagine  come le Cinque giornate di Milano sono liquidate scrivendo che “i liberali milanesi furono pronti ad approfittarne [della “rivoluzione a Vienna”] per cacciare gli austriaci”, laddove si confondono i liberali, con le loro istanze costituzionali e non sempre nazionali con i patrioti che volevano liberarsi dalla dominazione straniera.

   Si deridono le “cosiddette guerre di "indipendenza”. Si presenta l’anarchico Bresci come un vendicatore della strage di Bava Beccaris, rischiando così di  giustificare le Brigate Rosse come vendicatrici della strage di Portella della Ginestra, delle altre stragi di contadini in Sicilia e dell'uccisione di quattro o cinque comunisti a Reggio Emilia.

   L’impresa dei Mille viene attribuita a Cavour, mentre il Conte, giustamente pensoso degli interessi dello Stato piemontese, che egli serviva, non l’approvò, tanto che l’estensore parla di “commedia dell’ostilità piemontese alla spedizione garibaldina”.

   Il blando appoggio della flotta britannica al viaggio dei Mille viene presentato come un’operazione colonialista per protestantizzare le plebi cattoliche dell’Italia meridionale. E così si dimenticano i reali interessi politici di opposizione all’egemonia francese nel Mediterraneo, ispiratori di quell’appoggio. Fa sorridere il pensiero che lo spirito missionario protestante della Gran Bretagna abbia sospinto le sue cannoniere.

   Cose del peggior gusto clericale da beghine si incontrano qua e là, come l’affermazione che “non pochi cattolici piemontesi vollero vedere un legame tra le prevaricazioni” del Conte di Cavour e la sua morte improvvisa.

   In tale contesto i cattolici che volevano l’Unità d’Italia come coronamento di un’aspirazione nazionale risalente a Dante e Petrarca fanno la figura dei poveri illusi che non avevano capito niente. Disturba anche la costante applicazione dell’attributo “giacobino” al concetto di Stato unitario.

   Rivendico il diritto di essere per lo Stato unitario senza essere giacobino.

   In definitiva, i testi della Mostra, anzichè rivedere la storia del Risorgimento alla scopo di mettere in discussione il retaggio del neoliberalismo capitalista e classista che oggi si avvia verso la conquista del potere in Italia, riporta la polemica all’epoca della grande divisione degli italiani, ossia al tempo anteriore alla Conciliazione. Si ripropone la polemica –che fu becera e insopportabile- fra i clericali delle sacrestie e gli anticlericali atei delle bettole, che il Concordato aveva spento.   

   I neoliberali e i massoni dovrebbero implorare, come ho detto,  il perdono del popolo italiano per avere dato vita al nostro Stato unitario con una sequela di arbitrii e sopraffazioni, così gettando il seme della dolorosa divisione fra gli Italiani, che soltanto i Patti del Laterano del 1929 placarono, restituendo “Dio all’Italia e l’Italia a Dio” (Pio XI).

   Ma i neoclericali debbono guardarsi dal contribuire –oggi- a far rifiorire la malapianta della Questione Romana le cui radici sotterranee non sono ancora seccate.

   I testi della Mostra sono anche inopportuni.

   Innanzi tutto il ritorno alla polemica clericale ha ridato fiato ai vetero-liberali, come Pannella e ahimè Montanelli, e ai massoni, dei quali s’era perduta la memoria e quasi la nozione dell’esistenza.

   In secondo luogo, quei testi sono stati maliziosamente interpretati come un contributo dottrinale  a certe aspirazioni a un federalismo estremo serpeggiante nel Nord dell’Italia e sostenuto -più o meno fortemente a seconda delle convenienze politiche contingenti- dalla Lega Nord.

   Ancora, la polemica contro lo Stato nazionale italiano è stata presentata in un ambiente che si prepara, tra ovazioni e mobilitazione, a consegnare il potere a un uomo che chiama a raccolta la vecchia Democrazia cristiana (quella che davvero riuscì a scristianizzare l’Italia -quod non fecerunt barbari fecerunt barberini), lo stesso uomo che non esitò, per fini di lucro, a chiedere l’iscrizione alla P2 (la quale, per chi se ne fosse dimenticato, fu l’ultima Loggia massonica davvero potente).

   Questo è -in sintesi- il mio pensiero, che esprimo  con la dovuta franchezza al mio amico caro Mario Agnoli.  

 

si veda la replica di Mario Agnoli