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L'Italia come la gran parte dei
paesi sviluppati costituisce meta ambita per popoli lontani, che intravedono
nella penisola una speranza di cambiamento o anche soltanto un trampolino
temporaneo per poi spiccare il salto verso altre mete, transalpine o
transoceaniche.
Progressivamente si impara a
convivere con un lento ed inesorabile processo di globalizzazione che dai paesi
africani, dall'oriente, dai paesi dell'est post-comunista, muove continui flussi
di immigrati regolari e clandestini e, inevitabilmente, sposta anche frammenti
di criminalità che da quei paesi ricerca terreni fertili di conquista.
Il contatto con nuove realtà
criminali impone legittime riflessioni in seno all'opinione pubblica ed alle
istituzioni circa i modi e le strategie per contrastare tali crescenti fenomeni.
Non sempre, però, si riesce a conservare l'equilibrio di analisi e di giudizio.
Talvolta, la foga di debellare situazioni che stridono acremente con i valori
etici individuali e collettivi genera reazioni scomposte di singoli e gruppi e
ciò non arricchisce, nè beneficia il contesto sociale. Quando poi le reazioni
confuse divengono condotta dei rappresentanti delle istituzioni, spinti
dall'istanza pur lodevole di rispondere alle richieste diffuse, le finalità
ultime, che proprio dell'idem sentire morale
rappresentano i rami, vengono drammaticamente disattese.
In violento contrasto con i
valori etici espressione dell'amore cristiano per la persona è il fenomeno
diffuso della prostituzione, soprattutto quando - come accade in determinate
zone d'Italia, quali quelle adriatiche, più facilmente raggiungibili dai paesi
dell'est europeo - le vittime sono rappresentate da giovanissime donne alla
ricerca di una speranza di vita, frustrata dalle vessazioni di sfruttatori senza
scrupoli.
Questa breve riflessione non
pretende di affrontare il fenomeno della prostituzione e le sue implicazioni
etiche e giuridiche, onde non peccare di presunzione, ma soltanto offrire un
pensiero su una drammatica realtà per il cui contrasto non si può prescrivere
la terapia dell'emotività. Occorre, invece, comprendere l'effettivo quadro del
contesto sociale e criminale per adottare le opportune contromisure che possano
fondare un'azione aperta ai nuovi confini dell'innovato scenario criminale, in
quanto manifestazione di valori condivisi dai popoli e dagli stati.
Il fenomeno della prostituzione
"d'importazione" e del suo sfruttamento non è gestito nei classici
modi da protagonisti facilmente collocabili nelle tipologie criminali
tradizionali e tuttavia è ancor più offensivo poiché esprime con crudezza
evidente lo stato di soggezione psico-fisica delle giovani vittime, che, non
sono soltanto persone che hanno fatto una scelta di vita sbagliata, ma spesso
sono violentemente soggiogate dal ricatto dei loro mercanti. Legittima è la
reazione dell'opinione pubblica ed anche di quegli organismi caritatevoli che si
preoccupano di "lenire" le sofferenze delle giovani vittime dal
terrore in cui sono rimaste impigliate, che si propongono di
"ripulire" le strade dagli spettacoli offensivi dei valori
fondamentali di dignità e libertà dell'essere umano.
Tuttavia, occorre conoscere a
fondo la realtà di questi mesti scenari e di ciò che vi si cela dietro;
bisogna sapere da dove vengono queste giovani, perché vengono, cosa le induce a
non ritornare ed a sfuggire dai sentieri oscuri imboccati, quali ostacoli
incontrano sul loro cammino, chi gestisce e come i traffici ed i flussi
migratori. Se non ci si sforza di capire si rischia di offrire soltanto una mano
caritatevole, passeggera, una pur amorevole carezza per lo spirito che rischia
di essere confusa con il desiderio egoistico di non vedere più uno spettacolo,
troppo poco edificante per il nostro sguardo e le nostre coscienze turbate.
Capire cosa accade davvero in
tante città italiane del versante adriatico (e non solo) vuol dire affiancare
allo slancio della carità una significativa riflessione politica,
imprescindibile per un'azione benefica nella società. Ci si può chiedere se
questo impegno ad un intervento sostenuto dai valori della carità immersa nel
contesto sociale e motore di scelte politiche debba animare anche le istituzioni
delle forze dell'ordine e la magistratura. Sinceramente non riesco ad
individuare ragioni convincenti per rispondere negativamente. Non rinvengo
motivo per negare che l'esercizio di una professione improntata all'equilibrio -
come quella del magistrato - debba ispirarsi ad una solida piattaforma etica di
valori che ne indirizzi l'operato nella società. Ma, in concreto, la carità
tende alla giustizia solo quando si traduce in conoscenza, approfondimento
dell'universo circostante per poi divenire scelta politica. E se l'ambiente
circostante oggi è divenuto il villaggio globale, lo sguardo del cristiano non
può restringersi al fastidio provocato dalla penosa scena notturna di giovani
donne straniere in strada, ma deve estendersi oltre per comprendere i confini ed
il peso del problema nella loro dimensione internazionale.
Il fenomeno della prostituzione
delle giovani russe, ucraine, moldave, rumene, albanesi è oggi drammaticamente
gestito in forma "globalizzata", vale a dire che gli sfruttatori loro
connazionali spesso non sono in Italia, non sorvegliano le loro
"dipendenti" da vicino, sono figure ben distinte dal vecchio
sfruttatore, talvolta dipinto a
tinte tiepide dai narratori. I nuovi sfruttatori sono in patria; favoriscono
l'ingresso clandestino in Italia delle giovani, le costringono alla
prostituzione, attendono che i profitti gli vengano inviati - sotto varie forme
- nel loro paese, le sottopongono a sistematici ricatti di violenze e ritorsioni
in danno dei familiari residenti nelle nazioni di origine.
E' evidente che un'azione
efficace di contrasto al fenomeno può nascere solo dalla collaborazione di
tutti gli stati coinvolti: quelli di origine e quelli di destinazione.
L'individuazione di collegamenti investigativi e giudiziari è la strada da
percorrere nella lotta a questa nuova forma di "schiavitù". La
creazione di tavoli comuni tra i rappresentanti degli stati è la via da
seguire, illuminata dalla condivisione di comuni valori etici di profondo
rispetto della persona.
Lontano da questo percorso non
v'è soluzione. Triste illusione, se esistente, è quella degli stati che
ritengono di liberarsi di abbiette forme criminali esportandole all'estero.
Altrettanto poco composta è, di
contro, la reazione delle istituzioni quando la risposta agli sfruttatori è
inefficace, in quanto animata dalla cultura dell'emergenza ed indirizzata verso
l'adozione di provvedimenti incongrui quali quelli della repressione dei
"clienti" delle giovani vittime.
Le norme non possono prestarsi
ad interpretazioni distorte per colmare i vuoti delle coscienze. La condotta del
"cliente" è moralmente deplorevole ma non illecita penalmente, a meno
che in futuro la legge non muti e su quest'ultimo scottante rilievo si
affrontano opinioni da decenni.
I membri del villaggio globale
stanno iniziando a comprendere che per regolare gli enormi flussi migratori
occorre una politica comune, di accordo e collaborazione. Il fenomeno della
prostituzione di giovani straniere costituisce oggi un'appendice tragica del più
ampio contesto dell'immigrazione clandestina ed all'interno delle concordi
strategie internazionali dovrebbe trovare il suo spazio di analisi e
riflessione. Ogni altra soluzione estemporanea non sembra offrire garanzie di
successo.
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