Un problema del “villaggio globale”:

La tratta delle prostitute

Di David Mancini

 

L'Italia come la gran parte dei paesi sviluppati costituisce meta ambita per popoli lontani, che intravedono nella penisola una speranza di cambiamento o anche soltanto un trampolino temporaneo per poi spiccare il salto verso altre mete, transalpine o transoceaniche.

Progressivamente si impara a convivere con un lento ed inesorabile processo di globalizzazione che dai paesi africani, dall'oriente, dai paesi dell'est post-comunista, muove continui flussi di immigrati regolari e clandestini e, inevitabilmente, sposta anche frammenti di criminalità che da quei paesi ricerca terreni fertili di conquista.

Il contatto con nuove realtà criminali impone legittime riflessioni in seno all'opinione pubblica ed alle istituzioni circa i modi e le strategie per contrastare tali crescenti fenomeni. Non sempre, però, si riesce a conservare l'equilibrio di analisi e di giudizio. Talvolta, la foga di debellare situazioni che stridono acremente con i valori etici individuali e collettivi genera reazioni scomposte di singoli e gruppi e ciò non arricchisce, nè beneficia il contesto sociale. Quando poi le reazioni confuse divengono condotta dei rappresentanti delle istituzioni, spinti dall'istanza pur lodevole di rispondere alle richieste diffuse, le finalità ultime, che proprio dell'idem sentire morale rappresentano i rami, vengono drammaticamente disattese.

In violento contrasto con i valori etici espressione dell'amore cristiano per la persona è il fenomeno diffuso della prostituzione, soprattutto quando - come accade in determinate zone d'Italia, quali quelle adriatiche, più facilmente raggiungibili dai paesi dell'est europeo - le vittime sono rappresentate da giovanissime donne alla ricerca di una speranza di vita, frustrata dalle vessazioni di sfruttatori senza scrupoli.

Questa breve riflessione non pretende di affrontare il fenomeno della prostituzione e le sue implicazioni etiche e giuridiche, onde non peccare di presunzione, ma soltanto offrire un pensiero su una drammatica realtà per il cui contrasto non si può prescrivere la terapia dell'emotività. Occorre, invece, comprendere l'effettivo quadro del contesto sociale e criminale per adottare le opportune contromisure che possano fondare un'azione aperta ai nuovi confini dell'innovato scenario criminale, in quanto manifestazione di valori condivisi dai popoli e dagli stati.

Il fenomeno della prostituzione "d'importazione" e del suo sfruttamento non è gestito nei classici modi da protagonisti facilmente collocabili nelle tipologie criminali tradizionali e tuttavia è ancor più offensivo poiché esprime con crudezza evidente lo stato di soggezione psico-fisica delle giovani vittime, che, non sono soltanto persone che hanno fatto una scelta di vita sbagliata, ma spesso sono violentemente soggiogate dal ricatto dei loro mercanti. Legittima è la reazione dell'opinione pubblica ed anche di quegli organismi caritatevoli che si preoccupano di "lenire" le sofferenze delle giovani vittime dal terrore in cui sono rimaste impigliate, che si propongono di "ripulire" le strade dagli spettacoli offensivi dei valori fondamentali di dignità e libertà dell'essere umano.

Tuttavia, occorre conoscere a fondo la realtà di questi mesti scenari e di ciò che vi si cela dietro; bisogna sapere da dove vengono queste giovani, perché vengono, cosa le induce a non ritornare ed a sfuggire dai sentieri oscuri imboccati, quali ostacoli incontrano sul loro cammino, chi gestisce e come i traffici ed i flussi migratori. Se non ci si sforza di capire si rischia di offrire soltanto una mano caritatevole, passeggera, una pur amorevole carezza per lo spirito che rischia di essere confusa con il desiderio egoistico di non vedere più uno spettacolo, troppo poco edificante per il nostro sguardo e le nostre coscienze turbate.

Capire cosa accade davvero in tante città italiane del versante adriatico (e non solo) vuol dire affiancare allo slancio della carità una significativa riflessione politica, imprescindibile per un'azione benefica nella società. Ci si può chiedere se questo impegno ad un intervento sostenuto dai valori della carità immersa nel contesto sociale e motore di scelte politiche debba animare anche le istituzioni delle forze dell'ordine e la magistratura. Sinceramente non riesco ad individuare ragioni convincenti per rispondere negativamente. Non rinvengo motivo per negare che l'esercizio di una professione improntata all'equilibrio - come quella del magistrato - debba ispirarsi ad una solida piattaforma etica di valori che ne indirizzi l'operato nella società. Ma, in concreto, la carità tende alla giustizia solo quando si traduce in conoscenza, approfondimento dell'universo circostante per poi divenire scelta politica. E se l'ambiente circostante oggi è divenuto il villaggio globale, lo sguardo del cristiano non può restringersi al fastidio provocato dalla penosa scena notturna di giovani donne straniere in strada, ma deve estendersi oltre per comprendere i confini ed il peso del problema nella loro dimensione internazionale.

Il fenomeno della prostituzione delle giovani russe, ucraine, moldave, rumene, albanesi è oggi drammaticamente gestito in forma "globalizzata", vale a dire che gli sfruttatori loro connazionali spesso non sono in Italia, non sorvegliano le loro "dipendenti" da vicino, sono figure ben distinte dal vecchio sfruttatore, talvolta  dipinto a tinte tiepide dai narratori. I nuovi sfruttatori sono in patria; favoriscono l'ingresso clandestino in Italia delle giovani, le costringono alla prostituzione, attendono che i profitti gli vengano inviati - sotto varie forme - nel loro paese, le sottopongono a sistematici ricatti di violenze e ritorsioni in danno dei familiari residenti nelle nazioni di origine.

E' evidente che un'azione efficace di contrasto al fenomeno può nascere solo dalla collaborazione di tutti gli stati coinvolti: quelli di origine e quelli di destinazione. L'individuazione di collegamenti investigativi e giudiziari è la strada da percorrere nella lotta a questa nuova forma di "schiavitù". La creazione di tavoli comuni tra i rappresentanti degli stati è la via da seguire, illuminata dalla condivisione di comuni valori etici di profondo rispetto della persona.

Lontano da questo percorso non v'è soluzione. Triste illusione, se esistente, è quella degli stati che ritengono di liberarsi di abbiette forme criminali esportandole all'estero.

Altrettanto poco composta è, di contro, la reazione delle istituzioni quando la risposta agli sfruttatori è inefficace, in quanto animata dalla cultura dell'emergenza ed indirizzata verso l'adozione di provvedimenti incongrui quali quelli della repressione dei "clienti" delle giovani vittime.

Le norme non possono prestarsi ad interpretazioni distorte per colmare i vuoti delle coscienze. La condotta del "cliente" è moralmente deplorevole ma non illecita penalmente, a meno che in futuro la legge non muti e su quest'ultimo scottante rilievo si affrontano opinioni da decenni.

I membri del villaggio globale stanno iniziando a comprendere che per regolare gli enormi flussi migratori occorre una politica comune, di accordo e collaborazione. Il fenomeno della prostituzione di giovani straniere costituisce oggi un'appendice tragica del più ampio contesto dell'immigrazione clandestina ed all'interno delle concordi strategie internazionali dovrebbe trovare il suo spazio di analisi e riflessione. Ogni altra soluzione estemporanea non sembra offrire garanzie di successo.