per un'Europa degli ideali

LA ROSA BIANCA

di Orazio Dente Gattola

 

Il capitolo dell’opposizione al nazismo è tanto denso di studi per quanto riguarda la resistenza nei paesi via via occupati quanto poco esplorato per quella interna. Gli studi esistenti limitano infatti la loro attenzione all’attività del gruppo tutto sommato ridotto di militari che culminò nell’attentato di Rastenburg del 20 luglio 1944.

Poco o nulla si sa, invece, dell’opposizione da parte degli altri gruppi che, pure, operarono in Germania in quegli anni. Tale opposizione non mancò di avere una sua consistenza se è vero, com’è vero, che il “Volksgerichtshof” (Tribunale del Popolo) presieduto dal famigerato Freisler ebbe a condannare a morte da solo ben 5.300 persone alle quali vanno aggiunti i tanti morti nei campi di concentramento od uccisi senza nemmeno un simulacro di processo. Una stima, probabilmente errata per difetto, fa ammontare il numero dei tedeschi uccisi per ragioni politiche a ben 130.000 persone.

Tra questi gruppi spicca quello della Rosa bianca del quale furono l’anima i fratelli Hans e Sophie Scholl con il loro amico Alexander Schmorell e che, solo nella parte conclusiva, cercò ed ebbe l’appoggio del professor Kurt Huber uno dei pochissimi docenti universitari che non avesse fatto incondizionatamente sua la folle visione del mondo propria del nazionalsocialismo.

Per comprendere appieno le ragioni di tanto disinteresse nei confronti di un’opposizione che pure vi fu occorre partire dalla particolare visione che gli stessi tedeschi ebbero della patria e dell’obbedienza che era dovuta all’autorità costituita.

Circolava in quegli anni, ma era connaturata all’anima del popolo tedesco, l’espressione Il comando è comando: gli ordini provengono da Berlino e vanno eseguiti.

Bene è ciò che ci aiuta a vincere diceva un manifesto del ministero della propaganda affisso in quegli anni a dimostrazione dell’insensibilità del regime alle ragioni della coscienza.

Il Colonnello Schenk von Stauffenberg, il protagonista dell’attentato del 20 luglio, ebbe a scrivere alla moglie: E’ ora di fare qualcosa, ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla però sarà traditore della propria coscienza e poco più avanti: ciascuno di noi è corresponsabile del regime che tollera. Chi non fa niente contro questo regime è colpevole, colpevolee, colpevole.

Il bidello che ebbe a vedere i fratelli Scholl diffondere il loro sesto volantino, l’ultimo, e a provocarne l’arresto da parte della Gestapo fu applaudito il giorno dell’esecuzione da centinaia di studenti.

Questo era il clima di quegli anni, questo l’ambiente nel quale si trovarono ad operare quelli del gruppo della Rosa Bianca.

All’inquisitore della Gestapo che la sottopose a tortura per quattro lunghi giorni dal 18 al 21 febbraio 1943 e che le chiedeva se non trovasse spaventoso e non si vergognasse della diffusioni di manifestini che auspicavano la sconfitta come unica possibilità di recuperare la libertà mentre era in corso la battaglia di Stalingrado Sophie Scholl rispose: No al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena.

Noi dobbiamo perdere la guerra, altrimenti non torneremo mai liberi questo il drammatico appello di Sophie Scholl.

Il gruppo era costituito da studenti dell’Università di Monaco, retta in quegli anni da un ufficiale delle SS, Walter Wurst, che ebbe ad offendere pesantemente le studentesse invitandole pubblicamente a darsi da fare per offrire figli alla patria.

L’attività della Rosa Bianca fu costituita dalla diffusione di sei volantini ciclostilati distribuiti in pieno giorno agli studenti o inviati per posta in varie città della Germania oltre che in un’ottantina di scritte murali.

Tutto qui.

Si tratta di un’attività modesta nei suoi contenuti ed ancor più modesta nei risultati.

Il suo valore non consiste tanto nei risultati quanto nella molla di ordine morale e religioso che era alla base dell’azione, nella portata di una rivolta delle coscienze.

Poco conta anche la breve durata dell’azione.

Nei volantini, sei in tutto, si dice:

nel primo di essi: Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso - così comincia, con uno sdegno che vibra ancora oggi, il primo volantino - non vi è nulla di più vergogno so che lasciarsi 'governare', senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti. Non è forse vero che ogni tedesco onesto prova vergogna per il suo governo?

Ed ancora: Ogni singolo, cosciente della propria responsabilità come membro della cultura cristiana ed occidentale, deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest'ultima ora al flagello dell'umanità, al fascismo e ad ogni sistema simile di stato assoluto. Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate".

Strappate il mantello dell’indifferenza

Ogni popolo merita il governo che tollera

Ognuno vuol liberarsi da questa complicità, ciascuno cerca di farlo ma poi ricade nel sonno con la più grande tranquillità di coscienza. Ma egli non può scagionarsi: ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole

Questi sono solo alcuni dei brani contenuti nei sei volantini che il gruppo riuscì a realizzare e a distribuire.

Per questo dapprima sei di loro: Hans Scholl, Sophie Scholl, Alexander Schmorell, Cristoph Probst, Willi Graf, e Kurt Huber seguiti da altri nove vennero giustiziati e trentotto furono incarcerati per essere liberati dagli americani solo alla fine della guerra.

La resistenza in Germania, proprio per la forza totalizzante del regime, non poteva non essere limitata a gesti isolati, all’azione limitata per lo più all’opposizione non violenta, all’incitamento al risveglio delle coscienze.

Del gruppo facevano parte cattolici, protestanti, un ortodosso il che dimostra la natura intercofessionale dell’attività che traeva spunto dal comune sdegno per la notte che era calata sulla Germania. Intento comune era quello di giungere ad un risveglio delle coscienze nella consapevolezza, però, che solo la sconfitta avrebbe potuto portare alla scomparsa del regime.

E’ importante sottolineare come l’azione del gruppo, originario della città riformata di Ulm nella quale, però, erano presenti gruppi consistenti di cattolici che si riunivano in preghiera clandestinamente, ebbe inizio prima che la disfatta di Stalingrado sanzionasse l’irreversibilità della sconfitta. Su di essa non grava, quindi, il sospetto che, invece, aleggia sull’opposizione dei circoli militari di voler salvare il salvabile.

Sono quelle del gruppo ragioni di ordine morale che traggono origine dalla fede che nella diversità delle confessioni lo animava.

E questo in una situazione che vedeva le Chiese tutte, salvo lodevoli eccezioni di singoli ecclesiastici, silenti.

Ma vi è anche un altro aspetto da sottolineare. Nel quinto dei volantini, diffuso nel gennaio del 1943, vi è un significativo richiamo all’ideale europeo:

Che cosa ci insegna la fine di questa guerra che non è mai stata nazionale? L'idea imperialista del potere, da qualunque parte essa provenga, deve essere resa innocua per sempre. Un militarismo prussiano non deve più giungere al potere. Solo attraverso un'ampia collaborazione dei popoli europei si può creare la base su cui sarà possibile una costruzione nuova. Ogni potere centralizzato, come quello che lo stato prussiano ha cercato di instaurare in Germania e in Europa deve essere soffocato sul nascere. La Germania futura potrà unicamente essere una federazione. Solo un sano ordinamento federalista può oggi ancora riempire di nuova vita l'Europa indebolita La classe lavoratrice deve essere liberata mediante un socialismo ragionevole dalla sua miserabile condizione di schiavitù. Il fantasma di un'economia autarchica deve scomparire dall'Europa. Ogni popolo , ogni individuo hanno diritto ai beni della terra! Libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall'arbitrio dei criminali stati fondati sulla violenza: queste sono le basi della nuova Europa.

Un Europa, non più organizzata sulla base degli stati nazionali, appariva loro come l’unica possibilità di evitare in future guerre di aggressione fondate su pericolose idee di supremazia di un paese su di un altro.