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Tommaso Moro
nacque il 7 febbraio 1477 (o 1478) da una famiglia borghese. Ad appena
13 anni nel 1490 divenne paggio di John Morton cancelliere del Re
d’Inghilterra e futuro cardinale. Negli anni dal 1492 al 1500 si dedicò
agli studi giuridici e nel 1499 conobbe Erasmo da Rotterdam al
quale rimarrà legato da una profonda amicizia. Nel 1504 entrò alla
Camera dei Comuni della quale speaker percorrendo nel frattempo i gradi
della carriera universitaria divenendo nel 1514 lent reeder del
Lincoln’s Inn.
Nel
1515 partecipò ad una missione diplomatica. Seguirono negli anni
successivi incarichi pubblici sempre più importanti sinchè nel 1527
seguì il card. Wolsey in una missione sul continente ricevendo
l’anno dopo l’incarico di confutare le tesi dei riformati.
Nel
1529 giunse al culmine della carriera divenendo, a seguito della caduta
in disgrazia del card. Wolsey cancelliere del regno e ciò dopo
avere partecipato alla conferenza di Cambrai.
Tre
anni dopo restituì il sigillo di cancelliere adducendo motivi di
salute: egli, in realtà, si ritirò a vita privata in quanto non
condivide le decisioni di Enrico VIII sul divorzio dalla regina Caterina
ed avendo ben compreso a quali conseguenze essa avrebbe portato.
Invitato
a prendere posizione sulla questione del divorzio il 13 aprile 1534 si
presentò a palazzo Lambeth rifiutando di sottoscrivere, per le sue
implicazioni sul piano della fede l’atto di successione votato dai
Lords il 23 marzo e viene incarcerato nella Torre il successivo 17
aprile.
Fu
sottoposto ad interrogatorio il 30 aprile, il 7 maggio, il 3 ed il 14
giugno 1535 ed il 1 luglio venne condannato a morte per “avere parlato
del re in modo malizioso….e diabolico".
Il
6 luglio alle 9 viene decapitato e non impiccato, come avrebbe voluto
l’accusa di tradimento, per intercessione del re.
Per
condannarlo si dovette ricorrere alla falsa testimonianza di tale Rich
che verrà, qualche tempo dopo ricompensato con il titolo di Lord.
Venne
provalamato beato da Leone XIII e santo il 19 maggio 1935 da Pio XI.
Con
un “motu proprio” del 31 ottobre 2000 Giovanni Paolo II lo ha
proclamato protettore dei politici.
2
Di lui Erasmo
da Rotterdam ebbe a scrivere: È’ un credente ardentemente ansioso
di verace religiosità, quantunque sia agli antipodi di ogni
superstizione. Si riserva determinate ore per pregare Dio e onorarlo,
non con formule bell'e fatte ma con quelle che gli detta il cuore.
Quando discute con gli amici della vita futura, si sente che rivela il
fondo della sua anima e che vibra di speranza. Ecco cos'è Moro attivo
in piena Corte: dopo di lui qualcuno crede che non si troveranno più
cristiani fuori dei conventi.
Giovanni
Paolo II nell’Angelus
del 5 novembre 2000 ha detto: è spontaneo andare con la mente alla
figura luminosa di san Tommaso Moro, esempio straordinario di libertà e
di aderenza alla legge della coscienza di fronte a richieste moralmente
insostenibili, anche se autorevoli.
3
Pochi giorni essere stato portato nella Tone di Londra, il 17
aprile 1534 egli scrive alla figlia prediletta Margareth: Quando
giunsi a Lambeth, fui il primo ad essere chiamato davanti ai
Consiglieri, sebbene il Vicario di Croydon e molti altri fossero
arrivati in precedenza. Reso edotto del motivo di quella convocazione
(di cui mi meravigliai considerando che nessun laico era stato convocato
all'infuori di me), chiesi di leggere la formula del giuramento che essi
mi mostrarono munita del Gran Sigillo. Poi chiesi di leggere l' Atto di
Successione, di cui mi fu consegnato un esemplare stampato. Dopo aver
letto in silenzio ed aver riflettuto sulla formula del giuramento,
dichiarai ai Consiglieri che non era mio intendimento censurare né
l'Atto e chi l'aveva formulato, né il giuramento e chi l'aveva
prestato; nè condannare alcuno. La mia coscienza però mi vietava di
giurare, non per quanto disposto dall'Atto di Successione, ma perché,
prestando il giuramento nella forma in cui era redatto, rischiavo di
esporre l’anima mia a dannazione eterna. E se essi pensavano che il
mio rifiuto non era determinato da un mero scrupolo di coscienza ma
dalla influenza di altra fantasia. ero pronto a rassicurarli in
proposito con un giuramento. Se poi a questo essi non erano disposti a
credere. a che sarebbe valso un qualsiasi altro mio giuramento? Se
invece vi credevano. mi affidavo alla loro generosità affinché
desistessero dal sollecitarmi a prestare un giuramento in contrasto con
la mia coscienza.
Il
Lord Cancelliere espresse rammarico per le mie parole e per il rifiuto.
E gli altri Consiglieri aggiunsero che, in fede loro, io ero il primo a
rifiutare provocando così nella
Maestà del Re gravi sospetti e una violenta indignazione a mio
riguardo.
Appare
chiaro sin dal primo interrogatorio che Moro è stato incarcerato
non per qualcosa che ha fatto ma per non averla fatta e cioè per non
essersi piegato alla volontà del sovrano, deciso a rompere con il Papa
che non consentiva al divorzio.
Nel
1532 egli restituì il sigillo di cancelliere che per la prima volta era
stato concesso ad un laico avendo ben compreso dove avrebbe portato
l’infatuazione di Enrico VIII per Anna Bolena.
Non
è sufficiente che egli si sia privato, senza esserne stato richiesto,
del potere, ma occorre che egli si pieghi alla volontà reale. E’ uomo
troppo noto per le cariche che ha ricoperto, per la corrispondenza che
egli intrattiene con i grandi del suo tempo, primo tra tutti Erasmo,
per la sua attività di avvocato e di giudice perché egli possa
riuscire nel suo intento di essere lasciato nella quiete della sua casa
di Chelsea. Occorre che egli aderisca alla chiesa che sta staccandosi da
Roma.
E
più avanti nella stessa lettera egli dice alla figlia di essersi
offerto di prestare il giuramento se qualcuno fosse riuscito a confutare
tali ragioni in modo da tranquillizzare la mia coscienza.
Il
tema della coscienza ritorna più volte nella lettera: ad un certo punto
egli dice non riuscii a non dire altro se non che io non potevo farlo
perché, secondo la mia coscienza si trattava di un caso in cui ero
costretto a non obbedire al mio Re.
In
questa posizione Tommaso Moro rimase isolato. Fu letteralmente
l’unico laico in tutta l’Inghilterra a non giurare. Nella stessa
Chiesa furono pochi coloro che si opposero alla richiesta del re: vi si
opposero solo il vescovo di Rochester John Fisher ed alcuni
certosini i quali tutti salirono sul patibolo prima di lui: con ogni
probabilità si voleva esercitare l’ultima pressione per piegare Moro
il cui prestigio in Inghilterra e all’estero era enorme.
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Ricostruiamo
brevemente gli avvenimenti.
Il
23 maggio 1533 il Vescovo Cranmer dichiarò nullo il matrimonio
tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona per avere il sovrano
sposato la vedova del fratello. La pretestuosità delle argomentazioni
usate per sciogliere il vincolo matrimoniale si evince dalla circostanza
che lo scioglimento intervenne a ben 24 anni dalla celebrazione del
matrimonio. Il 28 lo stesso prelato provvide a dichiarare valido il
matrimonio con Anna Bolena che venne incoronata regina il 1
giugno successivo. Il 15 gennaio 1534 venne riconvocato il Parlamento
per legalizzare la situazione della discendenza.
Dal
punto di vista legale non vi era in effetti alcuna necessità di
intervenire dal momento che la bolla papale con la quale era stato
riconosciuto il padre del re, Enrico VII, era formulata in
termini tali da rendere superflua una modifica. La formula “diretti
legittimi discendenti” in essa usata era tale da potersi adattare
anche alla figlia nata dalla nuova unione, la futura regina
Elisabetta, in realtà si volle dare un ulteriore riconoscimento
alla situazione che si era venuta a creare.
Di
qui deriva il primo atto di successione (gennaio – marzo 1534)
nel quale non solo si provvide a legittimare più chiaramente la futura
discendenza del re, ma si affermò che
«il vescovo di Roma e la Sede Apostolica, contravvenendo alle
auguste e inviolabili prerogative da Dio direttamente conferite agli
imperatori, i re e i principi in materia di successione al trono, ha
preteso in passato di disporre della successione in altrui regni e
domini a suo piacimento: ciò che noi, Vostri umilissimi sudditi sia
ecclesiastici che laici [in questo Parlamento], sommamente aborriamo e
detestiamo».
Si
delinea con chiarezza il distacco da Roma volendosi escludere ogni
possibilità per il Papa di
deporre il sovrano in virtù di
un potere che gli era riconosciuto e del quale, però, dai lontani anni
del medioevo si faceva più uso pur non essendo mai intervenuta una
formale rinuncia al riguardo.
Anni
prima (1521), proprio conversando con Moro, il sovrano non aveva
avuto difficoltà nell’ammettere di derivare il suo potere dal Papa.
Prosegue
l’atto: [. ..] che il matrimonio precedentemente celebrato
tra Vostra Altezza e Lady Caterina, già moglie legittima del Vostro
fratello maggiore principe Arturo e da lui carnalmente conosciuta -come
è stato debitamente e sufficientemente provato nel corso del regolare
procedimento svolto e conclusosi davanti all'arcivescovo Thomas [Cranmer],
per benevolenza di Dio attuale arcivescovo di Canterbury e metropolita e
primate di questo regno -per delibera di questo Parlamento sia
definitivamente, manifestamente e inoppugnabilmente dichiarato,
giudicato e sentenziato contrario alle leggi di Dio Onnipotente, e sia
inoltre riconosciuto, inteso e considerato privo di alcuna validità ed
efficacia e totalmente nullo e abrogato; e che il suo scioglimento,
pronunciato dal suddetto arcivescovo, abbia validità ed efficacia a
tutti i fini ed effetti, nulli essendo ogni e qualsivoglia licenza,
dispensa od altri atti ad esso precedenti o seguenti in qualsiasi modo
esprimentisi in senso contrario; e che ogni licenza e dispensa del
genere, atto od atti ed ancora quasi che il re si preoccupasse di
evitare ad altri il pericolo di cadere nel medesimo errore in cui
asseriva di essere incorso lui stesso l’atto prosegue: "[. ..] i
quali matrimoni, benché manifestamente vietati e aborriti dalle leggi
di Dio, tuttavia hanno avuto talvolta luogo a motivo di presunte
dispense accordate dal potere di un uomo: un potere che altro non è se
non usurpato, e che di diritto non può essere riconosciuto, accordato o
concesso, perché nessun uomo, di qualsiasi stato, grado o condizione ha
potere di dispensare dalle leggi di Dio, come confermano e pensano la
totalità del clero di questo regno riunito in Convocazione e la
maggioranza delle famose Università dell'intera cristianità, e come
afferma e ritiene questo Parlamento.
Lo
scisma si è, a questo punto, consumato.
Non
è consentito secondo l’atto di successione il dissenso in quanto
chiunque: “per mezzo di scritti a mano o a stampa, o di qualsiasi
azione o attività manifesta, dolosamente promuovano o mettano in atto o
facciano promuovere o mettere in atto qualsiasi cosa o cose a
pregiudizio della Vostra regale persona; o per mezzo di scritti a mano o
a stampa od altra azione o attività diano dolosamente occasione di
perturbazione o impedimento nel godimento della corona di questo regno
da parte di Vostra Maestà; per mezzo di scritti a mano o a stampa o di
qualsiasi altra azione promuovano o mettano in atto o facciano
promuovere o mettere in atto qualsiasi cosa o cose a pregiudizio,
diffamazione, perturbazione o detrimento del predetto legittimo
matrimonio celebrato fra Vostra Maestà e la regina Anna, o a nocumento,
diffamazione o destituzione di qualcuno dei discendenti ed eredi di
Vostra Altezza…….secondo quanto sopra stabilito dal presente Atto;
che dunque colui o coloro che, sudditi di questo regno o in esso
residenti, di qualsiasi stato, grado o condizione, si siano resi
colpevoli dei predetti delitti, come pure i loro favoreggiatori, istigatori,
sostenitori e complici, per qualsiasi dei suddetti crimini siano
individualmente giudicati rei di alto tradimento [. ..]
La
pena era quella della morte seguita dalla confisca di tutti i beni. Tale
pena si applicava anche a chi verbalmente, con qualsiasi parola non scritta nè
accompagnata da azioni o attività manifeste, dolosamente e
pervicacemente proferiranno, propagheranno o diffonderanno qualsiasi
cosa o cose a pregiudizio di Vostra Altezza, o a pregiudizio o
diffamazione del matrimonio celebrato fra Vostra Altezza e la suddetta
regina Anna [. ..]
Non
ritenendosi ciò sufficiente i sudditi erano tenuti a prestare il
giuramento secondo quanto si legge nel passo successivo E, al
fine che la successione della Vostra regale Maestà sia sancita in
maniera ancora più certa, in conformità al tenore e alla forma del
presente Atto, per delibera di questo Parlamento sia inoltre decretato
che d'oggi in avanti tanto
i nobili spirituali e temporali [ = i vescovi e i Lords] quanto tutti
gli altri Vostri sudditi viventi attualmente maggiorenni (e in seguito
tutti gli altri al compimento della maggiore età), ogni volta e in
qualsiasi momento che, per ordine di Vostra Altezza o dei suoi eredi e a
loro piacimento, Vostra Altezza o i suoi eredi dispongano, siano tenuti
a giurare in forma solenne, alla presenza di Vostra Altezza o dei suoi
eredi o di chiunque altro Vostra Maestà o i suoi eredi delegheranno a
tal fine, di osservare, adempiere, mantenere, difendere e custodire con
tutte le loro forze, capacità e intelligenza, lealmente, fermamente e
costantemente, senza frode ne inganno, tutti gli effetti e i contenuti
del presente Atto.
Era
previsto che l’atto entrasse in vigore il 1 maggio 1534 ma già il 13
aprile il vescovo Fisher che era assente dalla Camera il giorno
in cui esso venne promulgato fu convocato a palazzo Lambeth dove lo fu
anche Tommaso Moro nonostante che non fosse membro del Parlamento
e non rivestisse più alcuna carica pubblica.
Lo
zelo dell’ Arcivescovo Cranmer e dei suoi si spinse sino al
punto di ampliare la formula approvata dal Parlamento e fu questa
versione allargata che fu sottoposta a Fisher e a Moro.
Essa
suonava: Giurate di dare fede, fedeltà e obbedienza unicamente alla
Maestà del re e ai suoi diretti discendenti così come indicati e
definiti nel sopraddetto Statuto di Successione, e a nessun'altra
autorità, principe o potentato entro o fuori i confini di questo regno;
e di considerare quindi nullo e senza valore qualsiasi eventuale
giuramento da voi in qualsiasi momento prestato o da prestarsi a
qualsiasi altra persona o persone; e di osservare, custodire, mantenere
e difendere con tutte le vostre forze, capacità e intelligenza, senza
inganno, frode od altri espedienti illeciti, l' Atto sopra specificato e
tutti i suoi contenuti ed effetti -come pure tutti gli altri Atti e
Statuti promulgati dall' apertura deI1'attuale Parlamento a sua ratifica
o esecuzione o a ratifica o esecuzione di qualunque cosa in esso
contenuta -contro qualsiasi persona o persone, di qualsiasi stato,
ufficio, grado o condizione; e di non fare o intraprendere in alcuna
maniera o, per ciò che è in vostro potere, di non consentire in alcuna
maniera che venga fatta o intrapresa, direttamente o indirettamente, in
via segreta o manifesta, qualsiasi Cosa o Cose a ostacolo, impedimento,
danno o detrimento del predetto Atto o di ' qualsiasi sua parte, con
qualsiasi mezzo o per qualsiasi causa o pretesto. Così vi aiutino Dio e
tutti i santi.
5
Dell’interrogatorio
al quale venne sottoposto Moro fece un resoconto nella vivida
lettera inviata qualche giorno (il 17) dopo il suo incarceramento nella
Torre alla prediletta figlia Margareth.
Ritenendo
che nell’esaminare una vicenda storica occorra riportarsi il più
possibile ai documenti in modo da non tradire il pensiero delle persone
o travisare i fatti dei quali esse furono protagoniste riporto qui di
seguito ampi stralci di una lunga lettera che Tommaso Moro inviò
il 5 marzo 1534 dal suo rifugio di Chelsea a Thomas Cromwel .
Essa
è molto importante in quanto Tommaso Moro sintetizza in essa il
suo pensiero sul matrimonio del re e sul distacco della chiesa
d’Inghilterra da Roma.
Egli
apparentemente non prende posizione nella disputa ma lascia trasparire
chiaramente il suo pensiero in assoluta coerenza a quella che sarà la
sua linea di condotta sino alla fine e che abbandonerò solo nel momento
in cui sarà chiara la sua sorte.
Questo
comportamento non è il frutto di pavidità o di ambiguità , ché, se
fosse stato così, egli non avrebbe esitato nemmeno un istante ad
accogliere l’invito a prestare il giuramento che gli veniva chiesto da
Erasmo da Rotterdam in ansia per le sue sorti o, quello ben più
pressante che gli veniva dai suoi stessi familiari.
Quella
di Tommaso Moro è una scelta che viene dalla fede, dal desiderio
di comprendere quale sia il disegno di Dio su di lui. Un passaggio della
sua lettera all’ arcivescovo Cranmer del 5 marzo ce lo fa
comprendere.
Egli
scrive: Ora, è un fatto che prima del mio viaggio oltremare avevo
sentito parlare di certe obiezioni contro la bolla della dispensa,
riguardanti le parole del Levitico 2 e del Deuteronomio 3, e secondo le
quali la proibizione era de iure divino, ma a quel tempo non mi resi
conto se non che le maggiori speranze nella questione stavano in certi
vizi trovati nella bolla, per i quali essa doveva considerarsi
giuridicamente nulla.
Ma
il re non appare pago di questa soluzione
ed infatti in proposito c'era tanta fiducia, a quanto sentire
per parecchio tempo, che i consiglieri di opposto parere furono ben
lieti di accampare un breve che secondo loro doveva porre rimedio a quei
vizi; ma il Consiglio del Re sospettava dell'attendibilità di quel
breve: di conseguenza si fecero grandi indagini per chiarire quel punto,
e cosa ne venisse poi fuori o non l'ho mai saputo o non lo ricordo. Ma
Vi richiamo ora queste cose affinché sappiate che la prima volta che
sentii parlare della questione, del fatto cioè che il matrimonio era
tanto contrario alla legge naturale, fu quando il grazioso Re, come
avevo preso a dirvi, me lo disse egli stesso, e mi presentò davanti la
Bibbia aperta e vi lesse le parole che inducevano Sua Altezza e molte
altre dotte persone a pensarla cosl, e mi chiese poi che cosa ne pensavo
io. Allora, pur non aspettandomi di certo che Sua Altezza avesse in ogni
modo a prendere quel punto come più o meno chiarito a seconda del mio
povero parere su una cosl grave materia, tuttavia com'era mio dovere al
suo ordine esposi quale fosse il mio pensiero sulle parole che vi
leggevo. …. e questi illustrissimi signori, non ne dubito affatto,
hanno riferito e riferiranno a Sua Altezza che non trovarono mai in me
animo o modi ostinati, ma una mente tanto aperta e compiacente quanto si
può ragionevolmente desiderare in una questione in discussione. Allorchè
in seguito Sua Altezza Reale fu informata sia da loro che da me della
mia povera opinione sul problema …. prendendo per il verso migliore la
buona volontà sulla questione, nella sua benedetta disposizione d'animo
ricorse per il proseguimento degli studi sul suo grande problema solo a
quelli la cui coscienza egli sapeva bene esser del tutto incline a
quella soluzione, e si servl di me e d'ogni altro che Sua Altezza aveva
compreso essere di differente avviso, in altri suoi affari, …..
Dunque
Tommaso Moro espresse la sua opinione al re che decise di avvalersi di
altri consiglieri nella questione ed infatti Dopo di ciò non feci
mai più nulla in proposito, non una parola ne scrissi per contrastare
la tesi di Sua Grazia, ne prima ne dopo, e nessuno lo fece per mia
istigazione, ma disponendo in pace la mia mente a servire Sua Grazia in
altre cose,,,,
Appare
chiaro dai passaggi da ultimo riportati come egli non abbia approvato la
decisione del sovrano pur continuando a servirlo con fedeltà e a
professare la sua lealtà nei suoi confronti come del resto farà sin
sul patibolo.
Un
segnale, a ben guardare, egli comunque lo ha dato nel momento in cui ha
ritenuto di non presenziare
alle nuove nozze del re.
Quello
che gli preme è di non venir meno da un lato a quanto gli detta la
coscienza e dall’altro di non venire ai suoi obblighi di fedeltà
verso il sovrano.
E
più avanti nella stessa lettera egli chiarisce che Oltre a ciò, in
varie altre occasioni mantenni una linea di condotta dalla quale, a
riparlarne, apparirebbe chiaro che mai verso il matrimonio del Re ho
avuto un atteggiamento tale da dargli comunque occasione di indignarsi
di me,… Sono io invece uno dei tanti che, sudditi fedeli di Sua
Grazia il Re, il quale è padrone del suo matrimonio, e la sua nobile
dama una reale Regina, non mormorano ne disputano pur ribadendo che….
in fede mia non ho mai sentito ne letto sulla tesi opposta nulla di così
convincente da tranquillizzarmi del tutto la coscienza; anzi, semmai me
la sentirei in gran pericolo se seguendo questa tesi dovessi negare che
li primato è stato istituito da Dio.
Tommaso
Moro, politico e
giurista esperto, ha ben compreso sin dall’inizio che non si trattava
della nullità o meno della bolla con la quale a suo tempo era stata
concessa la dispensa per le precedenti nozze della regina Caterina
ma dello scisma essendo divenuto ormai insanabile il contrasto tra il Papa
ed Enrico VIII ed infatti egli prosegue: Se noi lo negassimo,
come vi dichiarai, non riesco a capire quali vantaggi deriverebbero .da
questa negazione, perché il primato è stato per lo meno istituito dal
corpo della Cristianità, per la grande e imminente ragione di evitare
gli scismi, e corroborato con una successione continua per uno spazio di
oltre mille anni, perche tanti ne sono quasi passati dal tempo di san
Gregorio. E allora, se tutta la Cristianità è un solo corpo, non
riesco a capire come un qualsiasi suo membro potrebbe, senza il generale
consenso del corpo, staccarsi dal comune capo….mi pare nella mia
povera mente che la causa di Sua Grazia non avrebbe alcun vantaggio…E
così io, buon signor Cromwell…. Vi prego per amore di nostro Signore
di non essere tanto stanco della mia faticosa supplica da non
compiacervi di informare pienamente, per Vostra bontà, Sua
Altezza….della mia leale fedeltà…. Non posso infatti trovare nel
mio cuore altro da dire se non ciò che mi detta la mia coscienza, e
questo non ha mai prodotto nulla che potesse offendere il Re, per
ostinazione d'animo o volontà incline al male: è invece una coscienza
timorata che può turbarsi per mancanza di miglior consiglio, ma senza
mai dimenticare il mio grande dovere verso la Sua nobile Grazia, … Così
termino il mio lungo e noioso discorso, supplicando la santa Trinità di
mantenervi nella salute del corpo e dell'anima, per la grande bontà che
mi dimostrate e il grande conforto che mi date, e di ricompensarvi in
cielo. Chelsea, il 5 di marzo. Obbligatissimo Vostro Tho. More, Cav.
Dunque
al disopra di tutto viene posta la coscienza che accampa i suoi diritti.
In
effetti egli compare innanzi ai suoi giudici essendo chiaro - come
scrive alla dolce figlia Margareth nella lettera del 17 aprile
1534 - che giurare era contrario alla mia coscienza.
Il
problema non è solo religioso o politico ma attiene alla stessa libertà
dell’uomo per interessare alla fine il fondamentale diritto a non
prestare ossequio ad una legge che interferisca con la sfera interna
dell’individuo. Posta in questi termini la questione il processo a Tommaso
Moro cessa di essere un momento della storia inglese per assumere
una dimensione universale.
Nell’atto
di supremazia approvato nel novembre del 1534 era stabilito che il
re nostro sovrano, come pure i suoi eredi e successori re di questo
regno, sia riconosciuto, accettato e reputato quale solo e supremo capo
della Chiesa inglese, o Anglicana Ecclesia, sopra la terra. Il
documento prosegue conferendo al sovrano poteri illimitati per quanto
concerneva ogni aspetto della vita religiosa e gli attribuiva in
sostanza poteri sostanzialmente identici a quelli spettanti al Papa
sulla Chiesa universale.
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Nel
1535 entra in vigore l’atto sui tradimenti in virtù del quale chiunque
dolosamente -da solo od in concorso con altri con parole o con scritti
intenda, si proponga o desideri, o di fatto progetti, trami, tenti o
perpetri alcunché inteso a recare fisicamente danno alla regale persona
del Re, della Regina o dei loro legittimi eredi, od a privarli, o a
privare qualsivoglia di loro, della dignità, il titolo o gli
appellativi della loro regale condizione; o calunniosamente e
dolosamente propagandi o asseveri esplicitamente con parole o con
scritti che il Re nostro sovrano e signore è eretico, scismatico,
tiranno, fedifrago o usurpatore della corona; che dunque, a partire dal
predetto 10 febbraio [1535 n.d.a.], chiunque, da solo od in
concorso con altri, incorra in qualsiasi dei su elencati delitti….come
pure i suoi complici, conniventi, istigatori e favoreggiatori -sia
giudicato reo di tradimento; e che qualunque dei reati sopra indicati
perpetrato o commesso dopo il detto lo febbraio sia considerato,
riconosciuto e giudicato alto tradimento; e che i rei….. abbiano a
ricevere e subire la pena di morte…..nelle forme e i modi stabiliti e
consueti nei casi di alto tradimento.
I
passaggi fondamentali che porteranno Tommaso Moro sul patibolo sono
sostanzialmente due: la privazione anche della regina della dignità e
la calunniosità, tra l’altro, delle accuse al re di essere fedifrago
dalle quali si coglie appieno quali siano le motivazioni di fondo che
spingono il re e l’intera chiesa d’Inghilterra allo scisma.
Per
ben due volte nell’atto si dice che anche le parole possano integrare
gli estremi del tradimento.
Nei
confronti di Moro e del vescovo Fisher, nominato cardinale
alla vigilia dell’esecuzione durante la sua prigionia nella Torre, si
andò oltre l’atto sui tradimenti facendosi ricorso alla procedura
della proscrizione che consentiva un processo senza prove legali e ciò
per evitare che emergesse che in realtà i due non si erano macchiati di
nessun reato.
Il
28 giugno 1535 la commissione di inchiesta dell’alta corte di
giustizia dichiarò legittima l’accusa nei confronti dell’ex
cancelliere e lo rinviò a giudizio per il 1 luglio.
L’atto
di accusa si conclude con una condanna anticipata: Per questi
motivi, la predetta Commissione inquirente dichiara che <<il
sunnominato Tommaso Moro perfidamente, proditoriamente e dolosamente ha
di fatto progettato, tramato, tentato e perpetrato di privare
interamente il predetto serenissimo Re nostro sovrano dei suddetti
dignità, titolo e appellativo della sua regale condizione -e cioè
della sua dignità, titolo e appellativo di capo supremo della Chiesa
inglese sopra la Terra -a manifesto spregio dello stesso Re e sovrano e
detrimento della sua regale corona, contro la forma e gli effetti dei
predetti Statuti e contro la pace dello stesso Re e sovrano>>.
All’epoca
si partiva dal presupposto della colpevolezza dell’imputato, gli si
negava l’assistenza di un difensore o di portare prove a suo discarico
e di prendere visione di cosa era accusato, fatto questo che apprendeva
solo con la lettura dell’imputazione. Quanto all’indipendenza dei
giudici erano prassi costante le pressioni perché emanassero verdetti
graditi al re.
Quanto
fossero indipendenti i giudici lo dimostra questo passo della Paris
News Letter uno dei resoconti dell’epoca: Messer Tommaso Moro,
già Lord Cancelliere d'lnghilterra, venne condotto il lo luglio 1535
davanti ai giudici delegati dal re. E dopo che in sua presenza venne
data lettura delle imputazioni e delle allegazioni a suo carico, il Lord
Cancelliere e il duca di Norfolk gli si rivolsero con queste parole: «Messer
Moro, vedete bene che siete colpevole di un grave delitto di lesa Maestà;
tuttavia, la generosità e la clemenza del re sono tali da indurci a
confidare che, se vorrete pentirvi e ritrattare la caparbia opinione
(emerge qui ancora una volta come quello attribuito a Tommaso Moro fosse
un reato di opinione) in cui avete così temerariamente persistito,
potrete ottenere il suo grazioso perdono».
Per
quanto è dato dedurre dagli atti e dai resoconti che ci sono pervenuti
la linea di difesa che Moro assunse fu quella di rivendicare il primato
della coscienza per cui ognuno deve scegliere tra l’osservanza della
legge di Dio e quella degli uomini.
Risposi
che secondo la mia coscienza, quello era un caso in cui io non ero
tenuto a obbedire al sovrano, dal momento che qualunque cosa ne
pensassero gli altri (la cui coscienza e dottrina io non volevo
condannare ne pretendevo di giudicare) per la mia coscienza la verità
sembrava stare dall'altra parte. E la mia coscienza in materia io non me
l'ero formata precipitosamente o alla leggera, ma attraverso un lungo
arco di tempo e un minuzioso esame della questione.
L’offerta
del perdono rientrava nella prassi giudiziaria dell’epoca e ad essa
Moro rispose «Signori
vi ringrazio di cuore della vostra benevolenza. Tuttavia, prego Dio
Onnipotente che voglia man- tenermi fermo in questa mia giusta opinione
cosi che io possa perseverarvi fino alla morte. Quanto ai reati di cui
mi fate carico, i capi d'imputazione sono cosi lunghi e prolissi che io
temo che, anche a causa della lunga incarcerazione e della grave
malattia e spossatezza di cui soffro attualmente, non avrò ne
prontezza, ne memoria, ne voce atte a darvi delle risposte esaurienti ».
La
vicenda del divorzio è stata la causa principale della condanna a morte
dell’ex cancelliere dal momento che l’atto sulla supremazia ne
costituisce la naturale e logica conclusione.
In
effetti essa sorge in un momento nel quale Moro non riveste
ancora la carica di cancelliere, come egli stesso scrive in una lettera
del 1534 diretta a Cromwel. Il primo colloqui sul punto risale al
settembre del 1527 al ritorno da un’ambasceria a Calais dove si era
recato al seguito del Cardinale Wolsey, suo predecessore nella
carica.
Apparentemente
questo primo colloquio, al pari di altri che seguiranno, si conclude in
una maniera che non lascia presagire il drammatico epilogo della
vicenda: Enrico VIII aprì la Bibbia e lesse i passi che, a suo avviso,
confortavano la sua tesi ottenendo questa risposta, stando alla lettera
a Cranmer, Allora io, pur non essendo certo così presuntuoso da
credere che Sua Altezza dovesse prendere il mio povero giudizio in una
materia tanto grave a prova della fondatezza o meno di quella tesi,
tuttavia, ritenendo mio dovere ubbidirgli, gli esposi il mio pensiero
sui passi che mi aveva fatto leggere. Sua Altezza ascoltò benevolmente
quella mia improvvisata e non approfondita risposta, e mi ordinò di
consultarmi con messer Fox da poco nominato suo Elemosiniere, e di
leggere con lui un libro che si stava allora scrivendo sull'argomento.
Quanto
al merito della questione egli, due anni dopo, ebbe modo di precisare di
non avere titolo per esprimersi sul punto dato che si trattava di un
ordinario processo canonico.
Questa
precisazione da parte di un esperto giurista, quale era Moro, chiarisce
il perché il divorzio costituisca l’antecedente dell’atto di
supremazia.
Visto
il continuo tornare sul punto da parte del re Tommaso Moro, che
nel frattempo era divenuto cancelliere, si tenne al difuori della
questione non ritenendo di poter mutare avviso come testimonia
quest’altro passaggio della lettera a Cromwel Da allora, io non ebbi più alcuna parte nella questione;
nè mai ho scritto nè prima nè dopo una sola parola in argomento che
fosse contraria alla tesi di Sua Grazia, ne ho mai istigato alcuno a
farlo; ed anzi, disponendomi con tranquillità d'animo a servire Sua
Grazia negli altri compiti da lui affidatimi, non ho più voluto neppure
guardare o tenere scientemente davanti a me nessun libro della tesi
contraria, non facendo invece nessuna difficoltà a leggerne vari altri
che vennero scritti a favore della sua tesi.
Davanti
alla Corte Tommaso Moro ritiene di doversi difendere unicamente
sul punto del silenzio da lui tenuto dichiarando: E in primo luogo
-quanto all'accusa che, interrogato da monsignore il Segretario del re e
dall'onorevole Consiglio di Sua Maestà su quel che io pensassi di
quello Statuto, non ho voluto rispondere se non che, essendo ormai morto
al mondo, non pensavo piu a quelle cose ma soltanto alla Passione di Gesù
Cristo - io vi dico che per quel mio silenzio il vostro Statuto non può
condannarmi a morte: perché ne il vostro Statuto ne alcun'altra legge
al mondo può condannare qualcuno se non per le sue parole o i suoi
atti, e non per il suo silenzio.
Non
essendogli stato mai contestato di avere cercato di fare proseliti o di
avere mai incitato alcuno ad assumere posizioni contrarie a quelle del
re appare chiaro che quello che si intendeva fare era negargli, in
ragione della propria notorietà, il proprio diritto al dissenso che,
però, non si era mai tradotto in azioni o in parole restando confinato
nel chiuso della propria coscienza.
Lo
dimostra la lettura del passo seguente nel quale si legge che E,
conclusi, ormai ho decisamente allontanato dalla mia mente tutte quelle
questioni e non ho alcuna intenzione di rimettermi a discutere sulle
prerogative del re o su quelle del papa; e tuttavia sono e sarò sempre
un suddito fedele del re, e ogni giorno prego per lui e per tutti i
suoi, e per tutti voi che formate il suo nobile Consiglio, e per tutto
il suo regno. E quanto al resto, non desidero piu in alcun modo
occuparmene. Messer Segretario replicò che era convinto che il re non
si sarebbe ritenuto pago e soddisfatto di una simile risposta, e che non
avrebbe mancato di esigerne una piu precisa [...].E quanto all'oggetto
del loro interrogatorio, ripetei più o meno quel che avevo già detto:
che avevo fatto proposito con me stesso di non dedicarmi ne mischiarmi
più alle cose del mondo, e che d'ora in poi il mio unico pensiero
sarebbe stato la Passione di Cristo e il mio passaggio da questa terra.
Aggiungendo: io vi dico che, in materia di coscienza, il suddito
leale è tenuto, più che a ogni altra cosa al mondo, alla propria
coscienza e alla propria anima: sempre che la sua coscienza, come la
mia, non sia promotrice di diffamazione o di sedizioni contro il suo
principe: ed io vi assicuro che la mia coscienza io non l'ho rivelata a
persona vivente.
Addirittura
egli rivendica questo suo diritto inizialmente con la prediletta figlia Margareth
scrivendole quei punti non li posso trattare senza svelare la
mia coscienza.
7
Per giungere alla
condanna si ricorse alla falsa testimonianza.
Nel
momento di maggior debolezza per Tommaso Moro e cioè nel momento
in cui egli viene privato dei libri, dopo gli era stata preclusa la
possibilità di vedere i suoi, si fece in modo da far entrare nelle sua
cella Richard Rich il quale cercò di farlo cadere in trappola
fingendo di intrattenere con il prigioniero una conversazione sui poteri
del re e sull’atto di supremazia. Il contenuto di questa conversazione
venne riferito ai giudici in maniera distorta. Riferisce sul punto John
Roper, genero dell’imputato per averne sposato la figlia Margareth
ed autore della prima sua biografia: Allora, per provare ai
giurati che sir Tommaso Moro era colpevole di tradimento, fu
chiamato messer Rich perche ne rendesse testimonianza sotto
giuramento. Egli lo fece; ma, a confutazione delle sue parole, sir Tommaso
Moro dichiarò: «Signori, se io fossi un uomo che dà poco peso a
un giuramento, voi lo sapete, non sarei costretto a trovarmi qui, ora,
in questo processo, sul banco degli accusati. E se il vostro giuramento,
messer Rich, risponde a verità, allora io prego Dio che mi sia
negato in eterno di contemplare il Suo volto: ciò che altri- menti non
direi, dovesse valermi la conquista del mondo ». Poi, riferii alla
Corte tutta la conversazione avuta con Rich alla Torre, cosi come
si era svolta realmente.
Questo
è il resoconto fatto, appunto da Roper che aggiunge: Qualche
tempo dopo. messer Rich (piu tardi lord Rich). che era stato da
poco nominato Procuratore generale. sir Richard Southwell e un
certo messer Palmer, uomo di fiducia del Segretario [Cromwell],
furono mandati da sir Tommaso Moro alla Torre con l'incarico di
togliergli i lihri." E mentre sir Richard Southwell e messer
Palmer erano occupati a radunarli. messer Rich. mostrando
di voler conversare amichevolmente con sir Tommaso Moro. ma in realtà
obbedendo a un suo piano ben preciso, in via di discorso gli disse:
-Dato che voi, messer Moro, siete universalmente conosciuto per
la vostra saggezza e la vostra cultura, profondissima sia nelle leggi
del nostro paese che in ogni altro campo, permettetemi di essere cosI
ardito da osare di sottoporvi questo quesito: supponendo che per un Atto
del Parlamento tutta la nazione dovesse riconoscermi re, voi, messer
Moro, non mi riconoscereste quale vostro sovrano? -SI, signore -rispose
sir Tommaso Moro -vi riconoscerei senz'altro. -Allora -continuò
messer Rich -vi proporrò un altro caso: che per un Atto del
Parlamento tutta la nazione dovesse riconoscermi papa. In tal caso voi,
messer Moro, non mi riconoscereste come papa? -In risposta aI-
vostro primo quesito, signore, -precisò sir Tommaso Moro -vi dirò
che il Parlamento è nel suo diritto a intromettersi nelle questioni che
riguardano il potere politico dei principi; ma in risposta al vostro
secondo quesito, a mia volta ve ne proporrò un altro. Supponete che il
Parlamento stabilisca per legge che Dio non sia Dio. In tal caso, voi,
messer Rich, dichiarereste che Dio non è Dio? -No, signore -fu
la sua risposta -non lo farei, perché nessun Parlamento ha il potere di
emanare una legge simile.-E neppure -replicò sir Tommaso Moro
avrebbe il potere di costituire il re capo supremo della Chiesa.
Quest’ultima
parte, stando a quanto risulta dalle fonti, venne aggiunta da Rich,
che in seguito venne ricompensato con il titolo di lord, provocando la
reazione dell’accusato della quale si è detto a fronte di quella che
nella forma e nella sostanza era una vera e propria falsa testimonianza.
La
deposizione resa da Rich non trovò conferma in quelle rese dagli
altri presenti i quali, con varie sfumature, dichiararono di non avere
prestato attenzione a quanto si erano detti i due..
Venne
quindi chiamata la giuria che in breve tempo emise il verdetto.
8
A
questo punto la procedura vigente all’epoca avrebbe voluto che si
fosse data la parola all’accusato perché potesse portare elementi a
sua discolpa. Il Lord Cancelliere, desideroso di chiudere tutto in
fretta stava già pronunciando la sentenza quando fu interrotto da Tommaso
Moro il quale dichiarò: Vedendo che (Dio sa in qual modo) avete
deciso di condannarmi, desidero adempiere alla mia coscienza e dire
chiaro e aperto il mio pensiero riguardo la mia incriminazione e il
vostro Statuto. L 'incriminazione è basata su un Atto del Parlamento
che contrasta direttamente con le leggi di Dio e della sua Chiesa, in
quanto la suprema giurisdizione della Chiesa o di una sua parte non può
venire avocata a se, con nessuna legge, da nessun principe temporale,
appartenendo di diritto alla Sede di Roma per quel primato spirituale
trasmesso per singolare privilegio a san Pietro e ai suoi successori, i
vescovi di quella Sede, dalla parola stessa di Cristo nostro Salvatore
al tempo della Sua presenza su questa terra. Esso manca dunque di
fondamento giuridico per far incriminare un cristiano da parte di altri
cristiani. E a prova di ciò, fra altre argomentazioni e citazioni,
spiegò che il regno d'lnghilterra, non essendo che una piccola parte e
un singolo membro del corpo della Chiesa, non può promulgare una legge
particolare in contrasto con la legge generale della Chiesa cattolica,
l'uni- versale Chiesa di Cristo…… E ancora disse che tutto ciò era
contrario alle leggi e agli Statuti del nostro paese -che mai erano
stati abrogati -come si può chiaramente rilevare nella Magna Charta, là
dove sta scritto: «Quod Ecclesia Anglicana libera sit et habeat omnia
iura sua integra et libertates suas illaesas»; e che per di piu era in
contrasto col sacro giuramento con cui il re, come ogni altro principe
cristiano, si impegna solennemente all'atto dell'incoronazione. E
aggiunse inoltre che il regno d'lnghilterra non potrebbe mai rifiutare
obbedienza alla Sede di Roma, così come un figlio non può rifiutare
obbedienza al proprio padre naturale.
Le
fonti delle quali disponiamo (tra tutte il racconto del genero J. Roper
e la Paris News Letter) concordano sul punto, salvo che su qualche
dettaglio di poco conto, per cui possiamo ritenere attendibile la
ricostruzione delle dichiarazioni di Tommaso Moro.
E’
evidente che questi ha abbandonato la linea del silenzio che aveva
seguito sino a quel momento.
Ormai
il suo destino è certo. La volontà divina gli è chiara e non v’è
più ragione di persistere nell’atteggiamento tenuto sino a quel
momento.
Con
grande serenità egli si rivolse ai suoi giudici per l’ultima volta
dicendo loro: No, signori, non ho più niente da aggiungere se non
che come si legge negli Atti degli Apostoli -san Paolo era presente e
consenziente alla morte di santo Stefano ed ebbe in custodia le vesti di
coloro che lo lapidavano: eppure ora sono entrambi santi in Paradiso, e
lassù saranno amici per sempre. Cos{, io fermamente confido - e con
tutto il cuore lo chiederò nelle mie preghiere -che, benché voi,
monsignori, siate qui in terra i giudici della mia condanna, possiamo un
giorno ritrovarci tutti insieme nella gioia del Paradiso, per la nostra
eterna salvezza. E allo stesso modo io prego Dio Onnipotente di
proteggere e difendere la Maestà del re e di concedergli il suo buon
consiglio. Sin sul patibolo egli ebbe parole di ossequio verso il
sovrano
Allorchè
il duca di Norfolk gli contestò che con tali parole egli dava la prova
del suo dolo Moro rispose:-No, no è la pura e semplice
necessità che mi impone di parlare cosi a lungo, per adempiere alla mia
coscienza. E ne chiamo Dio a testimone, il cui sguardo, e solo il suo,
sa penetrare nel profondo del cuore degli uomini. Del resto, non è
tanto per questa Supremazia che voi esigete il mio sangue, quanto perché
non ho voluto consentire al matrimonio del re.
Tommaso
Moro intese riaffermare
da un lato il primato del Papa e con esso l’unione con la Chiesa
romana ponendo in risalto come anni di studio del problema lo avessero
condotto alla conclusione che nulla autorizzava a ritenere che il re
potesse invadere sfere non sue e dall’altro quali fosse la causa prima
della sua condanna.
Tuttavia
egli rimase sino all’ultimo fedele al suo re e ritenne che nulla
autorizzasse il venir meno all’obbligo di fedeltà cui era tenuto ogni
suddito ed evitò sempre di fare o dire qualsiasi cosa che potesse
suonare incitamento, diretto od indiretto, a violare tale obbligo.
9
Rispose
ai suoi inquisitori gli chiedevano perché, visto che mi era
indifferente continuare a vivere, come avevo affermato, non dichiarassi
apertamente che lo Statuto era illegale. In ciò era implicito che,
nonostante le mie dichiarazioni, io avevo paura della morte. Quindi
risposi, secondo verità, che non ero un uomo di cosi santa vita da
potermi offrire arditamente alla morte, senza temere che Dio, per punire
la mia presunzione, potesse permettere ch ' io mi arrendessi. Ed era per
questo che non avanzavo, ma indietreggiavo. Ma che se fosse Dio stesso a
chiamarmi, mi sarei affidato alla Sua grande misericordia per ottenere
la grazia e la forza necessarie. (lettera del 3 giugno 1535 alla
figlia Margareth
Non
è possibile comprendere il comportamento di Tommaso Moro nella
vicenda che lo condusse sul patibolo se non leggendo il libro che egli
scrisse allorché era già detenuto nella Torre e che rimase incompiuto
allorché gli furono tolti i libri e i mezzi di scrittura: Nell’orto
degli Ulivi il cui sottotitolo è Expositio passionis domini.
In
tale opera egli ripercorre la passione del Cristo e dice quale debba
essere l’atteggiamento del cristiano dinanzi alle persecuzioni ed alla
morte.
Ma
qui forse qualcuno potrebbe obiettare che ci si stupisce non tanto che
Egli abbia potuto provare
quei sentimenti, quanto che l'abbia voluto. Proprio Lui, che aveva
insegnato ai discepoli a non temere coloro che possono uccidere il corpo
, ma oltre a ciò non hanno alcun potere, proprio Lui ora se ne mostrava
atterrito, benché sapesse che nessun potere i suoi nemici avrebbero
avuto sul suo corpo se non fosse stato Lui stesso a permetterlo? ….
Proprio Lui, che in tutte le altre cose, prima che con le parole aveva
insegnato con l'esempio, non avrebbe dovuto farsi modello agli altri
soprattutto in questo frangente, perché imparassero da Lui a subire
intrepidamente la morte in nome della verità ? Con quella sua debolezza
dava invece un pretesto a quanti avessero esitato e vacillato da- vanti
alla morte per la fede, autorizzandoli a sentirsi giustificati
dall'esempio del loro stesso Maestro….Egli non chiedeva loro di non
averne affatto, ma di non averne in misura tale da fuggire la morte che
dura un solo istante per precipitare, rinnegando la fede, nella morte
eterna. …..Così il nostro Salvatore Cristo, anche se ci comanda
-quando sia ciò inevitabile -di essere pronti a morire piuttosto che
separarci da Lui per paura della morte (e ci separiamo da Lui se ne
rinneghiamo pubblicamente la fede), tuttavia è tanto lontano dal
comandarci di far violenza alla natura e di non temere affatto la morte,
che, quando ciò sia possibile senza tradire la - fede, ci dà facoltà
di fuggire il supplizio: Quando vi perseguiteranno in una città -dice
-fuggite in un'altra. In virtù di questo indulgente consiglio di
ragionevole prudenza del nostro Maestro, quasi nessuno degli Apostoli,
quasi nessuno dei più illustri martiri nel corso dei secoli, non preferì
in qualche caso salvarsi la vita preservandola, con grande vantaggio
spirituale proprio e di altri, fino a quando non venne il momento che
Dio, nella sua arcana provvidenza, ritenne opportuno.
L’ulteriore
passaggio del pensiero di Tommaso Moro, quello che lascia comprendere le
ragioni che lo determinarono ad esplicitare il suo pensiero e ad
abbandonare la linea di condotta tenuta sino a quel momento è
costituito dal richiamo di alcuni brani di Paolo di Tarso. Eppure,
proprio Paolo, questo fortissimo atleta che la speranza e l'amore di
Cristo avevano portato alla certezza del premio celeste, tanto da dire
« Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa [...] .Ed
ora mi attende la corona della gloria »; e che desiderava così
intensamente quella corona da dire: « Per me il vivere è Cristo e il
morire un guadagno » e « Non desidero che di essere sciolto dal corpo
per essere con Cristo » proprio quello stesso Paolo si destreggiò,
ricorrendo prima al tribuno romano e appellandosi poi all'imperatore,
per sfuggire una prima e una seconda volta alle insidie dei giudei; mise
in campo la propria cittadinanza romana per liberarsi dal carcere; si
fece calare lungo le mura entro una cesta per sottrarsi alle mani
sacrileghe del re Areta……Che il suo fortissimo animo non sia stato
immune dalla paura lo dice Paolo stesso scrivendo ai Corinzi: « Da
quando sono giunto in Macedonia, non ho conosciuto tregua, ma ho patito
sofferenze di ogni genere: battaglie all'esterno, timori al di dentro ».
E in un'altra lettera: « Sono venuto in mezzo a voi con la mia fragilità
e con molto timore e trèpidazione ». E ancora: « Non voglio che voi,
fratelli, ignoriate le immense difficoltà che ho incontrate in Asia,
dove sono stato provato al di sopra delle mie forze, tanto che non
desideravo più vivere »
La
conclusione del pensiero di Moro e, dunque, la spiegazione conclusiva la
si rinviene nel passo, sempre dell’Expositio passionis domini nel
quale dice lasciò che si rialzassero (gli armati venuti a
catturarlo) perché potessero compiere ciò che Egli permetteva che
fosse compiuto.
Ormai
Tommaso Moro è certo di conoscere la
volontà divina e l’accetta.
Ormai
egli è certo che è stato Dio stesso a chiamarlo e si affida alla sua
misericordia per ottenere la forza e la grazia necessarie come ebbe a
scrivere il 3 giugno alla figlia esprimendo Il senso dell’abbandono
alla volontà divina: sarei addolorato se la mia attesa dovesse
protrarsi oltre domani, che è la vigilia di San Tommaso e l'Ottava di
San Pietro, perché io desidero ardentemente andare a Dio in un giorno
così propizio e adatto per me.
La
data alla quale Moro fa riferimento è quella dell’anniversario della
traslazione della spoglie di Tommaso Becket l’arcivescovo fatto
assassinare da un altro re di nome Enrico del quale era stato ministro.
Al
termine del processo che aveva affrontato chiedendo Dammi la grazia,
Signore di non dare più ascolto alle voci del mondo egli si
congedò dai suoi giudici augurando loro di trovarsi tutti insieme a
far festa in Paradiso.
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