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Il
tempo giubilare volge verso la fine e lascia nel cuore di ogni cristiano
un sentimento agrodolce di gioia e di amarezza,di gioia per i
“magnalia” del Giubileo e per le tante storie di conversione,
di fede,speranza e carità autenticamente
rinnovate,di amarezza per le occasioni di grazia sprecate,per i
progetti di bene incompiuti,per le voci di sofferenza inascoltate,per la
pervicace sordità delle nostre orecchie,per l’ostinata durezza del
nostro cuore,per la nostra inguaribile indocilità alle mozioni dello
Spirito.
Come rimediare a tale stato che impedisce alla nostra
gioia di essere piena,di quella pienezza e sovrabbondanza promessa da
Gesù,che impedisce al Papa,alla Chiesa italiana,alla comunità
nazionale di godere della gioia piena del grande Giubileo?
I ripetuti e accorati appelli del Romano Pontefice
per un provvedimento di
clemenza in favore dei detenuti non hanno trovato l’eco sperata né
tra gli uomini politici affannati
nelle loro beghe personali e pre-elettorali e sempre più avvinti dalla
logica di un potere senza etica e senza ideali che tutto macina e
strumentalizza nell’orgia del contingente,né tantomeno presso
l’opinione pubblica sempre più esasperata per il dilagare della
piccola e grande criminalità e impaurita dai recentissimi attentati
terroristici,sempre meno disposta ad interrogarsi sulle vere cause di
tale criminalità e sul grado di corresponsabilità della comunità
nella produzione dei fenomeni devianti,sempre più suggestionata e
illusa delle ideologie demagogiche della
“sicurizzazione”pubblicitaria a basso costo emotivo,sempre meno
disposta a coltivare sentimenti riconciliativi e soprattutto a
impegnarsi in concreti e faticosi gesti di perdono.
In tale situazione anche se tutti gli italiani
venissero ora folgorati sulla via di Damasco e ingranassero la quinta
con la Ferrari di Schumacher,mancherebbe comunque il tempo tecnico
per arrivare entro il 6 Gennaio,sicchè sembra certo che la
mancata “perdonanza” ai detenuti resterà come una ferita nel cuore
del grande Giubileo e in quello dell’anziano pontefice,con
l’aggravante di essere inferta da uno Stato a maggioranza(?)cattolica
che ospita la sede di Pietro e che ha dato i natali a Cesare Beccaria.
Ma quella dei detenuti non è l’unica grave ferita
“aperta” nel corpo del Giubileo.
Un’altra ferita non meno grave è il mancato
Giubileo degli operatori della Giustizia(giudici,avvocati e personale
addetto alla amministrazione della giustizia).
E’ vero che i magistrati italiani in margine al
congresso dell’A.N.M. furono ricevuti dal Papa nell’aula Nervi in un
clima di significativa partecipazione e di forte emozione(almeno per
coloro che la vissero al di là dell’etichetta),ma si trattò di un
evento “collaterale”non certo del Giubileo dei giudici adeguatamente
preparato da un cammino di conversione personale,professionale e
istituzionale,tantochè all’alto e profondo messaggio del Papa seguì
uno strascico di polemiche condite con la salsa della cronaca
giudiziaria del momento e non mi pare che da allora la magistratura
italiana si sia impadronita dello spirito giubilare.
E se Atene piange,Sparta non ride: non mi risulta
infatti che,al di là di qualche significativa iniziativa a carattere
locale, la classe forense sia riuscita a celebrare diversamente il
Giubileo,ricordando di avere come santi patroni Ivo di Bretagna e Nicola
di Mira (a differenza dei magistrati che invece di santi protettori sono
almeno ufficialmente sprovvisti).
Tale mancanza è tanto più grave ove si consideri
che la maggior parte delle altre categorie (i militari,gli artisti,gli
uomini di spettacolo,gli sportivi, gli agricoltori,i giornalisti,gli
operatori sanitari,i docenti universitari, i politici etc.),nonostante
la crisi di legittimazione morale e sociale che non risparmia oggi
alcuna categoria,hanno trovato la forza associativa,non disgiunta da
calcoli di convenienza politica e da vanità di passerelle vaticane,per
autorappresentarsi nel
contesto delle celebrazioni giubilari,per cercare di trarne nuova linfa
spirituale e morale,per interrogarsi sul significato profondo del
proprio mestiere,per trovare uno spazio pubblico nuovo in cui
rilegittimarsi.
Gli operatori della giustizia, troppo oberati da
montagne di carte e forse appesantiti da colpe nevrosi e affanni,non
hanno trovato tale forza,né al livello delle singole
categorie(magistrati,avvocati,personale amministrativo),né tantomeno
come unica categoria che, pur nella diversità dei ruoli e nella
confliggenza di certi interessi, è accomunata dal medesimo servizio
alla Giustizia e dalla comune aspirazione al retto ed efficiente
funzionamento di essa.
Le cause di tale deficienza affondano le loro radici
nello stato lacrimevole in cui versa l’amministrazione della giustizia
nel nostro Paese,nella grave disunione delle sue componenti fondamentali
e dovrebbero indurre una profonda riflessione che sappia penetrare il
cuore dei problemi oltre l’epidermide del chiacchericcio giornalistico
e della disputa di potere.
L’ineffettività della tutela giurisdizionale dei
diritti,la lunghezza biblica dei processi,l’uso distorto di taluni
istituti processuali,l’incertezza ed inefficacia delle pene,lo stato
di grave disfunzione organizzativa e di arretratezza tecnologica di
molti uffici giudiziari,i cattivi esempi offerti da uomini
rappresentativi nella sostanziale acquiescenza di una maggioranza
silenziosa e pavida sono tutti fattori che- unitamente ad un decadimento
dell’etica pubblica e dello spirito di servizio nonché
ad una campagna “interessata”volta a screditare e
delegittimare - hanno precipitato a livelli inimmaginabili il prestigio
e la credibilità delle istituzioni giudiziarie e hanno pressocchè
distrutto il sentimento di fiducia dei cittadini nella Giustizia.
La recente indagine demoscopica che ha stimato
intorno al 10% gli italiani che ancora credono nella giustizia può
semmai peccare per eccesso,dovendosi su tale residua percentuale fare la
tara di coloro che sono “costretti”, per ragioni di ufficio o di
parentela o di pagnotta, a dire di crederci,ma sono forse quelli che ci
credono di meno,giacchè la realtà giudiziaria la conoscono e la vivono
dal di dentro.
L’oscuramento della giustizia nella vita e nella
coscienza di un popolo è un fatto tragico ed esiziale,senza fiducia
nella giustizia nessuna comunità può vivere e tantomeno
prosperare,senza la giustizia la società si trasforma in quella giungla
dell'homo homini lupus di cui Hobbes aveva sacrosanto orrore, senza la
giustizia e la fiducia in essa la democrazia degenera in un cinico
esercizio di potere,in un farsesco procedurismo ad uso dei prepotenti e
degli illusionisti.
Cosa fare in tale desolante situazione per non cedere
allo scoramento,alla rassegnazione,al fatalismo?
Cosa fare per vivere gli ultimi scampoli del
Giubileo,ascoltando lo Spirito Consolatore che fa nuove tutte le cose?
Personalmente
ho riflettuto che quando si è con l’acqua alla gola ed a corto di
tempo solitamente si chiede una proroga.
Mi sono allora chiesto e vi chiedo: perché non
chiedere con una supplica al Santo Padre una proroga del tempo giubilare
magari fino a Pentecoste del 2001?
Mi rendo conto dell’arditezza, tardività e forse
“irragionevolezza” della proposta,ma non è vero che “semel in
anno(anche giubilare) licet insanire” e che senza un pizzico di follia
non si è mai cambiato il mondo?
In realtà credo
che tale idea sia assistita da buone ragioni e presenti il rischio al più
di fare un buco nell’acqua,di fronte ad una risposta tra il “rien ne
va plus” e il “non possumus”,ma non mi pare che qui il tentare possa in alcun modo nuocere,essendo in ogni caso
un segno di affezione al Giubileo ed un comportamento da “operai
dell’ultima ora” che il Padrone non rifiuta,anzi remunera alla
stessa stregua degli altri.
Tali buone ragioni possono risiedere sia nei
significati che un prolungamento del Giubileo potrebbe assumere sia
nelle utilità che se ne potrebbero conseguire.
Tra i
significati positivi possono immaginarsi :
il valore dell’invocazione quasi abramitica della
pasienza e della misericordia “prolungata” di Dio Padre che va oltre
il tempo stabilito,che concede un supplemento di tempo e di grazia di
fronte alla lentezza,durezza e cecità degli uomini tardi e incapaci a
comprendere il dono del Giubileo;
il valore di un ponte temporale che simbolicamente
colleghi come un grande arcobaleno il secondo con il terzo
millennio,superando la nota querelle da “fin de siecle” e
proiettando più profondamente il Giubileo nella nuova era che si
annunzia;
il valore della festa pentecostale come tappa
conclusiva del cammino giubilare,in cui la Chiesa,uscita dal
“cenacolo” del giubileo,possa celebrare ed esaltare la “missio ad
gentes” per una nuova evangelizzazione del mondo.
Tra le utilità
si possono preventivare:
l’offerta di un’ulteriore chance a quegli
Stati,come quello italiano,che non hanno compiuto l’auspicato gesto
clemenziale in favore dei detenuti,concedendo tempo e possibilità di
maturazione alle iniziative in tal senso (in Italia ad esempio quella
recentissima dei senatori a vita), esercitando così un maggiore
pressing psicologico sulla classe politica e sull’opinione pubblica ed
escogitando soluzioni che concilino la perdonanza ai detenuti con i
sentimenti di giustizia e di sicurezza dei cittadini ( ad esempio un
indulto condizionato ad atti riparativi in favore delle vittime dei
reati);
l’offerta di un’ulteriore possibilità a quelle
categorie ed a quelle persone che, per svariati motivi ( mancanza di
tempo,di energie fisiche,di forza morale,affanni della vita,lontananza
dai luoghi giubilari,cause contingenti etc.), non hanno potuto o saputo
celebrare e vivere il Giubileo,consentendo così agli “operai
dell’ultima ora” di rimettersi in carreggiata;
l’offerta di un tempo ulteriore agli operatori del
mondo giudiziario,affinchè possano testimoniare che la canna della
giustizia sebbene incrinata non si è spezzata,che il comignolo
fumigante della fiducia e della speranza nella giustizia non si è
spento,affinchè intraprendano un cammino unitario di conversione
personale e collettiva che potrebbe culminare in una celebrazione
eucaristica comune nella Settimana Santa del 2001 in cui meditare il
mistero di Cristo ingiustamente detenuto,condannato e messo a morte e
misurare i propri mali e le proprie responsabilità nella luce di tale
mistero,affinchè celebrino il Giubileo della Giustizia avvolti nel
manto cantato da Isaia, senza del quale non è possibile celebrare
degnamente il Giubileo più
impegnativo della Carità a cui tutti siamo tenuti.
Mi rendo conto che tutto questo possa sembrare una
fola di fine anno o il funanbolismo di un visionario,a distanza di una
settimana dall’Epifania.
Ma
se in una settimana il Padreterno ha creato il mondo,se in una settimana
il Suo Divin Figliolo lo ha redento con la sua passione,morte e
resurrezione,non potrà la Chiesa, che ne è il Corpo mistico,fare il
miracolo in “zona Cesarini”,non potrà mettere nella calza della
befana-al posto dei “carboni” di un carcere sovraffollato e
degradante in cui è covato il risentimento sociale
e di un mondo giudiziario divenuto arena di conflitti e opificio
di carte in cui raramente si esercita l’ars boni et aequi- non potrà
mettere “l’imprevisto” e “l’inaudito” di una proroga
giubilare “mirata” e della speranza di un possibile repechage anche
per gli “operai dell’ultima ora”?
D’altronde la storia dei Giubilei insegna che il
dato temporale non ha costitutito una scanzione rigida e inderogabile,al
contrario la scelta dei tempi giubilari ha seguito criteri di variabilità
e adattabilità alle esigenze anche contingenti dei diversi momenti
storici.
E tale storia insegna anche che il primo Giubileo
neotestamentario fu indetto nel marzo del 1300 dal tanto vituperato
Bonifacio VIII,sotto la pressione del popolo romano che,nel clima
penitenziale e catartico del Medioevo cristiano,invase la Basilica di
San Pietro,invocando benefici e indulgenze.
Chissà
che non si riesca,sfruttando i “mirifica” di Internet e delle
mailing-list,a mettere insieme un gruppo di persone di buona volontà,consapevoli
del triplice munus sacerdotale,profetico e regale dei christifideles,un
pusillus grex di “razza” che faccia autorevolmente propria
l’iniziativa,la diffonda tra i mass-media e la inoltri “real time”
alle competenti Autorità vaticane.
La vida
es sueno cantava Calderon de la Barca e a volte nella vita se ci si
crede i sogni possono diventare realtà.
Auguri di Buon Natale 2000 e di Felice Anno 2001
Nicola Mazzamuto,
magistrato palermitano
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