TEMPO GIUBILARE: DUE RIMPIANTI

di Nicola Mazzamuto

Il tempo giubilare volge verso la fine e lascia nel cuore di ogni cristiano un sentimento agrodolce di gioia e di amarezza,di gioia per i  “magnalia” del Giubileo e per le tante storie di conversione, di fede,speranza e carità autenticamente  rinnovate,di amarezza per le occasioni di grazia sprecate,per i progetti di bene incompiuti,per le voci di sofferenza inascoltate,per la pervicace sordità delle nostre orecchie,per l’ostinata durezza del nostro cuore,per la nostra inguaribile indocilità alle mozioni dello  Spirito.

Come rimediare a tale stato che impedisce alla nostra gioia di essere piena,di quella pienezza e sovrabbondanza promessa da Gesù,che impedisce al Papa,alla Chiesa italiana,alla comunità nazionale di godere della gioia piena del grande Giubileo?

I ripetuti e accorati appelli del Romano Pontefice per un  provvedimento di clemenza in favore dei detenuti non hanno trovato l’eco sperata né tra gli uomini politici  affannati nelle loro beghe personali e pre-elettorali e sempre più avvinti dalla logica di un potere senza etica e senza ideali che tutto macina e strumentalizza nell’orgia del contingente,né tantomeno presso l’opinione pubblica sempre più esasperata per il dilagare della piccola e grande criminalità e impaurita dai recentissimi attentati terroristici,sempre meno disposta ad interrogarsi sulle vere cause di tale criminalità e sul grado di corresponsabilità della comunità nella produzione dei fenomeni devianti,sempre più suggestionata e illusa delle ideologie demagogiche della “sicurizzazione”pubblicitaria a basso costo emotivo,sempre meno disposta a coltivare sentimenti riconciliativi e soprattutto a impegnarsi in concreti e faticosi gesti di perdono.

In tale situazione anche se tutti gli italiani venissero ora folgorati sulla via di Damasco e ingranassero la quinta con la Ferrari di Schumacher,mancherebbe comunque il tempo tecnico  per arrivare entro il 6 Gennaio,sicchè sembra certo che la mancata “perdonanza” ai detenuti resterà come una ferita nel cuore del grande Giubileo e in quello dell’anziano pontefice,con l’aggravante di essere inferta da uno Stato a maggioranza(?)cattolica che ospita la sede di Pietro e che ha dato i natali a Cesare Beccaria.

Ma quella dei detenuti non è l’unica grave ferita “aperta” nel corpo del Giubileo.

Un’altra ferita non meno grave è il mancato Giubileo degli operatori della Giustizia(giudici,avvocati e personale addetto alla amministrazione della giustizia).

E’ vero che i magistrati italiani in margine al congresso dell’A.N.M. furono ricevuti dal Papa nell’aula Nervi in un clima di significativa partecipazione e di forte emozione(almeno per coloro che la vissero al di là dell’etichetta),ma si trattò di un evento “collaterale”non certo del Giubileo dei giudici adeguatamente preparato da un cammino di conversione personale,professionale e istituzionale,tantochè all’alto e profondo messaggio del Papa seguì uno strascico di polemiche condite con la salsa della cronaca giudiziaria del momento e non mi pare che da allora la magistratura italiana si sia impadronita dello spirito giubilare.

E se Atene piange,Sparta non ride: non mi risulta infatti che,al di là di qualche significativa iniziativa a carattere locale, la classe forense sia riuscita a celebrare diversamente il Giubileo,ricordando di avere come santi patroni Ivo di Bretagna e Nicola di Mira (a differenza dei magistrati che invece di santi protettori sono almeno ufficialmente sprovvisti).

Tale mancanza è tanto più grave ove si consideri che la maggior parte delle altre categorie (i militari,gli artisti,gli uomini di spettacolo,gli sportivi, gli agricoltori,i giornalisti,gli operatori sanitari,i docenti universitari, i politici etc.),nonostante la crisi di legittimazione morale e sociale che non risparmia oggi alcuna categoria,hanno trovato la forza associativa,non disgiunta da calcoli di convenienza politica e da vanità di passerelle vaticane,per autorappresentarsi  nel contesto delle celebrazioni giubilari,per cercare di trarne nuova linfa spirituale e morale,per interrogarsi sul significato profondo del proprio mestiere,per trovare uno spazio pubblico nuovo in cui rilegittimarsi.

Gli operatori della giustizia, troppo oberati da montagne di carte e forse appesantiti da colpe nevrosi e affanni,non hanno trovato tale forza,né al livello delle singole categorie(magistrati,avvocati,personale amministrativo),né tantomeno come unica categoria che, pur nella diversità dei ruoli e nella confliggenza di certi interessi, è accomunata dal medesimo servizio alla Giustizia e dalla comune aspirazione al retto ed efficiente funzionamento di essa.

Le cause di tale deficienza affondano le loro radici nello stato lacrimevole in cui versa l’amministrazione della giustizia nel nostro Paese,nella grave disunione delle sue componenti fondamentali e dovrebbero indurre una profonda riflessione che sappia penetrare il cuore dei problemi oltre l’epidermide del chiacchericcio giornalistico e della disputa di potere.

L’ineffettività della tutela giurisdizionale dei diritti,la lunghezza biblica dei processi,l’uso distorto di taluni istituti processuali,l’incertezza ed inefficacia delle pene,lo stato di grave disfunzione organizzativa e di arretratezza tecnologica di molti uffici giudiziari,i cattivi esempi offerti da uomini rappresentativi nella sostanziale acquiescenza di una maggioranza silenziosa e pavida  sono tutti fattori che- unitamente ad un decadimento dell’etica pubblica e dello spirito di servizio nonché  ad una campagna “interessata”volta a screditare e delegittimare - hanno precipitato a livelli inimmaginabili il prestigio e la credibilità delle istituzioni giudiziarie e hanno pressocchè distrutto il sentimento di fiducia dei cittadini nella Giustizia.

La recente indagine demoscopica che ha stimato intorno al 10% gli italiani che ancora credono nella giustizia può semmai peccare per eccesso,dovendosi su tale residua percentuale fare la tara di coloro che sono “costretti”, per ragioni di ufficio o di parentela o di pagnotta, a dire di crederci,ma sono forse quelli che ci credono di meno,giacchè la realtà giudiziaria la conoscono e la vivono dal di dentro.

L’oscuramento della giustizia nella vita e nella coscienza di un popolo è un fatto tragico ed esiziale,senza fiducia nella giustizia nessuna comunità può vivere e tantomeno prosperare,senza la giustizia la società si trasforma in quella giungla dell'homo homini lupus di cui Hobbes aveva sacrosanto orrore, senza la giustizia e la fiducia in essa la democrazia degenera in un cinico esercizio di potere,in un farsesco procedurismo ad uso dei prepotenti e degli illusionisti.

Cosa fare in tale desolante situazione per non cedere allo scoramento,alla rassegnazione,al fatalismo?

Cosa fare per vivere gli ultimi scampoli del Giubileo,ascoltando lo Spirito Consolatore che fa nuove tutte le cose?

   Personalmente ho riflettuto che quando si è con l’acqua alla gola ed a corto di tempo solitamente si chiede una proroga.

Mi sono allora chiesto e vi chiedo: perché non chiedere con una supplica al Santo Padre una proroga del tempo giubilare magari fino a Pentecoste del 2001?

Mi rendo conto dell’arditezza, tardività e forse “irragionevolezza” della proposta,ma non è vero che “semel in anno(anche giubilare) licet insanire” e che senza un pizzico di follia non si è mai cambiato il mondo?

In realtà  credo che tale idea sia assistita da buone ragioni e presenti il rischio al più di fare un buco nell’acqua,di fronte ad una risposta tra il “rien ne va plus” e il “non possumus”,ma non mi pare che qui  il tentare possa in alcun modo nuocere,essendo in ogni caso un segno di affezione al Giubileo ed un comportamento da “operai dell’ultima ora” che il Padrone non rifiuta,anzi remunera alla stessa stregua degli altri.

Tali buone ragioni possono risiedere sia nei significati che un prolungamento del Giubileo potrebbe assumere sia nelle utilità che se ne potrebbero conseguire.

  Tra i significati positivi possono immaginarsi :

il valore dell’invocazione quasi abramitica della pasienza e della misericordia “prolungata” di Dio Padre che va oltre il tempo stabilito,che concede un supplemento di tempo e di grazia di fronte alla lentezza,durezza e cecità degli uomini tardi e incapaci a comprendere il dono del Giubileo;

il valore di un ponte temporale che simbolicamente colleghi come un grande arcobaleno il secondo con il terzo millennio,superando la nota querelle da “fin de siecle” e proiettando più profondamente il Giubileo nella nuova era che si annunzia;

il valore della festa pentecostale come tappa conclusiva del cammino giubilare,in cui la Chiesa,uscita dal “cenacolo” del giubileo,possa celebrare ed esaltare la “missio ad gentes” per una nuova evangelizzazione del mondo.

Tra le utilità  si possono preventivare:

l’offerta di un’ulteriore chance a quegli Stati,come quello italiano,che non hanno compiuto l’auspicato gesto clemenziale in favore dei detenuti,concedendo tempo e possibilità di maturazione alle iniziative in tal senso (in Italia ad esempio quella recentissima dei senatori a vita), esercitando così un maggiore pressing psicologico sulla classe politica e sull’opinione pubblica ed escogitando soluzioni che concilino la perdonanza ai detenuti con i sentimenti di giustizia e di sicurezza dei cittadini ( ad esempio un indulto condizionato ad atti riparativi in favore delle vittime dei reati);

l’offerta di un’ulteriore possibilità a quelle categorie ed a quelle persone che, per svariati motivi ( mancanza di tempo,di energie fisiche,di forza morale,affanni della vita,lontananza dai luoghi giubilari,cause contingenti etc.), non hanno potuto o saputo celebrare e vivere il Giubileo,consentendo così agli “operai dell’ultima ora” di rimettersi in carreggiata;

l’offerta di un tempo ulteriore agli operatori del mondo giudiziario,affinchè possano testimoniare che la canna della giustizia sebbene incrinata non si è spezzata,che il comignolo fumigante della fiducia e della speranza nella giustizia non si è spento,affinchè intraprendano un cammino unitario di conversione personale e collettiva che potrebbe culminare in una celebrazione eucaristica comune nella Settimana Santa del 2001 in cui meditare il mistero di Cristo ingiustamente detenuto,condannato e messo a morte e misurare i propri mali e le proprie responsabilità nella luce di tale mistero,affinchè celebrino il Giubileo della Giustizia avvolti nel manto cantato da Isaia, senza del quale non è possibile celebrare degnamente il Giubileo  più impegnativo della Carità a cui tutti siamo tenuti.

Mi rendo conto che tutto questo possa sembrare una fola di fine anno o il funanbolismo di un visionario,a distanza di una settimana dall’Epifania.

Ma se in una settimana il Padreterno ha creato il mondo,se in una settimana il Suo Divin Figliolo lo ha redento con la sua passione,morte e resurrezione,non potrà la Chiesa, che ne è il Corpo mistico,fare il miracolo in “zona Cesarini”,non potrà mettere nella calza della befana-al posto dei “carboni” di un carcere sovraffollato e degradante in cui è covato il risentimento sociale  e di un mondo giudiziario divenuto arena di conflitti e opificio di carte in cui raramente si esercita l’ars boni et aequi- non potrà mettere “l’imprevisto” e “l’inaudito” di una proroga giubilare “mirata” e della speranza di un possibile repechage anche per gli “operai dell’ultima ora”?

D’altronde la storia dei Giubilei insegna che il dato temporale non ha costitutito una scanzione rigida e inderogabile,al contrario la scelta dei tempi giubilari ha seguito criteri di variabilità e adattabilità alle esigenze anche contingenti dei diversi momenti storici.

E tale storia insegna anche che il primo Giubileo neotestamentario fu indetto nel marzo del 1300 dal tanto vituperato Bonifacio VIII,sotto la pressione del popolo romano che,nel clima penitenziale e catartico del Medioevo cristiano,invase la Basilica di San Pietro,invocando benefici e indulgenze.

 Chissà che non si riesca,sfruttando i “mirifica” di Internet e delle mailing-list,a mettere insieme un gruppo di persone di buona volontà,consapevoli del triplice munus sacerdotale,profetico e regale dei christifideles,un pusillus grex di “razza” che faccia autorevolmente propria l’iniziativa,la diffonda tra i mass-media e la inoltri “real time” alle competenti Autorità vaticane.

 La vida es sueno cantava Calderon de la Barca e a volte nella vita se ci si crede i sogni possono diventare realtà.

Auguri di Buon Natale 2000 e di Felice Anno 2001

 

Nicola Mazzamuto, magistrato palermitano