INTERNET E MERCATO GLOBALE

scheda redazionale

La destatalizzazione del mercato e perciò del diritto raggiunge il massimo della sua potenzialità con Internet.

Internet non è solo uno strumento  che rende più agevole il commercio di beni materiali attraverso ordinazioni e pagamenti “in rete”.

L’informatica consente anche la  “dematerializzazione” di taluni  beni, trasformati in impulsi elettronici e trasmessi in rete; ciò sottrae allo stato territoriale la concreta possibilità di esercitare quel controllo che può  sempre esercitare – o tentare di esercitare-  sugli oggetti. Uno stato può vietare l’ingresso nel suo territorio di  una merce: ad esempio ad un determinato periodico pubblicato all’estero. Ma  molto difficilmente può impedire a chi disponga dell’accesso ad Internet di collegarsi al sito di quel periodico e di acquisirne articoli o immagini (o addirittura film, libri, programmi informatici).

Il fenomeno non è del tutto  nuovo: si pensi a Radio Londra, il cui ascolto non poteva venire impedito dai governi dell'Asse se non individuando chi vi si sintonizzava. Il medesimo problema si pone oggi con le trasmissioni televisive satellitari.

La novità è che con Internet tutto ciò è diventato più facile, più efficace e più economico.

De jure condendo si può solo impedire ai provider di consentire l'accesso a siti il cui contenuto sia ritenuto illecito in seguito ad una valutazione compiuta a posteriori da un'autorità (quale?); così, in Germania, è stato vietato l'hosting (memorizzazione sui propri dischi al fini della redistribuzione ai propri utenti) di alcuni newsgroup di pedofili; oppure si può vietare ai provider di collegare gli utenti a certi siti. Ciò non impedirebbe, in ogni caso, di collegarsi con il modem al provider di un paese più tollerante, sostenendo il solo maggior costo della telefonata in un altro distretto telefonico.

L'unica strada, a tutt'oggi praticabile, consiste nell'individuazione degli utenti che nel territorio nazionale compiono reati attraverso la rete (magari anche solo consultando siti proibiti) attraverso il monitoraggio anche posteriori dell'attività di navigazione: ciò è possibile analizzando i log (tracce)  in cui ciascun provider registra le operazioni di ogni cliente. Tutto questo, per raggiungere risultati sistematici, presuppone un sistema di controllo dei provider difficilmente realizzabile in un paese libero; esso sembra sia stato imposto in Cina,ed in altri 44 paesi ove è fatto obbligo agli utenti di internet di avvalersi di un providerpubblico, ma ovviamente simile sistema comporta un occhiuto  controllo di polizia sulla vita privata dei cittadini. Mentre per altro verso sembra in Bahrein stia sorgendo un grattacielo destinato ad ospitare, in regime di totale franchigia, i provider che vogliono sfuggire ai controlli, che uno stato può esercitare sui provider  materialmente presenti nel suo territorio.

Lo Stato può inoltre tentare di vietare i pagamenti  indirizzati dal proprio territorio all’editore sgradito, ma  questo  controllo, assai difficoltoso in un’economia di libero mercato,  diviene impossibile se l’editore non ha fini di lucro o si finanzia attraverso la pubblicità.

Quindi il controllo di qualche efficacia può essere esercitato solo attraverso una collaborazione internazionale, o una autorità internazionale.

L’ipotesi che una autorità “bombardi” cioè neutralizzi mediante virus un sito che non sia  domiciliato nel  territorio che essa controlli sembra sia impossibile sul piano materiale (si veda comunque il disegno di legge "Mussolini" n. 7343/C, che sembra accenni a simile eventualità); e –se possibile- sarebbe estremamente preoccupante; aprirebbe inquietanti scenari di ricatti e di pirateria. Sia perché ad un simile strumento distruttivo potrebbero ricorrere anche privati, sia perché ogni stato acquisirebbe un potere di censura su tutta la rete.  Si veda in proposito l'interessante intervista al T. Col. Umberto Rapetto in Il Giorno  12 ottobre 2000.

Ad esempio uno stato mussulmano potrebbe “bombardare” i siti cristiani accusandoli di svolgere proselitismo illecito nei confronti dei  suoi sudditi.

Forse  Internet  pone in crisi il tradizionale parametro secondo cui un illecito si considera commesso e quindi può essere represso laddove il comportamento produce il suo effetto. In simile ottica ogni creatore di sito Internet dovrebbe preoccuparsi di non violare nessuna delle leggi vigenti in qualche parte del mondo, perché è sempre possibile che un utente soggetto a quella legge si colleghi al sito ed acquisisca informazioni o documenti proibiti (magari solo per violazione dei diritti di autore); al limite uno Stato potrebbe pretendere una "tassa" su tutti i siti anche stranieri, "bombardando" i recalcitranti.

Sembra occorra  invece rassegnarsi: internet è la massima espressione della libertà individuale, la sua origine anarchica è il suo più grande pregio e noi dobbiamo accettarla così come si è accettata la stampa, la radio, la televisione o la polvere da sparo.

Si deve invece esaminare seriamente la opportunità di creare una struttura internazionale capace di razionalizzare il sistema (oggi di fatto in mano a strutture statunitensi) e di far rispettare un limitato numero di divieti che trovino un generale consenso. Senza una collaborazione internazionale che riesca ad impedire il sorgere di "paradisi" fuori di ogni regola, persino la efficace repressione della diffusione di materiale pedofilo è quasi impossibile. Come dimostra il recente divieto di vendita di testi nazisti emanato da un tribunale francese e che gli Stati Uniti non intendono riconoscere nè eseguire sul loro territorio. 

[a chi desiderasse approfondire i profili tecnici di questa problematica consigliamo il sito: http://www.interlex.com]