Riflessioni perse nella rete: crimini informatici, guerre sante e cyberpropaganda

 

di David Mancini

Affrontare un discorso, anche una semplice riflessione, che abbia ad oggetto internet  trasmette inevitabilmente la sensazione di muoversi sulle sabbie mobili, tanto sono labili i confini tra le singole questioni che possono essere tutte ricondotte ad un minimo comune denominatore : la constatazione della partecipazione globale all'immenso mare di informazioni che la rete mette a disposizione e la domanda pressante circa i valori reali che dovrebbero ispirare e governare i rapporti umani all'interno della rete.

 Ci si confronta quotidianamente ormai sui temi appassionanti, esposti nella vetrina della rete globale, senza accorgersi di quanto siano dissolti i vecchi muri, i confini che fino a qualche anno fa distinguevano nettamente i fatti di cronaca nazionale da quelli di rilievo internazionale.

Come tutte le cose nuove internet genera clamori perché i lati che si colgono con maggiore immediatezza sono quelli perversi, legati al crimine informatico che, attraverso il potente mezzo telematico, travalica i confini, materiali, morali, giuridici ed economici dei singoli stati. L'overloading information su alcuni temi, quali, ad esempio, la pedofilia, rischia, tra l'altro, di fornire informazioni distorte all'opinione pubblica sulle reali dinamiche del cyberspazio che, invece, dovrebbe essere soprattutto un motore culturale di proporzioni enormi.

 Il legislatore nazionale cerca di muoversi su un terreno difficile e nuovo ed abbozza soluzioni, ad esempio, per quanto attiene alla piaga della pedofilia; è il caso del disegno di legge AS4560 presentato al Senato e recante "norme per la tutela dei minori nelle trasmissioni televisive e via internet" che, tuttavia, appare carente nell'adozione di rimedi tecnicamente idonei a reprimere le condotte di tutti i singoli responsabili (pedofili on line di varia natura e providers).

Il Consiglio d'Europa, invece, tenta di adottare interventi di più ampio respiro, predisponendo il primo provvedimento normativo, di portata internazionale, per contrastare il cybercrimine sulla rete internet, recependo orientamenti giuridici provenienti dai massimi esperti di cyberlaw e contributi del mondo imprenditoriale. L'obiettivo chiaro è quello di scoraggiare e punire le illegalità su internet attraverso la definizione di un quadro normativo più certo e definito. A questo proposito è stata approntata una bozza di Convenzione, stilata a Strasburgo il 20 settembre 2000 che dovrebbe essere adottata entro l'autunno 2001.

Gli esperti si confrontano nel tentativo di armonizzare il progetto con i vari provvedimenti normativi già adottati. Vengono, infatti, richiamati nella relazione introduttiva la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, le norme approvate in sede ONU a tutela dei diritti del fanciullo, le molteplici convenzioni europee in materia di mutua assistenza e reciproca collaborazione in tema di criminalità informatica, la risoluzione adottata nella conferenza di Praga (nel giugno 1997) dai ministri della giustizia dell'UE, diretta a sollecitare un'azione specifica nel campo  investigativo e quella adottata nella conferenza di Londra (nel giugno 2000), volta a sollecitare l'adozione di strumenti congiunti tra i paesi europei nella repressione dei crimini informatici.

 

Il documento affronta tutti gli aspetti dei diversi crimini perpetrabili attraverso la rete: dalla circolazione di materiali pornografici, alla tutela dei minori dal rischio della pedofilia, agli illeciti nei confronti dei sistemi informatici. Il testo si propone, innanzi tutto, di punire duramente gli accessi illegali ai computer, allo scopo di scongiurare i fenomeni di frodi informatiche; è recentissima la notizia (La Repubblica del 28.10.2000) della penetrazione di agguerriti hackers nei server centrali della Microsoft alla ricerca di codici segreti gelosamente custoditi nei forzieri della multinazionale americana. Inutile ribadire i pericoli legati al cyberterrorismo che non soltanto tenta azioni di pirateria informatica, ma si presenta nella vetrina telematica propagandando le proprie tesi e sviluppando l'azione di proselitismo. Sul web, infatti, sono presenti i siti degli zapatisti del Comandante Marcos, dell'estrema destra israeliana del Kahane Chai, dell'organizzazione Sendero Luminoso, dei peruviani  Tupac Amaru, dell'islamico Hamas (www.hamas.org.).  

La Convenzione prende inoltre in considerazione gli aspetti relativi alla tutela del copyright, minacciato da continui attacchi ai diritti di proprietà intellettuale, detta norme sulla giurisdizione e la cooperazione internazionale. Ancora una volta viene espressa una filosofia di fondo : la convinzione che solo la mutua assistenza tra i vari Stati membri consentirà un'efficace applicazione della normativa. Per questo, una volta adottata, i ministri riuniti al Consiglio d'Europa, potranno invitare anche paesi extra-Ue ad aderire alla Convenzione.

Ma la rete non è facilmente domabile. Disciplinare la rete, inoltre, nasconde un profondo pericolo: la censura (potenzialmente antidemocratica) dello straordinario flusso di informazioni viaggianti nel cyberspazio.

Tra gli antagonisti più critici alla bozza attualmente diffusa e ad ogni tentativo di disciplinare la rete vi sono gruppi di opinione che difendono la libertà della rete (ad esempio la Global Internet Liberty Campaign). Per questi gruppi, l'ipotesi emersa dal Consiglio d'Europa limiterebbe troppo la libertà di espressione degli utenti di internet, senza fornire, peraltro, adeguate garanzie dal punto di vista del rispetto della privacy. Tra le altre critiche, si sostiene che estendere i poteri di polizia dei governi nazionali frenerebbe il mercato, trainato dalla "new economy" ed oggi impegnato a sviluppare tecniche proprie di sicurezza di rete e continue innovazioni nella utilizzazione degli spazi  telematici.

In questo contesto, ogni riflessione può disorientare perché si perde di vista il confine. Tra cyberterroristi, hackers professionisti ed orizzonti culturali sconfinati per la nascita dell'uomo del terzo millennio, sembra non esserci posto per i concreti valori etici, fondati sui principi e sui valori fondamentali dell'uomo, cari alle grandi religioni monoteiste (libere da integralismi viziati), che possano fungere da spartiacque tra il bene ed il male nella rete.

E' forse difficile catalogare come buono o cattivo ciò che fluttua in rete. Infatti, il giudizio di disvalore viene emesso dalla collettività solo quando è possibile percepire lo sviluppo materiale e tangibile del bene o del male, quando, al di fuori della rete, si riesce ad individuare concretamente una vittima (come nel caso della pedofilia).

E se il cyberspazio è una terra di nessuno, da conquistare a colpi di fendenti, allora può essere certamente il luogo dove dar vita ad una tra le più antiche delle dispute : quella scatenata da motivi religiosi : la guerra santa.

E' il caso di quanto sta accadendo tra ebrei e musulmani (chiaramente mi riferisco alle fazioni più integraliste), come una sorta di corollario virtuale rispetto a quanto avviene sui campi di battaglia di Gerusalemme e della Cisgiordania. E' di questi giorni, infatti, un'autentica battaglia tra hackers delle contrapposte fazioni: la cyberguerra scatenata a colpi di migliaia di e-mail inviate reciprocamente, con la riuscita intenzione di bloccare i siti di opposto orientamento. Sono stati notevoli i problemi causati a siti istituzionali israeliani (www.israel.org, www.idf.il) dall'autentico bombardamento di messaggi di posta elettronica, effettuato in modo organizzato dai musulmani (capitanati - si pensa - dall'onnipresente miliardario Bin Laden). Sono tuttora molti i siti islamici che hanno evidenziato l'opportunità di ricorrere a questi strumenti che - per fortuna - non seminano morte, anche se creano problemi economici rilevantissimi (ad es. www.hezbollah.org e www.moqawama.org ).

Di contro anche siti ebraici, spesso collocati negli Stati Uniti (www.wizel.com), hanno svolto il ruolo di aggressori, scatenando un'offensiva senza precedenti sui siti arabi, attivando iniziative di hackers professionisti attraverso le quali sono riusciti a penetrare nei siti arabi, scaricandovi immagini di guerriglieri hezbollah uccisi in Libano e comunicati di propaganda ebraica.

Eravamo ormai abituati alla guerra elettronica e mediatica, nata con le operazioni della desert storm durante l'invasione del Kuwait. Ebbene, sono trascorsi meno di dieci anni ed ora la realtà è quella della guerra virtuale, a testimonianza della velocità con cui le novità tecnologiche si impongono all'uomo. Guerra su strada e guerra virtuale.

Semplici riflessioni, dunque, perdute nei meandri labirintici della rete. Pensieri che giungono alla stessa convinzione da cui sono partiti: la necessità di portare con sé, nel cyberspazio, il prezioso patrimonio di valori di rispetto per l'uomo, che resta tale anche nelle ragnatele della rete.

La diffusione dei messaggi di rispetto cristiano per l'altro deve scorrere lungo la rete, deve comporre i dissidi, deve educare all'uso del cyberspazio così come all'uso della parola, per comporre e riunire, mai per dividere. Ma il viaggio è lungo ed è appena iniziato.

                                                                                                   David Mancini

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