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Uno dei più corrosivi racconti di Tommaso Landolfi, Le
due Zittelle, “esordisce” con la ironica descrizione di <<uno
scuorante quartiere di una città essa medesima per tanti versi
scorante>>, dove vivono le protagoniste, <<tutto
risonante di patrie battaglie, come sarebbe Montebello, Castelfidardo e
simili, le quali vie sboccavano in una piazza denominata, appunto
Indipendenza, o le correvano nei pressi>>.
Nomi polverosi, dunque, e ormai privi di significato
(il racconto è del 1946!) per strade polverose e squallide, di un
quartiere (e di una città, forse di una Nazione) dove la vita scorre
sonnolenta, e si respira <<una
vaga aria di grettezza e di reazione>>.
L’oblio è stato quindi il destino delle vicende, delle
persone, ma anche dei valori, delle idee, in una parola della storia che
a quei nomi corrisponde, vale a dire del Risorgimento italiano?.
No, forse la realtà è anche peggiore; quella storia
non è stata relegata solo nella toponomastica o nei ricordi scolastici
(secondo i vecchi programmi…); ancorchè di polvere i
nomi di quelle strade sono coperti da sputi e da disprezzo, da un
rifiuto –da parte del cittadino “medio”- radicale ed insieme
“ignorante”.
L’esposizione
antirisorgimentale al meeting
di Rimini della scorsa estate, è solo l’ultimo anello di una catena
(di un cappio…) di svalutazione e di contrapposizione (spesso
rabbiosa) che ha avuto inizio – credo – contestualmente al
verificarsi di quegli avvenimenti che, nel secolo scorso, hanno portato
all’Unità d’Italia.
Dal <<Non
per questo>> di Carducci, alle pagine di Gramsci, fino alla
storiografia contemporanea, il Risorgimento è stato <<rivoltato come un calzino>> (per usare una infelice
espressione usata di recente per altre e penose vicende della nostra cronaca), sottoposto a critica revisione
da destra come da sinistra ( e d’altronde il revisionismo
ha riguardato anche pagine ben più sanguinose e recenti della nostra
storia).
Da
anni, poi, le nostre librerie espongono saggi storici di taglio
divulgativo (in genere gli autori sono giornalisti prestati alla
storiografia) impegnati a dimostrare che il Risorgimento è stato tutto
un bluff, e che i “Padri della Patria” sono stati tutti un po’
stupidi e un po’ buffoni, ed anche – almeno alcuni – tangentari ante litteram.
Certo,
ad un livello più alto, le cose stanno diversamente: la storiografia più
avveduta – di ogni indirizzo – ha collocato ormai con sufficiente
esattezza, e senza il fuoco della passione partigiana, Vittorio
Emanuele, Pio IX, Garibaldi, Calatafimi ecc. nelle caselle
che loro competono: ma ciò in corposi tomi per addetti ai lavori,
non frequentati dai normali
lettori.
Così
ad esempio io non sono
certo uno storico di professione; sono un magistrato napoletano,
mediamente interessato alla storia italiana, e
non leggo con particolare assiduità particolarmente libri in
materia risorgimentale.
La
mia attenzione (ovviamente sempre meramente amatoriale) va piuttosto
alla letteratura, e anche qui è facile individuare un corposo filone
antirisorgimentale, specie meridionale, dal Pirandello de “I
vecchi e i giovani” , a “I
Vicerè” di Federico De Roberto, fino – evidentemente –
all’anche troppo citato Tomasi Di Lampedusa e all’ormai
(ingiustamente) misconosciuto Carlo Alianello (“L’eredità della priora” è un capolavoro).
C’è poi sempre stata la polemica spicciola,
popolare (anzi, da lumpenproletariat),
che deriva dal risentimento cattolico o, anche, dal latente
antimeridionalismo settentrionale, e che ha trovato recente riscontro in
certe dichiarazioni e desiderata
dell’on. Bossi e dei suoi amici (per non dire, ad un livello ben più
basso e viscerale, del “Forza
Vesuvio”, o “Avanti Etna” che si è letto su qualche cavalcavia autostradale
del profondo nord, o su qualche striscione pseudocalcistico).
Va poi considerata la nostalgia (un po’ romantica e
un antiquaria) delle piccole patrie preunitarie (le “Toscanucce”) , che si manifesta, a livello popolare,
negli adesivi raffiguranti le antiche bandiere che si vedono
spesso sui cruscotti delle automobili, ma anche – con altre ambizioni
- in certe costose pubblicazioni o mostre di dubbia serietà
scientifica.
A Napoli, per esempio, anche in ambienti
“intellettuali” (ma direi soprattutto salottieri) la rivalutazione dei Borboni
è piena e diffusa, e si è anche manifestata in una serie di
mostre – ancora in corso di svolgimento – unanimemente ritenute di
infimo livello. I briganti, poi, sono tutti dei patrioti senza macchia
(anche se dubito fortemente che cineasti e psueodostorici di oggi,
impegnati ad esaltare quei personaggi, sarebbero mai sopravvissuti ad un
incontro ravvicinato, poniamo, con il famoso Crocco).
Per
dirla con un Poeta che se ne intendeva, in fondo è il misero orgoglio
del tempo che fu…
Restava lo Stato Pontificio, quello che – per dirla
con Goethe- solo per miracolo, tanto era mal governato, non affondava
sotto terra; almeno fino a poco tempo fa non credo che a Bologna o a
Perugia (per non dire di Roma) ci fossero nostalgici di quel pure
importante e plurisecolare Stato preunitario (forse solo qualche
superstite della nobiltà nera, chissà…).
Di recente, però, anche questa lacuna è stata
colmata.
Così un
intelligente “polemista” cattolico (autore di non dimenticabili
libri divulgativi sulle origini del cristianesimo) quale Vittorio
Messori ha dichiarato che
la caduta del papato, con la breccia di Porta Pia, è stata una rapina.
Può subito osservarsi che questo significa essere più papisti del
papa, dopo il concordato, e
soprattutto dopo le famose dichiarazioni di Paolo VI sulla provvidenzialità di
quell’evento (per non dire altro); Messori, soprattutto, mostra di
tornare ad una concezione patrimonialistica dello Stato che si pensava
finita da secoli.
Né può trascurarsi (anche per la pubblicazione
quasi contestuale di due libri sull’argomento) il rinnovato interesse
per il caso Mortara, il bambino ebreo battezzato segretamente da una
servetta cristiana e perciò sottratto ai genitori, questo nel 1858.
Il sen. Andreotti, di recente, ha
osservato – evidentemente per giustificare in qualche modo il neobeato
Pio IX – che in fondo il piccolo piccolo Mortara si convertì per
davvero, tanto che divenne prete e, dopo Porta Pia, si rifugiò
volontariamente in Austria (come dire: tutto è bene…). Eppure anche i
contemporanei (non solo rivoluzionari e anticlericali mangiapreti)
interpretarono quell’episodio per quel che era: un brutale, pur se
legalizzato, sequestro di persona(ma gà, qualche anno fa lo scienziato
cattolico prof. Zichichi ha rivalutato il Cardinale Bellarmino,
affermando che in fondo in fondo a Galileo le cose sono andate
abbastanza bene…).
Come
sempre (Croce docet) la storia
è storia contemporanea: chi rivaluta, acriticamente, quel periodo
storico ormai finito, altrettanto apoditticamente condannando gli eventi
che misero fine al potere
temporale dei papi Re, pensa
soprattutto all’oggi.
Beninteso: sono consapevole del fatto che nessuna
persona sensata può anche solo sognare il ripristino dello Stato
pontificio (o, se per questo, del Ducato Estense e, perché no, del
Sacro Romano Impero).
Tuttavia le riletture dell’ottocento offerte da
Messori, e – ad un livello più radicale ancora – dal meeting di Rimini, sono espressione di un cattolicesimo radicale e
integralista, vicino alla sensibilità dei Mullah
iraniani.
La giustificazione (quando non
l’esaltazione) del passato prelude al plauso e all’auspicio per
forme di temporalismo e di intromissione religiosa molto più attuali (e
più pericolose).
Eppure – ormai decine di anni fa – un cattolico
profondo e sincero come Arturo Carlo Jemolo (ma gli esempi possono
moltiplicarsi, a partire da Alessandro Manzoni) ha scritto pagine di ben
altro tenore su cattolici e Italia unita.
Anzi, a ben vedere, la polemica rabbiosa contro il
Risorgimento costituisce la “pietra
di paragone” per individuare i reazionari di oggi, laici o
cattolici che siano (l’espressione “tradizionalista” mi sembra
troppo politicamente corretta: diano del reazionario al reazionario!).
Come laico – ma forse non
lontano dai valori del cristianesimo – guardo con forte preoccupazione
a tutto questo (e vedo allora con favore la recente ristampa dei libri
schiettamente anticlericali di Ernesto Rossi).
Qui però non mi interessa la
polemica ideologica, o la ricostruzione storiografica – corretta o
meno – di quei (non troppo) lontani avvenimenti.
Questa ostilità e rancore nei confronti di Garibaldi
e compagnia mi sembrano dannose soprattutto perché concorrono a privare
il nostro Paese di una pur labile identità
comune.
Per spiegarmi, vorrei citare non uno storico od un
letterato “ufficiale” ma un autore contemporaneo di bestseller, Frederick Forsyth (in fondo qui è in discussione
proprio la cultura popolare).
Il suo
ultimo romanzo, Icona (uscito
già da qualche anno) è la ricostruzione fantapolitica del tentativo di
un gruppo ultranazionalista, guidato da un pericoloso fanatico di
prendere il potere nella Russia postsovietica. L’Icona
è un simbolo, un idea rappresentata da quel leader. Così Forsyth: <<Qualunque
nazione ha bisogno di un riferimento a cui aggrapparsi, sia esso una
persona o un simbolo; un riferimento che dia ad una massa di individui
un senso di identità comune. In mancanza di elementi di coesione, una
Nazione precipita nell’anarchia… Per quanto fosse brutale e
coercitivo (in Russia) il Comunismo garantiva una forma di unità. Lo
stesso è successo in Jugoslavia: appena il sistema è crollato, è
successo ciò che sappiamo. Per creare unità là dove non esiste, c’è
bisogno di un simbolo>>.
Si tratta, a mio avviso, di profonde verità, con
l’avvertenza che l’Icona
può essere anche una fase storica particolarmente significativa, che
appunto ha segnato il destino di un Popolo,
“vista” nella sua
globalità, e quindi anche con i profili negativi.
Ma questo è il duro, sanguinante
retaggio della Storia, dove distinguere il bene dal male è, più che
difficile, inutile.
L’Inghilterra, ad esempio, ha come Icona
– tuttora amata dalla grande maggioranza della popolazione - una
Monarchia che non sempre è stata all’altezza delle esigenze della
nazione (non è mancato un Re decapitato); per tacere della Rivoluzione
Industriale, in cui pure l’Inghilterra riconosce uno dei suoi massimi
titoli di gloria, e che si realizzò anche attraverso il durissimo,
quasi servile lavoro di donne e bambini.
La Francia si rispecchia nella grande Rivoluzione,
che a sua volta ha come
simboli da un lato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo,
dall’altro la ghigliottina (ma già, da noi sono in molti a non aver
ancora perdonato l’Illuminismo…).
La Russia di oggi, stracciona ex grande potenza, in
preda di una fortissima crisi di identità, ancora guarda come ad un
pilastro fondamentale quella “guerra patriottica” antinazista che,
pure, fu condotta da uno dei grandi “mostri” del XX secolo, Stalin.
No, un popolo, per essere Nazione,
non può rinnegare la propria storia, nei suoi snodi fondamentali, per
quanto tragici e dolorosi siano stati; un Popolo senza storia, o che
nega (o ignora) i momenti fondamentali che ne segnano l’identità, è
come un uomo senza memoria: buono solo per il manicomio.
Quale è l’Icona
italiana?.
Da molti, troppi anni si parola di crisi del nostro
Stato, di disaffezione e
sfiducia dei cittadini, di scollamento tra istituzioni e società
civile.
C’è
chi afferma che lo Stato è morto l’8 settembre 1943.
Eppure la Repubblica postbellica ha garantito una
prosperità ed uno sviluppo (pur con enormi problemi e disuguaglianze
macroscopiche) senza paragoni nella nostra storia.
Il problema, forse, è allora anche la mancanza di
una solida identità comune, di una Icona,
appunto (nonostante la complessità, se non la pluralità della storia e
delle storie italiane).
La verità è che la Repubblica Italiana non può
fondarsi solo sul 2 giugno 1946 e sui valori della Resistenza; neanche
può risalirsi alle glorie, remote, del Rinascimento e della civiltà
Comunale.
No, la nostra identità nazionale nasce,
modernamente, con le vicende che, nell’ottocento, hanno condotto
all’Unità.
E’ lì una Icona
fondamentale della nostra storia recente: non l’unica, certo, ma una
delle più importanti. Non riconoscerlo, e anzi contrapporsi ancora oggi
a quelle vicende, è a mio avviso un fattore erosivo e disgregante
dell’identità nazionale di portata enorme, anche se inavvertito, se
non subliminare.
Ed allora quella Storia va finalmente accettata nella
sua complessità, anche nei profondi aspetti negativi, negli errori
radicali (penso in primo luogo a quelli che hanno portato alla questione
meridionale) di cui paghiamo ancora le conseguenze.
Ma questi profili negativi sono davvero dominanti?.
In poche decine di anni la classe dirigente (perché non dirlo, la borghesia) di
alcuni piccoli Stati riconobbe i propri tratti comuni, vale a dire si
riconobbe come Nazione, richiamando valori ed ideali mai gretti, e
riconosciuti in tutto il mondo civile.
Con coraggio e sacrificio, e senza particolari
violenze, si giunse alla formazione di uno Stato Unitario, sconfiggendo
Potenze interne ed esterne che sembrava impossibile vincere; uno
Stato con istituzioni liberali e moderne, paragonabili a quelle
degli altri Stati europei più evoluti.
Ed allora no, non credo che abbiamo molto di cui
vergognarci di quegli uomini, di quelle vicende, di quegli ideali che
definiamo Risorgimento.
L’Italia di oggi, che va verso l’integrazione
europea, il mercato globale, l’integrazione culturale, ha ben più da
imparare (e da ricordare) dall’anelito di modernizzazione (anche
ingenuo) dei suoi padri fondatori che dalla grettezza localistica,
sterilmente nostalgica di un passato idealizzato e mai esistito,
vagheggiato da tanti acerrimi epigoni degli antichi nemici dell’Unità.
In tal senso richiamo alcuni recenti interventi di
Indro Montanelli (anche a difesa del ruolo di Casa Savoia), ed anche
significative iniziative del presidente Ciampi, ad esempio in favore
della diffusione del Tricolore.
Di quella Storia (come di tutta la storia italiana)
fa parte anche la Chiesa Cattolica, il cui ruolo è stato, in quelle
vicende, ben più complesso di quanto gli storici tradizionali, e la
stessa Gerarchia Ecclesiastica, abbiano voluto credere e divulgare. Del
pari, il riconoscimento del ruolo fondamentalmente positivo del
Risorgimento non può impedire il riconoscimento dei tanti aspetti pure
positivi degli Stati preunitari.
Cattolici e laici (ma questa contrapposizione ha
davvero senso?) dovrebbero potersi riconoscersi tutti nel Risorgimento
italiano, e ciò, lo ribadisco, senza
nascondere le pagine oscure e dolorose.
Vorrei richiamare, al riguardo, una lapide che, in
Messico, ricorda l’ultima battaglia combattuta dagli Aztechi contro i conquistadores
spagnoli, che vide la vittoria di questi ultimi e la sconfitta (poi la
scomparsa ai limiti del genocidio) di quella raffinata civiltà
precolombiana; vi si legge che quella battaglia non fu né una vittoria
né una sconfitta, ma l’inizio doloroso della storia moderna del
Messico.
Una tale profonda, pacata consapevolezza di un
momento tragicamente fondante della propria storia è a maggior ragione
auspicabile in Italia, Nazione che ha avuto una evoluzione ben meno
traumatica e sanguinosa.
Una revisione seria della storia
dell’Italia risorgimentale (d’altronde già compiuta dai migliori
storici, ad esempio - e non
di recente – dallo stesso laicissimo Candeloro) rivelerebbe il ruolo
di primo piano di tanti cattolici nella formazione stessa dell’idea
Nazionale e nella lotta per attuarla.
Una storia comune (in senso pieno) a tutti, insomma.
I Cattolici, che credono nella provvidenza,
dovrebbero riflettere sul fatto che le leggi eversive, e la fine di
anacronistici privilegi (in primo luogo la stessa esistenza dello Stato
clericale) hanno segnato un profondo e positivo rinnovamento di una
chiesa ormai sclerotizzata; i laici, da parte loro, devono considerare
(parafrasando Michelet) che, anche ammesso che la Chiesa (anche quella
dell’ottocento) sia stata la
rovina dell’Italia, tuttavia quest’ultima – senza la Chiesa
– sarebbe una entità neanche configurabile, assolutamente diversa da quella che i
laici stessi conoscono e amano.
Vorrei chiudere questo mio intervento richiamando
ancora una volta Carlo Alianello; questi concludeva il suo durissimo
(quanto documentato) pamphlet
“La Conquista del Sud”
evocando la visione, nel giardino del Museo di Messina, tra i
reperti del terremoto del
1908, di un ultimo soldato d’
‘ o Re, , forse un fantasma, che ancora vigilava sulla città, una
delle ultime ad arrendersi ai piemontesi.
Bene: ora che le passioni contingenti dovrebbero
essere placate, consentiamo a quel soldato finalmente di riposare, e così ai suoi compagni borbonici e piemontesi,
ed anche ai garibaldini, ai “civili” mazziniani, ai “signori”
cavouriani , ai clericali e a tutti gli altri.
La loro
memoria, però, non è scomparsa.
Essi vivono in noi: sono la nostra memoria
collettiva, dove le antinomie si placano e trovano unità (se non
armonia) nell’onda lunga della Storia.
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