ICONA PER UNA NAZIONE:

ANCORA SU  RISORGIMENTO E CATTOLICI

di  GEREMIA CASABURI

 

Uno dei più corrosivi racconti di Tommaso Landolfi, Le due Zittelle, “esordisce” con la ironica descrizione di <<uno scuorante quartiere di una città essa medesima per tanti versi scorante>>, dove vivono le protagoniste, <<tutto risonante di patrie battaglie, come sarebbe Montebello, Castelfidardo e simili, le quali vie sboccavano in una piazza denominata, appunto Indipendenza, o le correvano nei pressi>>.

Nomi polverosi, dunque, e ormai privi di significato (il racconto è del 1946!) per strade polverose e squallide, di un quartiere (e di una città, forse di una Nazione) dove la vita scorre  sonnolenta, e si respira <<una vaga aria di grettezza e di reazione>>.

 

 L’oblio è stato quindi il destino delle vicende, delle persone, ma anche dei valori, delle idee, in una parola della storia che a quei nomi corrisponde, vale a dire del Risorgimento italiano?.

 

No, forse la realtà è anche peggiore; quella storia non è stata relegata solo nella toponomastica o nei ricordi scolastici (secondo i vecchi programmi…); ancorchè di polvere i nomi di quelle strade sono coperti da sputi e da disprezzo, da un rifiuto –da parte del cittadino “medio”- radicale ed insieme “ignorante”.

L’esposizione antirisorgimentale al meeting di Rimini della scorsa estate, è solo l’ultimo anello di una catena (di un cappio…) di svalutazione e di contrapposizione (spesso rabbiosa) che ha avuto inizio – credo – contestualmente al verificarsi di quegli avvenimenti che, nel secolo scorso, hanno portato all’Unità d’Italia. 

 

Dal <<Non per questo>> di Carducci, alle pagine di Gramsci, fino alla storiografia contemporanea, il Risorgimento è stato <<rivoltato come un calzino>> (per usare una infelice espressione usata di recente per altre e penose  vicende della nostra cronaca), sottoposto a critica revisione da destra come da sinistra ( e d’altronde il revisionismo ha riguardato anche pagine ben più sanguinose e recenti della nostra storia).

Da anni, poi, le nostre librerie espongono saggi storici di taglio divulgativo (in genere gli autori sono giornalisti prestati alla storiografia) impegnati a dimostrare che il Risorgimento è stato tutto un bluff, e che i “Padri della Patria” sono stati tutti un po’ stupidi e un po’ buffoni, ed anche – almeno alcuni – tangentari ante litteram.

 

Certo, ad un livello più alto, le cose stanno diversamente: la storiografia più avveduta – di ogni indirizzo – ha collocato ormai con sufficiente esattezza, e senza il fuoco della passione partigiana, Vittorio Emanuele, Pio IX, Garibaldi, Calatafimi ecc. nelle caselle che loro competono: ma ciò in corposi tomi per addetti ai lavori,  non frequentati dai normali lettori.

Così ad esempio io  non sono certo uno storico di professione; sono un magistrato napoletano, mediamente interessato alla storia italiana, e  non leggo con particolare assiduità particolarmente libri in materia risorgimentale.

 

La mia attenzione (ovviamente sempre meramente amatoriale) va piuttosto alla letteratura, e anche qui è facile individuare un corposo filone  antirisorgimentale, specie meridionale, dal Pirandello de “I vecchi e i giovani” , a “I Vicerè” di Federico De Roberto, fino – evidentemente – all’anche troppo citato Tomasi Di Lampedusa e all’ormai (ingiustamente) misconosciuto Carlo Alianello (“L’eredità della priora” è un capolavoro).

 

C’è poi sempre stata la polemica spicciola, popolare (anzi, da lumpenproletariat), che deriva dal risentimento cattolico o, anche, dal latente antimeridionalismo settentrionale, e che ha trovato recente riscontro in certe dichiarazioni e desiderata dell’on. Bossi e dei suoi amici (per non dire, ad un livello ben più basso e viscerale, del “Forza Vesuvio”, o “Avanti Etna” che si è letto su qualche cavalcavia autostradale del profondo nord, o su qualche striscione pseudocalcistico).

Va poi considerata la nostalgia (un po’ romantica e un antiquaria) delle piccole patrie preunitarie (le “Toscanucce”) , che si manifesta, a livello popolare,  negli adesivi raffiguranti le antiche bandiere che si vedono spesso sui cruscotti delle automobili, ma anche – con altre ambizioni - in certe costose pubblicazioni o mostre di dubbia serietà scientifica.

 

A Napoli, per esempio, anche in ambienti “intellettuali” (ma direi soprattutto salottieri)  la rivalutazione dei Borboni  è piena e diffusa, e si è anche manifestata in una serie di mostre – ancora in corso di svolgimento – unanimemente ritenute di infimo livello. I briganti, poi, sono tutti dei patrioti senza macchia (anche se dubito fortemente che cineasti e psueodostorici di oggi, impegnati ad esaltare quei personaggi, sarebbero mai sopravvissuti ad un incontro ravvicinato, poniamo, con il famoso Crocco).

 Per dirla con un Poeta che se ne intendeva, in fondo è il misero orgoglio del tempo che fu…

 

Restava lo Stato Pontificio, quello che – per dirla con Goethe- solo per miracolo, tanto era mal governato, non affondava sotto terra; almeno fino a poco tempo fa non credo che a Bologna o a Perugia (per non dire di Roma) ci fossero nostalgici di quel pure importante e plurisecolare Stato preunitario (forse solo qualche superstite della nobiltà nera, chissà…).

Di recente, però, anche questa lacuna è stata colmata.

 Così un intelligente “polemista” cattolico (autore di non dimenticabili libri divulgativi sulle origini del cristianesimo) quale Vittorio Messori  ha dichiarato che la caduta del papato, con la breccia di Porta Pia, è stata una rapina. Può subito osservarsi che questo significa essere più papisti del papa,  dopo il concordato, e soprattutto dopo le  famose dichiarazioni di Paolo VI sulla provvidenzialità di quell’evento (per non dire altro); Messori, soprattutto, mostra di tornare ad una concezione patrimonialistica dello Stato che si pensava finita da secoli.

Né può trascurarsi (anche per la pubblicazione quasi contestuale di due libri sull’argomento) il rinnovato interesse per il caso Mortara, il bambino ebreo battezzato segretamente da una servetta cristiana e perciò sottratto ai genitori, questo nel 1858.

Il sen. Andreotti, di recente, ha osservato – evidentemente per giustificare in qualche modo il neobeato Pio IX – che in fondo il piccolo piccolo Mortara si convertì per davvero, tanto che divenne prete e, dopo Porta Pia, si rifugiò volontariamente in Austria (come dire: tutto è bene…). Eppure anche i contemporanei (non solo rivoluzionari e anticlericali mangiapreti) interpretarono quell’episodio per quel che era: un brutale, pur se legalizzato, sequestro di persona(ma gà, qualche anno fa lo scienziato cattolico prof. Zichichi ha rivalutato il Cardinale Bellarmino, affermando che in fondo in fondo a Galileo le cose sono andate abbastanza bene…).

 

 Come sempre (Croce docet) la storia è storia contemporanea: chi rivaluta, acriticamente, quel periodo storico ormai finito, altrettanto apoditticamente condannando gli eventi che misero fine  al potere temporale dei papi Re,  pensa soprattutto all’oggi.

Beninteso: sono consapevole del fatto che nessuna persona sensata può anche solo sognare il ripristino dello Stato pontificio (o, se per questo, del Ducato Estense e, perché no, del Sacro Romano Impero).

Tuttavia le riletture dell’ottocento offerte da Messori, e – ad un livello più radicale ancora – dal meeting di Rimini, sono espressione di un cattolicesimo radicale e integralista, vicino alla sensibilità dei Mullah iraniani.

La giustificazione (quando non l’esaltazione) del passato prelude al plauso e all’auspicio per forme di temporalismo e di intromissione religiosa molto più attuali (e più pericolose).

Eppure – ormai decine di anni fa – un cattolico profondo e sincero come Arturo Carlo Jemolo (ma gli esempi possono moltiplicarsi, a partire da Alessandro Manzoni) ha scritto pagine di ben altro tenore su cattolici e Italia unita.

Anzi, a ben vedere, la polemica rabbiosa contro il Risorgimento costituisce la “pietra di paragone” per individuare i reazionari di oggi, laici o cattolici che siano (l’espressione “tradizionalista” mi sembra troppo politicamente corretta: diano del reazionario al reazionario!). 

Come laico – ma forse non lontano dai valori del cristianesimo – guardo con forte preoccupazione a tutto questo (e vedo allora con favore la recente ristampa dei libri schiettamente anticlericali di Ernesto Rossi).

  Qui però non mi interessa la polemica ideologica, o la ricostruzione storiografica – corretta o meno – di quei (non troppo) lontani avvenimenti.

Questa ostilità e rancore nei confronti di Garibaldi e compagnia mi sembrano dannose soprattutto perché concorrono a privare il nostro Paese di una pur labile  identità comune.

Per spiegarmi, vorrei citare non uno storico od un letterato “ufficiale” ma un autore contemporaneo di bestseller, Frederick Forsyth (in fondo qui è in discussione proprio la cultura popolare).

 Il suo ultimo romanzo, Icona (uscito già da qualche anno) è la ricostruzione fantapolitica del tentativo di un gruppo ultranazionalista, guidato da un pericoloso fanatico di prendere il potere nella Russia postsovietica. L’Icona è un simbolo, un idea rappresentata da quel leader. Così Forsyth: <<Qualunque nazione ha bisogno di un riferimento a cui aggrapparsi, sia esso una persona o un simbolo; un riferimento che dia ad una massa di individui un senso di identità comune. In mancanza di elementi di coesione, una Nazione precipita nell’anarchia… Per quanto fosse brutale e coercitivo (in Russia) il Comunismo garantiva una forma di unità. Lo stesso è successo in Jugoslavia: appena il sistema è crollato, è successo ciò che sappiamo. Per creare unità là dove non esiste, c’è bisogno di un simbolo>>.

Si tratta, a mio avviso, di profonde verità, con l’avvertenza che l’Icona può essere anche una fase storica particolarmente significativa, che appunto ha segnato il destino di un Popolo,  vista” nella sua globalità, e quindi anche con i profili negativi.

Ma questo è il duro, sanguinante retaggio della Storia, dove distinguere il bene dal male è, più che difficile, inutile.

  L’Inghilterra, ad esempio, ha come Icona – tuttora amata dalla grande maggioranza della popolazione - una Monarchia che non sempre è stata all’altezza delle esigenze della nazione (non è mancato un Re decapitato); per tacere della Rivoluzione Industriale, in cui pure l’Inghilterra riconosce uno dei suoi massimi titoli di gloria, e che si realizzò anche attraverso il durissimo, quasi servile lavoro di donne e bambini.

La Francia si rispecchia nella grande Rivoluzione, che  a sua volta ha come simboli da un lato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dall’altro la ghigliottina (ma già, da noi sono in molti a non aver ancora perdonato l’Illuminismo…).

La Russia di oggi, stracciona ex grande potenza, in preda di una fortissima crisi di identità, ancora guarda come ad un pilastro fondamentale quella “guerra patriottica” antinazista che, pure, fu condotta da uno dei grandi “mostri” del XX secolo, Stalin.

No, un popolo, per essere Nazione, non può rinnegare la propria storia, nei suoi snodi fondamentali, per quanto tragici e dolorosi siano stati; un Popolo senza storia, o che nega (o ignora) i momenti fondamentali che ne segnano l’identità, è come un uomo senza memoria: buono solo per il manicomio.

  Quale è l’Icona italiana?.

Da molti, troppi anni si parola di crisi del nostro Stato, di  disaffezione e sfiducia dei cittadini, di scollamento tra istituzioni e società civile.

 C’è chi afferma che lo Stato è morto l’8 settembre 1943.

Eppure la Repubblica postbellica ha garantito una prosperità ed uno sviluppo (pur con enormi problemi e disuguaglianze macroscopiche) senza paragoni nella nostra storia.

Il problema, forse, è allora anche la mancanza di una solida identità comune, di una Icona, appunto (nonostante la complessità, se non la pluralità della storia e delle storie italiane).

La verità è che la Repubblica Italiana non può fondarsi solo sul 2 giugno 1946 e sui valori della Resistenza; neanche può risalirsi alle glorie, remote, del Rinascimento e della civiltà Comunale.

  No, la nostra identità nazionale nasce, modernamente, con le vicende che, nell’ottocento, hanno condotto all’Unità.

E’ lì una Icona fondamentale della nostra storia recente: non l’unica, certo, ma una delle più importanti. Non riconoscerlo, e anzi contrapporsi ancora oggi a quelle vicende, è a mio avviso un fattore erosivo e disgregante dell’identità nazionale di portata enorme, anche se inavvertito, se non subliminare.

Ed allora quella Storia va finalmente accettata nella sua complessità, anche nei profondi aspetti negativi, negli errori radicali (penso in primo luogo a quelli che hanno portato alla questione meridionale) di cui paghiamo ancora le conseguenze.

Ma questi profili negativi sono davvero dominanti?.

In poche decine di anni  la classe dirigente (perché non dirlo, la borghesia) di alcuni piccoli Stati riconobbe i propri tratti comuni, vale a dire si riconobbe come Nazione, richiamando valori ed ideali mai gretti, e riconosciuti in tutto il mondo civile.

Con coraggio e sacrificio, e senza particolari violenze, si giunse alla formazione di uno Stato Unitario, sconfiggendo Potenze interne ed esterne che sembrava impossibile vincere; uno  Stato con istituzioni liberali e moderne, paragonabili a quelle degli altri Stati europei più evoluti.

  Ed allora no, non credo che abbiamo molto di cui vergognarci di quegli uomini, di quelle vicende, di quegli ideali che definiamo Risorgimento.

L’Italia di oggi, che va verso l’integrazione europea, il mercato globale, l’integrazione culturale, ha ben più da imparare (e da ricordare) dall’anelito di modernizzazione (anche ingenuo) dei suoi padri fondatori che dalla grettezza localistica, sterilmente nostalgica di un passato idealizzato e mai esistito, vagheggiato da tanti acerrimi epigoni degli antichi nemici dell’Unità.

In tal senso richiamo alcuni recenti interventi di Indro Montanelli (anche a difesa del ruolo di Casa Savoia), ed anche significative iniziative del presidente Ciampi, ad esempio in favore della diffusione del Tricolore.

 

Di quella Storia (come di tutta la storia italiana) fa parte anche la Chiesa Cattolica, il cui ruolo è stato, in quelle vicende, ben più complesso di quanto gli storici tradizionali, e la stessa Gerarchia Ecclesiastica, abbiano voluto credere e divulgare. Del pari, il riconoscimento del ruolo fondamentalmente positivo del Risorgimento non può impedire il riconoscimento dei tanti aspetti pure positivi degli Stati preunitari.

Cattolici e laici (ma questa contrapposizione ha davvero senso?) dovrebbero potersi riconoscersi tutti nel Risorgimento italiano, e ciò, lo ribadisco,  senza nascondere le pagine oscure e dolorose.

Vorrei richiamare, al riguardo, una lapide che, in Messico, ricorda l’ultima battaglia combattuta dagli Aztechi contro i conquistadores spagnoli, che vide la vittoria di questi ultimi e la sconfitta (poi la scomparsa ai limiti del genocidio) di quella raffinata civiltà precolombiana; vi si legge che quella battaglia non fu né una vittoria né una sconfitta, ma l’inizio doloroso della storia moderna del Messico.

Una tale profonda, pacata consapevolezza di un momento tragicamente fondante della propria storia è a maggior ragione auspicabile in Italia, Nazione che ha avuto una evoluzione ben meno traumatica e sanguinosa.

  Una revisione seria della storia dell’Italia risorgimentale (d’altronde già compiuta dai migliori storici, ad esempio -  e non di recente – dallo stesso laicissimo Candeloro) rivelerebbe il ruolo di primo piano di tanti cattolici nella formazione stessa dell’idea Nazionale e nella lotta per attuarla.

Una storia comune (in senso pieno) a tutti, insomma.

I Cattolici, che credono nella provvidenza, dovrebbero riflettere sul fatto che le leggi eversive, e la fine di anacronistici privilegi (in primo luogo la stessa esistenza dello Stato clericale) hanno segnato un profondo e positivo rinnovamento di una chiesa ormai sclerotizzata; i laici, da parte loro, devono considerare (parafrasando Michelet) che, anche ammesso che la Chiesa (anche quella dell’ottocento) sia stata la rovina dell’Italia, tuttavia quest’ultima – senza la Chiesa – sarebbe una entità  neanche configurabile, assolutamente diversa da quella che i laici stessi conoscono e amano.

  Vorrei chiudere questo mio intervento richiamando ancora una volta Carlo Alianello; questi concludeva il suo durissimo (quanto documentato) pamphlet  La Conquista del Sud  evocando la visione, nel giardino del Museo di Messina, tra i reperti del  terremoto del 1908, di un ultimo soldato d’ ‘ o Re, , forse un fantasma, che ancora vigilava sulla città, una delle ultime ad arrendersi ai piemontesi.

Bene: ora che le passioni contingenti dovrebbero essere placate, consentiamo a quel soldato finalmente  di riposare, e così ai suoi compagni borbonici e piemontesi, ed anche ai garibaldini, ai “civili” mazziniani, ai “signori” cavouriani , ai clericali e a tutti gli altri.

 La loro memoria, però, non è scomparsa.

Essi vivono in noi: sono la nostra memoria collettiva, dove le antinomie si placano e trovano unità (se non armonia) nell’onda lunga della Storia.