IL GIUDICE E LA SUA COSCIENZA: ANCORA SU CATTOLICI, STATO E DIVORZIO

di Geremia Casaburi

 

Non si sono ancora placate le polemiche seguite al discorso del Papa all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Rota Romana, nel corso del quale Giovanni Paolo II ha chiesto a giudici ed avvocati ad <<opporsi ai divorzi>>.

E’ però indicata una sorta di divisione dei ruoli, e – meglio ancora – dell’impegno richiesto; gli avvocati, come <<liberi professionisti>> dovranno sempre <<declinare>> l’invito a patrocinare cause di divorzio. <<Rifiutatevi di collaborare, la rottura del matrimonio è una piaga devastante>>.

Meno gravoso il dovere dei giudici; questi – che non possono fare <<obiezione di coscienza per esimersi dal sentenziare>> dovranno <<favorire le unioni>> con <<un’opera di conciliazione  saggiamente condotta>> (Corriere della Sera, 29 gennaio 2002, pag. 1).

Il Papa non ha quindi invocato per i giudici il diritto all’obiezione di coscienza, non previsto per i magistrati – che io sappia – in nessun caso, e non solo in Italia, e ciò anche con riferimento a leggi di forte impatto etico.

Mentre gli avvocati sono stati posti nella scomoda alternativa tra il rispetto dei precetti della propria Fede e il dovere professionale, ai giudici non è stato chiesto di rifiutare l’applicazione di una legge dello Stato, alla cui osservanza sono tenuti in primo luogo in forza di un giuramento liberamente prestato.

Un tale rifiuto esporrebbe il giudice “obiettore” a sanzioni  disciplinari (al limite, fino alla destituzione) e anche penali. Evidentemente anche un Pontefice intransigente sulle questioni di principio come Giovanni Paolo II vuole evitare nuovi martiri della Fede, i renitenti al divorzio, pur se – per fortuna – il rischio che correrebbero non sarebbe certo di finire al Colosseo.

A voler minimizzare e banalizzare, quanto ai giudici italiani, il Papa – in fondo – ha chiesto l’applicazione di quanto è già nella legge: il tentativo di conciliazione dei coniugi è il primo atto del giudizio di separazione come di quello di divorzio,  ed è affidato  - in prima battuta – alle cure del Presidente del Tribunale.

 

La questione è più complessa.

Chi scrive è un magistrato in servizio da  oltre sette anni alla sezione famiglia di un grande tribunale.

Quindi separo,  divorzio, affido figli e determino assegni.

A scanso di equivoci, aggiungo di essere laico, profondamente laico, pur se – forse – non lontano da molti aspetti del cristianesimo.

Non condivido, doppiamente, il discorso del Papa: credo sia errato per eccesso e per difetto.

 

Per difetto: ma perché non chiedere agli Stati l’obiezione di coscienza per i giudici, e di converso imporre loro la non collaborazione alle attuazione di leggi sentite come contrarie a Principi inderogabili?.

Non si comprende perché il Papa riconosca una sorta di immunità proprio ai funzionari dello Stato preposti alla corretta applicazione della Legge.

Il rispetto per la Legge – per i cittadini prima ancora che per i giudici- è certo un principio fondante la civile convivenza;  la prima affermazione, forse la più alta, è nel Critone di Platone: Socrate, pur condannato ingiustamente,   rifiuta la fuga per rispettare le leggi della sua Città.

 Il giudice, beninteso, è un funzionario dello Stato, e deve applicare secondo buona fede le leggi dello Stato, tutte le leggi, anche quelle che non condivide e che sono lontane dalle sue idee politiche o sociali. I giudici applicano il Diritto, non perseguono la Giustizia.

In Italia, la sottoposizione del giudice solo alla Legge, ma appunto, alla Legge, è un principio costituzionale, a sua volta espressione di una regola di .civile convivenza.

Cosa accadrebbe se i giudici potessero scegliere – secondo  i propri personali orientamenti – quali leggi applicare e quali no?. Questa è e deve restare solo una domanda retorica; e non voglio qui neanche accennare, per evitare polemiche meschine e contingenti,  il richiamo ai diffusi dubbi di politicizzazione di una parte della magistratura (pur se, purtroppo, non mancano magistrati che quella politicizzazione  quasi teorizzano…). Del pari, non è questa la sede per trattare del tasso di politicità sotteso ad ogni decisione giudiziaria, anche la più tecnica.

In altri termini è cattivo giudice quello che non applica (o interpreta faziosamente), perché non condivide, le leggi sulla emigrazione, o sulla repressione penale delle tossicodipendenze (gli esempi non sono casuali).

 

Tuttavia, il discorso papale sottende –in modo inatteso – una concezione del ruolo dei giudici burocratica e servente, che deriva dal principio (caro alla Rivoluzione Francese!) del giudice come mera bocca della legge (e comunque da guardare con sospetto).

Iustitia fundamentum regni, nel senso che i giudici – come tutti  gli amministratori pubblici - applicano le leggi che il Sovrano ordina loro di applicare: qualunque ne sia il contenuto (la giurisdizione come arte astratta…).

Parto da una ipotesi limite, che riguarda essenzialmente gli Stati dittatoriali (specie se totalitari: il secolo di fascismo, nazismo e comunismo è finito da poco, e l’eredità di quegli “ismi” è ancora viva).

Qui esiste quello che uno storico del diritto, Italo Mereu, ha definito il legalismo delle camere a gas: d’altronde i peggiori criminali di guerra, e così gli scherani delle tirannie,  si sono sempre difesi invocando l’obbedienza a ordini superiori,  ed anche a Leggi correttamente approvate, formalmente impeccabili. Tali erano, in Italia come in Germania, anche le leggi razziali.

I processi di Norimberga , e ora anche quello per i crimini nell’ex Jugoslavia, dovrebbero aver fatto giustizia di tale finzione.

L’ imperativo etico di non rispettare le leggi contrarie ai Valori fondanti la civile convivenza, le leggi criminali,  vale per tutti, anche per i giudici che operano ini Stati dittatoriali.

E ciò anche se la disobbedienza può comportare rischi personali, in primo luogo la perdita della carica.

Vorrei consigliare la visione (possibile in videocassetta) di un bellissimo film di Costa Gavras (regista caro alla sinistra), che risale a oltre venti anni fa: <<L’affare della sezione speciale>>.

Si svolge in Francia durante la Repubblica di Vichy, ed è ispirato a fatti realmente accaduti.

Una nuova legge del governo collaborazionista stabilisce pene severissime, fino alla morte, per qualunque atto di dissidenza, e ciò retroattivamente (in realtà si voleva condannare a morte degli ebrei e dei supposti oppositori per evitare la rappresagli nazista a  seguito di un attentato partigiano). Due magistrati discutono della questione; uno è preoccupato perché teme– qualora la guerra dovesse essere vinta degli  alleati – che possano seguire delle punizioni per i giudici che hanno applicato quella legge.

 L’altro lo rassicura, dicendo che loro sono solo servitori dello Stato, qualunque ne siano le tendenze e i principi ispiratori, e che pertanto nessuno potrebbe punirli per aver fatto il loro dovere (di fatto, dopo la guerra, nessun magistrato francese subì serie conseguenze per aver applicato quella legge ignominiosa).

Bene,  quei due giudici francesi  costituiscono l’esempio di quel che i  funzionari pubblici, e soprattutto i giudici, non devono essere: qualunque sia il contesto in cui si opera, ci sono leggi che sporcano, che rendono complici chi – pur non avendo contribuito alla loro approvazione  - concorre alla loro attuazione.

 

Certo, la vigenza di  leggi <<criminali>> in uno Stato democratico e non <<canaglia>> è davvero eccezionale, una ipotesi di scuola (se democrazia – beninteso  non è solo prevalenza della maggioranza, ma anche rispetto dei diritti di tutti).

Tantomeno voglio tentare un assurdo paragone tra le leggi razziali e gli ordini criminali e le leggi, anche più disastrose e discutibili, emanate nella nostra Repubblica (e ce ne sono…).

Esistono però leggi di per sé non criminali, ma che possono contrastare  irriducibilmente con i valori, gli ideali, le credenze fondamentali e profonde di determinati gruppi di cittadini, i quali possono chiedere di  non “averci a che fare”.

 E’ – semplificando – il principio dell’obiezione di coscienza, già riconosciuto ai giovani quanto al servizio militare, ai medici quanto all’aborto.

 

Ritengo che anche ai giudici,  in ipotesi eccezionalissime, in cui sono in gioco i valori dell’esistenza, dovrebbe riconoscersi un simile diritto.

Così anche il giudice (e non solo cattolico) potrebbe chiedere di essere esonerato dalle autorizzazioni all’aborto delle minorenni (l’obiezione in senso contrario, secondo cui tale autorizzazione non è di per sé causa dell’aborto, a mio avviso può soddisfare solo i burocrati più ottusi).

Qualora dovesse essere (finalmente)  disciplinata per legge   l’insidiosa materia della procreazione assistita, dovrebbe del pari riconoscersi al giudice “obiettore” di non aver nulla a che fare con maturità surrogate, affitto di ventri e simili “frutti” di una evoluzione scientifica che – forse – poco rilievo dà alla dignità dell’Uomo (o almeno tale potrebbe essere la opinione dei dissenzienti, giudici o meno).

Al limite – se (malauguratamente) dovesse ripristinarsi la pena di morte, dovrebbero essere esonerati dalla Corte d’Assise quei giudici  per i quali il “supremo supplizio” contrasta con regole  di civilità. Ricordate Porte Aperte di Sciascia?.

In caso contrario si porrebbe quei giudici nella ingiusta alternativa tra la violazione di un dovere imposto dalla coscienza (ed è cattivo giudice quello che  calpesta la propria coscienza…) e la violazione di un dovere del proprio ufficio

Né si può pretendere che gli obiettori siano eroi, giungendo – per coerenza –a rischiare la perdita del lavoro.

Beninteso,  l’obiezione dei giudici non può impedire l’applicazione di quelle leggi, così come l’obiezione di coscienza non impedisce all’Esercito italiano di esistere, e all’aborto di essere praticato.

Compete allo Stato l’organizzazione degli uffici giudiziari in modo tale che sia garantita, da giudici non obiettori, l’adozione di quei provvedimenti.

 

Ed allora, se per i cattolici  il divorzio è davvero qualcosa che contrasta con i valori profondi della religione, perché non esonerare  i giudici cattolici  che lo chiedono  dai procedimenti ex legge 898/1970?. E di converso, perché il Papa non lo ha chiesto nel suo discorso?

 

Ma a mio avviso – e non credo di cadere in contraddizione – il discorso  del papa è pericoloso anche per eccesso, perché espressione di uno spirito clericale e integralistico pericoloso anche per la civile convivenza, e che – francamente – lo accomuna a certe posizioni islamiche di cui si parla anche troppo.

Mi spiego.

Non voglio assolutamente entrare nel merito dell’opposizione cattolica al divorzio (e solo cattolica. Non mi sembra che sia la stessa posizione delle altre chiese cristiane) sulla questione, che mi limito a considerare lontanissima dalla mia sensibilità e cultura.

In una ottica laica, io riconosco il diritto del cittadino cattolico a non divorziare, e già mi sono espresso sulla obiezione di coscienza anche dei giudici.

Credo per che questo diritto abbia un limite: il diritto degli altri cittadini di invocare la applicazione di una legge dello Stato, che corrisponde oltretutto ad una concezione della famiglia, della società e della persona umana che non piace ai cattolici, ma che è ormai definitivamente consolidata nella coscienza  dei più (ed in Italia nel 1974, un secolo fa, c’è stato un referendum popolare).

Pertanto il coniuge cattolico dovrà <<subire>> il divorzio chiesto dall’altro, se sussistono le condizioni di legge; potrà, se crede, non aderire alla domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio, potrà – se crede – non risposarsi più, e continuare a considerarsi sposato a quello che per la legge (ma non per il diritto canonico) è l’ex coniuge.

Non potrà mai, invece, almeno secondo i principi della Civiltà liberale che informano anche il nostro Stato, pretendere di imporre all’altro le proprie idee e il proprio credo, costringendolo ad un vincolo non più voluto.

Del pari, per ogni giudice  che fa obiezione di coscienza (una volta riconosciuta) , dovrebbe comunque garantirsi la presenza di altri che trattino giudizi di divorzio.

Sto ripetendo concetti che, in Italia, si credeva consolidati da trenta anni, e che sembravano accettati anche dai cattolici. Così non è, e me ne dispiace.

Il Papa – infatti -  non si limita a confermare la posizione cattolica sul divorzio: in sostanza egli invoca un anacronistico, e intimamente sovversivo, ostruzionismo ad una legge dello Stato, che – inevitabilmente (ma l’effetto è voluto) coinvolge tutti, cattolici e non cattolici.

In altri termini,  egli non   vuole solo che i cattolici siano tenuti <<lontano>> dal divorzio, sia nel senso che i cattolici non divorzino, sia in quello – più <<avanzato>> che giudici e avvocati cattolici si <<tengano lontano>> (con modalità diverse, come si è visto) da quella legge.

No: l’intenzione del Pontefice è proprio quella di farla finita con un istituto conosciuto e applicato, ormai, in tutto il mondo.

E’ una posizione che rispetto, ma che allargherà un fossato che sembrava colmato: e non credo di essere in errore affermando  che la grande maggioranza degli italiani potrebbe essere forse disponibile ad un ripristino della Monarchia Sabauda (argomento di attualità), ma non al ritorno, quanto al divorzio, della situazione anteriore al 1970.

Ho anzi l’impressione che – come recita un noto aforisma – il Papa invoca la libertà per i cattolici in nome dei principi degli <<altri>>, ma – in nome dei principi cattolici – nega agli <<altri>> una pari libertà.

 

Esagero?.

Non credo; temo  anzi che il discorso papale, non per intima condivisione, ma per banali contingenze politiche, possa avere effetti pratici indesiderabili, e che riporteranno indietro di molto l’orologio della Storia;   d’altronde da quando non c’è più la Democrazia Cristiana il tasso di laicità del nostro Paese è diminuito in modo allarmante…

Temo, soprattutto – ed è il minimo - che i progetti di riforma della legge del divorzio finiscano paralizzati sine die: ed è forse opportuno ricordare che in Italia divorziare è difficilissimo; rimane lo scandalo, credo unico al mondo, che per arrivare al divorzio occorrono almeno due procedimenti, quello di separazione e poi quello di divorzio vero e proprio (altro che obiezione di coscienza: gli unici a guadagnarci sono gli avvocati…).

C’è di peggio.

Il Corriere della Sera (quotidiano non bolscevico) lo scorso 20 febbraio ha pubblicato un articolo  dell’avvocato divorzista Cesare Rimini intitolato “Giuristi cattolici sul matrimonio civile <<un doppio regime come negli USA>> “; il significativo sovratitolo  è “il dibattito dopo l’intervento di Giovanni Paolo II”; si riporta un dibattito sulla  rivista “Studi cattolici”  a sua volta intitolato: “Ripensare il divorzio”.

Così la sintesi di Rimini: << si intende proporre ..la libertà per i coniugi di optare per un matrimonio indissolubile oppure per un matrimonio che può essere sciolto  con il divorzio>>.

Tralascio ogni valutazione sul richiamo – assolutamente improprio – a norme esistenti in alcuni stati USA, in realtà qui si vuole riproporre una distinzione di cui si discusse già negli anni sessanta, all’epoca della elaborazione della legge Baslini – Fortuna (il sottoscritto ricorda che all’università, venti anni fa, per l’esame di diritto ecclesiastico approfondì l’interessante questione).

Si trattava da un lato di affermare l’indissolubilità del matrimonio concordatario (all’epoca si temeva che – in forza del Concordato del 1929, e dell’art. 7 della Costituzione – il divorzio fosse incostituzionale), dall’altro di introdurre il divorzio per il matrimonio civile.

La scelta (coraggiosa, come appare ancora oggi) fu per il regime unico: la differenza, che oggi appare nominalistica,  sta solo nel fatto che il matrimonio civile si scioglie, quello concordatario vede la cessazione degli effetti civili (la legge 898/70 non usa mai la parola divorzio; la Corte Costituzionale prima, la revisione del concordato poi, sancirono definitivamente tale soluzione).

Insomma, i giuristi cattolici – non so chi siano – vogliono spacciare (non so ancora sotto quale forma)  come nuova  una  proposta vecchia.

 

Qui l’opposizione (spero non solo dei laici, ma anche dei cattolici non accecati dall’integralismo) deve essere radicale.

Già  Cesare Rimini, argutamente, segnala l’imbarazzo per i novelli coniugi di dover affrontare un imbarazzante  dilemma psicologico: come vogliono il loro matrimonio?.

Soprattutto è intollerabile che il fondamentale istituto del matrimonio sia sottoposto a due regimi radicalmente diversi, la cui scelta – suppongo – sarà immodificabile.

Francamente, mi vien voglia di evocare lo spirito magno degli Illuministi, ed i valori fondanti della Rivoluzione Francese (ma ho il sospetto che i giuristi cattolici di cui sopra non hanno ancora perdonato nulla a Voltaire..). e pazienza se c’è stata anche la ghigliottina!.

La legge è uguale per tutti.

 Se c’è qualche collega che lo ha dimenticato, si giri, e legga quel che è scritto dietro di lui in tutte le nostre aule di Giustizia.

Di contro, le leggi singolari, le leggi separate  per determinati gruppi religiosi o etnici, sono proprie di altre epoche storiche, o di realtà arretrate.

Se ben ricordo,  era l’impero Ottomano ad avere, ancora all’inizio del novecento, leggi speciali (proprio in materia di rapporti familiari) per musulmani, cattolici, ebrei,  ecc.

Così , in Italia fino al 1865 (retaggio degli stati preunitari), il matrimonio era solo religioso.

Ancora oggi, in Israele, nazione per altri versi di cultura occidentale, il matrimonio è regolato dalle sole leggi rabbiniche; ne segue che i matrimoni misti, o semplicemente dei cittadini non religiosi, si celebrano all’estero (a Cipro: e c’è un fiorente turismo matrimoniale).

Ed allora no, non riesco a credere che nella pur degradata Italia di oggi qualcuno voglia il matrimonio per i cattolici separato da quello degli altri; quanto ai cattolici, invito a rileggere le pagine su divorzio e matrimonio di Arturo Carlo Jemolo.

Una tale  volontaria ghettizzazione, oltretutto, dubito possa giovare allo stesso cattolicesimo.

Continuo a credere da un lato che l’individuo prevalga sul gruppo, dall’altro che lo Stato – casa di tutti – debba essere retto dalle stesse regole (fermo il diritto, per chi dissenta, di non avvalersene: ma senza negare agli altri, mi ripeto, il pari diritto di avvalersene). 

Davvero si vuole una nova guerra di religione?.

Credo sia il momento di parlare, ora, tra noi – operatori giuridici – che disponiamo, se non altro, di un linguaggio comune.

GEREMIA CASABURI