IL VANGELO E LA “FORZA”

di Giuliano Mignini

 

CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE

Nel clima spesso contraddittorio e irenistico che caratterizza oggi larghi settori del mondo cattolico, l’accostamento dei due termini “Vangelo” e “Forza” (materiale) sembra assolutamente inconcepibile, provocatorio, come se l’ideale della pace dovesse, necessariamente, ritenersi incompatibile con l’impiego della forza simpliciter e come se la “forza” stessa e il suo uso dovessero automaticamente considerarsi estranei all’orizzonte del fedele.

Il panorama che si dipana agli occhi di quest’ultimo è, certo, pervaso, tra l’altro, dal dispiegamento, a vario titolo, della forza materiale: guerre, violenze di ogni genere, sedizioni, tumulti, c’è la violenza esercitata dai criminali, individualmente o associati, quella di gruppi politici o etnico-linguistici o religiosi per conquistare il potere in tante aree del mondo e c’è anche la violenza esercitata legalmente dagli Stati contro la criminalità, con il carcere e, in certe aree, con la pena di morte.

Il cristiano (e, soprattutto, il cattolico) contemporaneo, sembra rifuggire istintivamente da tutto questo, è costretto, in un certo modo, a convivere con le espressioni “legali” della forza, ma è come se si trattasse di una realtà non inseribile nel quadro della fede, di una realtà da tollerare sino a che se ne possa fare a meno, ma che intimamente lo ripugna.

Prima di chiederci il motivo di un simile atteggiamento, occorre precisare i termini posti in correlazione. “Vangelo” è sinonimo di depositum fidei, direbbero i teologi o, in termini di “pensiero forte” aconfessionale, di weltanschauung cattolica. Per “Forza” intendo riferirmi, invece, all’esercizio dell’energia fisica, senza ulteriori connotazioni (in un ambito che spazia dalla guerra alla repressione della criminalità), per respingere una violenza o per vincere una resistenza e, conseguentemente, a tutte quelle qualità che sono normalmente connesse  a tale realtà, come, ad esempio, alle passioni dell’amore e dell’odio e, soprattutto, a quella peculiare passione dell’appetito irascibile che è l’ira, con la quale si è inclinati a infliggere all’offensore un male proporzionato all’offesa ricevuta, considerando questo male come bene, ossia come giusta punizione.  

Qual è la radice di un simile atteggiamento nel panorama contemporaneo (post-conciliare) del cattolicesimo ?

Per rispondere a questa domanda bisogna richiamare la fondamentale distinzione tra sacerdote (o religioso) e laico, come alle due fondamentali articolazioni dell’insieme dei credenti e, quindi, della Chiesa. Sacerdote è il fedele che ha ricevuto il sacramento dell’Ordine, in uno dei suoi tre gradi: episcopato, presbiterato o diaconato. Colui che ne sia investito, svolge il ministero apostolico e contribuisce allo sviluppo della grazia battesimale di tutti i battezzati.1 Il sacerdote è spesso anche religioso, cioè partecipe di un consorzio nel quale mira al proprio perfezionamento attraverso la pratica dei consigli evangelici e, dato che il religioso può non essere consacrato, spesso lo si affianca al laico e lo si contrappone al sacerdote. Sotto un diverso profilo, invece, che è quello che qui interessa, il sacerdote (nella sua accezione ampia, comprensiva dei tre gradi dell’Ordine), si affianca al religioso e si contrappone al laico. Quest’ultimo, per converso, è il fedele che non abbia ricevuto l’ordinazione sacerdotale.

E’ evidente che a ciascuna di queste due ampie suddivisioni (tralasciando, per il momento la figura del religioso), corrispondono specifiche finalità e, quindi, obblighi, fermi rimanendo i comuni doveri che ai battezzati simpliciter discendono dal Decalogo.

 

REGALITA’ E SACERDOZIO

 

 La fondamentale bipartizione dei fedeli in chierici (termine comprensivo dei vari di gradi di sacerdozio) e laici discende dall’articolazione di quelle che Franco Amerio definisce “le diverse vocazioni alla santità”[1], vale a dire l’officio sacerdotale, deputato, come s’è detto, allo sviluppo della grazia battesimale di tutti i fedeli, l’officio profetico, anch’esso affidato in modo speciale al clero e che consiste nell’evangelizzazione, cioè nell’annunzio di Cristo, fatto con la testimonianza della vita e con la parola e, infine, l’officio regale, che spetta in modo del tutto speciale al laico e che consiste nell’instaurazione del regno di Dio e di Cristo nel mondo, cioè nella consecratio mundi.[2]

La tripartizione degli offici si risolve, quindi, in una bipartizione, sotto il profilo degli organi deputati al loro espletamento, cioè al clero e al laicato, fermo rimanendo che ogni battezzato, in quanto tale, possiede tutti gli offici che il battezzato riceve dal sacramento ricevuto in forza del quale si lega indissolubilmente a Cristo, che è insieme sacerdote, re e profeta.[3]

Il clero, cioè l’insieme dei fedeli che, religiosi o meno, hanno ricevuto l’Ordine sacro è, per così dire, il mediatore istituzionale tra Dio e l’uomo e la sua azione, sia essa di amministrazione dei sacramenti che di evangelizzazione, ha delle caratteristiche “effusive” della Grazia divina e di diffusione, attraverso la parola e l’esempio di vita, del depositum fidei. Il clero si muove in un contesto spirituale, in un contesto di adesione del fedele all’azione sacramentale e solo nel momento dell’evangelizzazione si trova di fronte gli uomini e le culture estranee alla Chiesa, ma anche in tal caso, deve far leva sull’adesione del destinatario del messaggio, un’adesione che, nel suo momento iniziale, non può che fondarsi su ciò che hanno in comune il profeta e l’evangelizzando, cioè su argomenti razionali, tesi a dimostrare che il messaggio è convincente e superiore alla cultura di quest’ultimo, ma anche confermativo della stessa.

Il carattere dell’azione “sacerdotale” è, quindi, essenzialmente spirituale ed esso rifugge intimamente dall’impiego della forza, proprio perché presuppone l’adesione o almeno l’ascolto e l’unica guerra che concepisce è che quella, intima, del fedele contro il peccato e la tentazione diabolica o quella, drammatica, dell’esorcismo.

Compito del re è, invece, quello di instaurare la pace, cioè la “tranquillità dell’ordine” e di reggere il mondo così ordinato, in analogia all’azione del Dio Creatore e Signore del mondo. “ In tutte le cose ordinate a un fine nelle quali si può procedere in modi diversi, si richiede qualcuno che diriga, per opera del quale si pervenga direttamente al fine dovuto “ spiega con mirabile chiarezza San Tommaso nel “De Regimine principum”. [4]

Si tratta di compiti distinti ma che concorrono tutti al bene dei fedeli, principalmente a quello terreno, per quanto concerne la regalità, alla beatitudine eterna, per quanto attiene al sacerdozio. Il laico, al quale appartiene precipuamente la funzione regale, promovendo, secondo le sue competenze, la “ vita onesta “ della moltitudine, come la chiama il Dottore Angelico,[5] comandando le cose che portano alla beatitudine celeste e proibendo, per quanto è possibile, quelle contrarie, contribuisce, da parte sua, alla funzione del clero e, anzi, ne rende possibile l’azione, promovendo l’instaurarsi di quell’insieme di condizioni che rendono più facile il raggiungimento del fine ultraterreno.

 

REGALITA’ E “SICUREZZA”

 

Il laico, muovendosi nell’ambito terreno, in un mondo, uscito sì buono dalle mani del Creatore, ma segnato drammaticamente, post peccatum, dalla realtà dell’iniquità, dell’egoismo, della violenza, si scontra con situazioni che il sacerdote sì conosce e contro le quali mette in guardia il fedele, ma che non ha, normalmente, la competenza e il potere di affrontare direttamente e che non può, pertanto, respingere, con la minaccia di castighi terreni e con l’impiego di una forza materiale volta a vincere la resistenza e l’aggressione del malvagio, di colui che minacci la pace, cioè l’ordine, instaurato e conservato dalla regalità. Il laico ha, invece, il compito di affrontare e vincere l’ostacolo che il peccato contrappone alla vita ordinata dei sudditi e che, indirettamente, rende loro più difficile il conseguimento dell’ultimo fine.

A questo proposito, San Tommaso d’Aquino insegna ancora che a tali necessità il re “deve provvedere con le sue leggi e i suoi ordini, con castighi e con premi, ad allontanare i sudditi dall’iniquità e a incitarli ad opere virtuose….Terzo compito del re è la difesa dei sudditi curandone la sicurezza contro i nemici. Infatti non servirebbe a nulla evitare i pericoli interni, se non ci si potesse difendere contro quelli esterni”. [6] 

Sono parole chiarissime che individuano i fondamentali compiti dell’Autorità politica, vale a dire il compito di legiferare, apprestando, tra l’altro, la sanzione (che, per essere tale, dev’essere efficace) per il comportamento antigiuridico, quello di amministrare la giustizia e, quindi, anche di reprimere le condotte antigiuridiche e  l’attività amministrativa, volta, in particolare, al mantenimento dell’ordine, contrastando i nemici interni e quelli esterni. Il tutto deve condurre alla pace, cioè alla tranquillità dell’ordine e, quindi, alla vita ordinata dei sudditi, ma è evidente che, post peccatum, la realizzazione di tale fine non può prescindere dall’uso della forza per vincere gli ostacoli (interni ed esterni) che vi si contrappongono. Se l’attività del sacerdote e del religioso si fonda sulla persuasione, sull’intima adesione del destinatario del “messaggio”, che può essere salvato solo se la sua volontà aderisce a quest’ultimo, quella del re (intendendo con tale termine l’Autorità politica) si volge alle condizioni esteriori, materiali della vita dei sudditi e deve impedire che la violenza ingiusta esercitata dai nemici interni (la criminalità) ed esterni distolga i sudditi dalla vita virtuosa. Emergono, quindi, le attività del magistrato, del tutore dell’ordine interno e del militare, che, dovendosi muovere in un’ottica di questo genere, dovranno praticare le identiche virtù cardinali e teologali con un taglio profondamente diverso da quello del sacerdote e del religioso. Diverso sarà, in altri termini, lo “stile” di vita di chi è chiamato alla consecratio mundi, vista sotto il particolare profilo di queste categorie di fedeli, rispetto alle altre due categorie.

 

LO “STILE” DEL LAICO

 

Il laico dovrà sviluppare in particolare la virtù della prudenza, che San Tommaso definisce come “attitudine a scegliere i mezzi opportuni per il conseguimento del fine”, quella della giustizia, cioè la “ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto”[7] e con la quale, in generale, si regolano gli atti della volontà e, soprattutto, la fortezza, quella con la quale si regolano gli atti dell’appetito irascibile. Non a caso, Platone considera tale virtù come quella propria della classe dei guerrieri che qui possiamo considerare come la “classe” che più tipicamente rappresenta coloro che hanno il compito di garantire la sicurezza della collettività contro il pericolo di un’offesa ingiusta che genera, nell’animo, l’impeto verso lo sfogo e la vendetta per rifarsi di qualche ingiuria subita[8]. E’ importante sottolineare ciò che non sempre viene adeguatamente considerato da un certo orientamento teologico pregiudizialmente ostile a quei movimenti dell’appetito sensitivo che sono le passioni e cioè che Dio poteva certamente creare un essere fatto solo di intelletto e di volontà, ma ha voluto, invece, che l’uomo, oltre ad avere questi due importantissimi elementi, avesse anche un corpo e, quindi, un appetito sensitivo e, quindi, dei moti di questo appetito che sono le passioni tra le quali rientra anche quella dell’ira. Piaccia o non piaccia, Dio ha voluto, quindi, che l’uomo fosse dotato anche di tali elementi che sono possenti energie che debbono essere orientate al bene e che, quindi, per se stesse, in quanto costitutive della natura umana, sono buone. E’ il loro modo di viverle, di “gestirle”, quello nel quale interviene la volontà e che, quindi, diventa suscettibile di valutazione morale.

Il laico si troverà sottoposto, nella sua azione volta alla instaurazione e alla conservazione della pace, soprattutto, alle passioni dell’irascibile, che attiene alla difesa del bene sensibile posseduto[9], mentre il concupiscibile riguarda il conseguimento del bene sensibile e l’oggetto dell’irascibile è l’arduo, appunto perché tende a vincere e a sopraffare gli agenti contrari.[10]

Dovrà, quindi, stimolare e orientare secondo ragione le passioni della speranza, dell’audacia, del timore e moderare quelle dell’ira e della disperazione, in uno sforzo teso a vincere un ostacolo che è ciò che, in definitiva, caratterizza questo tipo di fedele, mentre il sacerdote è, in generale, un mediatore e trasmettitore di grazia ed opera secondo modalità “effusive”, dispensatrici. Apparterrà propriamente al laico, quindi, uno stile che tenderà a coniugare, in una sintesi felice, l’amore a Dio e al prossimo, la sollecitudine del bene comune, l’anelito verso la pace, che non è il cedimento alla prepotenza e all’aggressione, ma l’instaurazione e la conservazione di una civiltà ispirata al Decalogo e, soprattutto, ai comandamenti della Carità, anche, e, post peccatum, forse soprattutto, dopo la vittoria contro gli agenti contrari, perseguita moderando, ma non soffocando, il giusto risentimento contro l’ingiustizia.

Vivere la comune vita di battezzati, partecipi dei tre offici che derivano dalla persona di Cristo al quale siamo incorporati e, poi, vivere ciascuno secondo le modalità tipiche della condizione a cui siamo stati “vocati”, senza commistioni e confusioni di sorta: questo è il segreto della vera vita cristiana.

Una domanda sorge spontanea: il laico (cattolico), specie quello più “impegnato”, oggi, a quasi quarant’anni dall’inaugurazione di quel Concilio Vaticano II che ha sottolineato, con tanto vigore, il valore della vocazione laicale e la sua dignità[11], risponde veramente a questo modello, possiede questo stile che discende dalla sua vocazione alla santità ?

Credo che nessuno possa obbiettare che le cose, purtroppo, non stanno così, almeno in linea tendenziale e ritorna quella considerazione fatta proprio all’inizio di questo mio intervento. Il laico, proprio quello più impegnato, proprio quello a cui volentieri i Vescovi e i parroci affidano spesso incarichi importanti, nell’ambito delle Diocesi e delle Parrocchie, sembra rifuggire istintivamente da questo modello, sembra incline a svolgere un’azione di sostegno del clero, ma appare curiosamente esitante quando gli si pongono di fronte le sue responsabilità. Un tempo, il laico viveva, forse, ai margini della Chiesa e la stessa Messa era considerata da molti come un qualcosa che riguardasse molto più il presbitero che non il fedele laico, ma, proprio per questo, venivano paradossalmente salvaguardate le caratteristiche proprie della vocazione laicale. Oggi, la “mondanizzazione” del sacerdozio e la “clericalizzazione” del fedele laico (che si esprime, spesso, addirittura nelle modalità della preghiera) hanno condotto ad un’evidentissima confusione più che di doveri, di stili di vita e il risultato è una sostanziale “clericalizzazione” di tutti i battezzati. E’ la rivalutazione della funzione regale quella di cui oggi ha drammaticamente bisogno la Chiesa, affinché sia veramente attuato il Concilio Vaticano II e non la sua contraffazione.

  

CONCLUSIONE

  

L’attuale situazione di disorientamento e di confusione di cui soffre la Chiesa, insieme, certo, a tanti fenomeni positivi, trae origine, indubbiamente da molteplici fattori, ma, di certo, l’intimo contrasto che il fedele laico più impegnato avverte oggi di fronte al compito di instaurare e conservare il Regno di Dio nel mondo sta in questa perdita del senso della propria identità, in questa confusione che lo fa sentire una sorta di sacerdote mancato e che lo induce a confondere quelli che sono i doveri propri della funzione sacerdotale e profetica con i doveri del battezzato simpliciter e lo rende così intimamente avverso a quelle che sono le esigenze dello Stato e, più in generale, della società politico-statuale, tra cui l’uso legittimo della forza per il perseguimento di quella pace ordinata che è il fine dell’Autorità politica.



1 cfr. “Catechismo della Chiesa cattolica”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1992, 1547.

[1] Cfr. “La dottrina della fede. Dogma, morale, spiritualità”. Edizioni Ares, Milano, 1982, p. 748.

[2] Cfr. ibidem, p. 759.

[3] Cfr. ibidem, pp. 158 e segg,

[4] Cfr. San Tommaso d’Aquino “ La politica dei principi cristiani (De redimine principum)”, Edizioni Cantagalli, Siena, 1981, p. 14.

[5] Cfr. ibidem, p. 63.

[6] Cfr. ibidem, pp. 65 e 66.

[7] Cfr. Battista Mondin, “Dizionario Enciclopedico del pensiero di San Tommaso d’Aquino”, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1991, p. 288.

[8] Cfr. Battista Mondin, op. cit., p. 339.

[9] Cfr. ibidem, p. 340.

[10] Ibidem.

[11] Cfr. in particolare “Lumen gentium“, 31 e 36, cit. in “Catechismo della Chiesa cattolica” cit., 898 e 909.