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CONSIDERAZIONI
INTRODUTTIVE
Nel
clima spesso contraddittorio e irenistico che caratterizza oggi larghi
settori del mondo cattolico, l’accostamento dei due termini
“Vangelo” e “Forza” (materiale) sembra assolutamente
inconcepibile, provocatorio, come se l’ideale della pace dovesse,
necessariamente, ritenersi incompatibile con l’impiego della forza simpliciter
e come se la “forza” stessa e il suo uso dovessero automaticamente
considerarsi estranei all’orizzonte del fedele.
Il
panorama che si dipana agli occhi di quest’ultimo è, certo, pervaso,
tra l’altro, dal dispiegamento, a vario titolo, della forza materiale:
guerre, violenze di ogni genere, sedizioni, tumulti, c’è la violenza
esercitata dai criminali, individualmente o associati, quella di gruppi
politici o etnico-linguistici o religiosi per conquistare il potere in
tante aree del mondo e c’è anche la violenza esercitata legalmente
dagli Stati contro la criminalità, con il carcere e, in certe aree, con
la pena di morte.
Il
cristiano (e, soprattutto, il cattolico) contemporaneo, sembra rifuggire
istintivamente da tutto questo, è costretto, in un certo modo, a
convivere con le espressioni “legali” della forza, ma è come se si
trattasse di una realtà non inseribile nel quadro della fede, di una
realtà da tollerare sino a che se ne possa fare a meno, ma che
intimamente lo ripugna.
Prima
di chiederci il motivo di un simile atteggiamento, occorre precisare i
termini posti in correlazione. “Vangelo” è sinonimo di depositum
fidei, direbbero i teologi o, in termini di “pensiero forte”
aconfessionale, di weltanschauung cattolica. Per “Forza”
intendo riferirmi, invece, all’esercizio dell’energia fisica, senza
ulteriori connotazioni (in un ambito che spazia dalla guerra alla
repressione della criminalità), per respingere una violenza o per
vincere una resistenza e, conseguentemente, a tutte quelle qualità che
sono normalmente connesse a
tale realtà, come, ad esempio, alle passioni dell’amore e dell’odio
e, soprattutto, a quella peculiare passione dell’appetito irascibile
che è l’ira, con la quale si è inclinati a infliggere
all’offensore un male proporzionato all’offesa ricevuta,
considerando questo male come bene, ossia come giusta punizione.
Qual
è la radice di un simile atteggiamento nel panorama contemporaneo
(post-conciliare) del cattolicesimo ?
Per
rispondere a questa domanda bisogna richiamare la fondamentale
distinzione tra sacerdote (o religioso) e laico,
come alle due fondamentali articolazioni dell’insieme dei credenti e,
quindi, della Chiesa. Sacerdote è il fedele che ha ricevuto il
sacramento dell’Ordine, in uno dei suoi tre gradi: episcopato,
presbiterato o diaconato. Colui che ne sia investito, svolge il
ministero apostolico e contribuisce allo sviluppo della grazia
battesimale di tutti i battezzati.
Il sacerdote è spesso anche religioso, cioè partecipe di un consorzio
nel quale mira al proprio perfezionamento attraverso la pratica dei
consigli evangelici e, dato che il religioso può non essere consacrato,
spesso lo si affianca al laico e lo si contrappone al sacerdote. Sotto
un diverso profilo, invece, che è quello che qui interessa, il
sacerdote (nella sua accezione ampia, comprensiva dei tre gradi
dell’Ordine), si affianca al religioso e si contrappone al laico.
Quest’ultimo, per converso, è il fedele che non abbia ricevuto
l’ordinazione sacerdotale.
E’
evidente che a ciascuna di queste due ampie suddivisioni (tralasciando,
per il momento la figura del religioso), corrispondono specifiche
finalità e, quindi, obblighi, fermi rimanendo i comuni doveri che ai
battezzati simpliciter discendono dal Decalogo.
REGALITA’
E SACERDOZIO
La
fondamentale bipartizione dei fedeli in chierici (termine
comprensivo dei vari di gradi di sacerdozio) e laici discende
dall’articolazione di quelle che Franco Amerio definisce “le diverse
vocazioni alla santità”,
vale a dire l’officio sacerdotale, deputato, come s’è detto, allo
sviluppo della grazia battesimale di tutti i fedeli, l’officio
profetico, anch’esso affidato in modo speciale al clero e che consiste
nell’evangelizzazione, cioè nell’annunzio di Cristo, fatto con la
testimonianza della vita e con la parola e, infine, l’officio regale,
che spetta in modo del tutto speciale al laico e che consiste
nell’instaurazione del regno di Dio e di Cristo nel mondo, cioè nella
consecratio mundi.
La
tripartizione degli offici si risolve, quindi, in una bipartizione,
sotto il profilo degli organi deputati al loro espletamento, cioè al
clero e al laicato, fermo rimanendo che ogni battezzato, in quanto
tale, possiede tutti gli offici che il battezzato riceve dal
sacramento ricevuto in forza del quale si lega indissolubilmente a
Cristo, che è insieme sacerdote, re e profeta.
Il
clero, cioè l’insieme dei fedeli che, religiosi o meno, hanno
ricevuto l’Ordine sacro è, per così dire, il mediatore istituzionale
tra Dio e l’uomo e la sua azione, sia essa di amministrazione dei
sacramenti che di evangelizzazione, ha delle caratteristiche
“effusive” della Grazia divina e di diffusione, attraverso la parola
e l’esempio di vita, del depositum fidei. Il clero si muove in
un contesto spirituale, in un contesto di adesione del fedele
all’azione sacramentale e solo nel momento dell’evangelizzazione si
trova di fronte gli uomini e le culture estranee alla Chiesa, ma anche
in tal caso, deve far leva sull’adesione del destinatario del
messaggio, un’adesione che, nel suo momento iniziale, non può che
fondarsi su ciò che hanno in comune il profeta e
l’evangelizzando, cioè su argomenti razionali, tesi a dimostrare che
il messaggio è convincente e superiore alla cultura di quest’ultimo,
ma anche confermativo della stessa.
Il
carattere dell’azione “sacerdotale” è, quindi, essenzialmente
spirituale ed esso rifugge intimamente dall’impiego della forza,
proprio perché presuppone l’adesione o almeno l’ascolto e l’unica
guerra che concepisce è che quella, intima, del fedele contro il
peccato e la tentazione diabolica o quella, drammatica,
dell’esorcismo.
Compito
del re è, invece, quello di instaurare la pace, cioè la
“tranquillità dell’ordine” e di reggere il mondo così ordinato,
in analogia all’azione del Dio Creatore e Signore del mondo. “ In
tutte le cose ordinate a un fine nelle quali si può procedere in modi
diversi, si richiede qualcuno che diriga, per opera del quale si
pervenga direttamente al fine dovuto “ spiega con mirabile chiarezza
San Tommaso nel “De Regimine principum”.
Si
tratta di compiti distinti ma che concorrono tutti al bene dei fedeli,
principalmente a quello terreno, per quanto concerne la regalità, alla
beatitudine eterna, per quanto attiene al sacerdozio. Il laico, al quale
appartiene precipuamente la funzione regale, promovendo, secondo le sue
competenze, la “ vita onesta “ della moltitudine, come la chiama il
Dottore Angelico,
comandando le cose che portano alla beatitudine celeste e proibendo, per
quanto è possibile, quelle contrarie, contribuisce, da parte sua, alla
funzione del clero e, anzi, ne rende possibile l’azione, promovendo
l’instaurarsi di quell’insieme di condizioni che rendono più facile
il raggiungimento del fine ultraterreno.
REGALITA’
E “SICUREZZA”
Il
laico, muovendosi nell’ambito terreno, in un mondo, uscito sì buono
dalle mani del Creatore, ma segnato drammaticamente, post peccatum,
dalla realtà dell’iniquità, dell’egoismo, della violenza, si
scontra con situazioni che il sacerdote sì conosce e contro le quali
mette in guardia il fedele, ma che non ha, normalmente, la competenza e
il potere di affrontare direttamente e che non può, pertanto,
respingere, con la minaccia di castighi terreni e con l’impiego di una
forza materiale volta a vincere la resistenza e l’aggressione del
malvagio, di colui che minacci la pace, cioè l’ordine, instaurato e
conservato dalla regalità. Il laico ha, invece, il compito di
affrontare e vincere l’ostacolo che il peccato contrappone alla vita
ordinata dei sudditi e che, indirettamente, rende loro più difficile il
conseguimento dell’ultimo fine.
A
questo proposito, San Tommaso d’Aquino insegna ancora che a tali
necessità il re “deve provvedere con le sue leggi e i suoi ordini,
con castighi e con premi, ad allontanare i sudditi dall’iniquità e a
incitarli ad opere virtuose….Terzo compito del re è la difesa dei
sudditi curandone la sicurezza contro i nemici. Infatti non servirebbe a
nulla evitare i pericoli interni, se non ci si potesse difendere contro
quelli esterni”.
Sono
parole chiarissime che individuano i fondamentali compiti dell’Autorità
politica, vale a dire il compito di legiferare, apprestando, tra
l’altro, la sanzione (che, per essere tale, dev’essere efficace) per
il comportamento antigiuridico, quello di amministrare la giustizia e,
quindi, anche di reprimere le condotte antigiuridiche e
l’attività amministrativa, volta, in particolare, al
mantenimento dell’ordine, contrastando i nemici interni e quelli
esterni. Il tutto deve condurre alla pace, cioè alla tranquillità
dell’ordine e, quindi, alla vita ordinata dei sudditi, ma è evidente
che, post peccatum, la realizzazione di tale fine non può
prescindere dall’uso della forza per vincere gli ostacoli (interni ed
esterni) che vi si contrappongono. Se l’attività del sacerdote e del
religioso si fonda sulla persuasione, sull’intima adesione del
destinatario del “messaggio”, che può essere salvato solo se la sua
volontà aderisce a quest’ultimo, quella del re (intendendo con tale
termine l’Autorità politica) si volge alle condizioni esteriori,
materiali della vita dei sudditi e deve impedire che la violenza
ingiusta esercitata dai nemici interni (la criminalità) ed esterni
distolga i sudditi dalla vita virtuosa. Emergono, quindi, le attività
del magistrato, del tutore dell’ordine interno e del militare, che,
dovendosi muovere in un’ottica di questo genere, dovranno praticare le
identiche virtù cardinali e teologali con un taglio profondamente
diverso da quello del sacerdote e del religioso. Diverso sarà, in altri
termini, lo “stile” di vita di chi è chiamato alla consecratio
mundi, vista sotto il particolare profilo di queste categorie di
fedeli, rispetto alle altre due categorie.
LO
“STILE” DEL LAICO
Il
laico dovrà sviluppare in particolare la virtù della prudenza, che San
Tommaso definisce come “attitudine a scegliere i mezzi opportuni per
il conseguimento del fine”, quella della giustizia, cioè la “ferma
e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto”
e con la quale, in generale, si regolano gli atti della volontà e,
soprattutto, la fortezza, quella con la quale si regolano gli atti
dell’appetito irascibile. Non a caso, Platone considera tale virtù
come quella propria della classe dei guerrieri che qui possiamo
considerare come la “classe” che più tipicamente rappresenta coloro
che hanno il compito di garantire la sicurezza della collettività
contro il pericolo di un’offesa ingiusta che genera, nell’animo,
l’impeto verso lo sfogo e la vendetta per rifarsi di qualche ingiuria
subita.
E’ importante sottolineare ciò che non sempre viene adeguatamente
considerato da un certo orientamento teologico pregiudizialmente ostile
a quei movimenti dell’appetito sensitivo che sono le passioni e cioè
che Dio poteva certamente creare un essere fatto solo di intelletto e di
volontà, ma ha voluto, invece, che l’uomo, oltre ad avere questi due
importantissimi elementi, avesse anche un corpo e, quindi, un appetito
sensitivo e, quindi, dei moti di questo appetito che sono le passioni
tra le quali rientra anche quella dell’ira. Piaccia o non piaccia, Dio
ha voluto, quindi, che l’uomo fosse dotato anche di tali elementi che
sono possenti energie che debbono essere orientate al bene e che,
quindi, per se stesse, in quanto costitutive della natura umana,
sono buone. E’ il loro modo di viverle, di “gestirle”, quello nel
quale interviene la volontà e che, quindi, diventa suscettibile di
valutazione morale.
Il
laico si troverà sottoposto, nella sua azione volta alla instaurazione
e alla conservazione della pace, soprattutto, alle passioni
dell’irascibile, che attiene alla difesa del bene sensibile posseduto,
mentre il concupiscibile riguarda il conseguimento del bene sensibile e
l’oggetto dell’irascibile è l’arduo, appunto perché tende
a vincere e a sopraffare gli agenti contrari.
Dovrà,
quindi, stimolare e orientare secondo ragione le passioni della
speranza, dell’audacia, del timore e moderare quelle dell’ira e
della disperazione, in uno sforzo teso a vincere un ostacolo che è ciò
che, in definitiva, caratterizza questo tipo di fedele, mentre il
sacerdote è, in generale, un mediatore e trasmettitore di grazia ed
opera secondo modalità “effusive”, dispensatrici. Apparterrà
propriamente al laico, quindi, uno stile che tenderà a coniugare, in
una sintesi felice, l’amore a Dio e al prossimo, la sollecitudine del
bene comune, l’anelito verso la pace, che non è il cedimento alla
prepotenza e all’aggressione, ma l’instaurazione e la conservazione
di una civiltà ispirata al Decalogo e, soprattutto, ai comandamenti
della Carità, anche, e, post peccatum, forse soprattutto, dopo
la vittoria contro gli agenti contrari, perseguita moderando, ma non
soffocando, il giusto risentimento contro l’ingiustizia.
Vivere
la comune vita di battezzati, partecipi dei tre offici che derivano
dalla persona di Cristo al quale siamo incorporati e, poi, vivere
ciascuno secondo le modalità tipiche della condizione a cui siamo stati
“vocati”, senza commistioni e confusioni di sorta: questo è il
segreto della vera vita cristiana.
Una
domanda sorge spontanea: il laico (cattolico), specie quello più
“impegnato”, oggi, a quasi quarant’anni dall’inaugurazione di
quel Concilio Vaticano II che ha sottolineato, con tanto vigore, il
valore della vocazione laicale e la sua dignità,
risponde veramente a questo modello, possiede questo stile che discende
dalla sua vocazione alla santità ?
Credo
che nessuno possa obbiettare che le cose, purtroppo, non stanno così,
almeno in linea tendenziale e ritorna quella considerazione fatta
proprio all’inizio di questo mio intervento. Il laico, proprio quello
più impegnato, proprio quello a cui volentieri i Vescovi e i parroci
affidano spesso incarichi importanti, nell’ambito delle Diocesi e
delle Parrocchie, sembra rifuggire istintivamente da questo modello,
sembra incline a svolgere un’azione di sostegno del clero, ma appare
curiosamente esitante quando gli si pongono di fronte le sue responsabilità.
Un tempo, il laico viveva, forse, ai margini della Chiesa e la stessa
Messa era considerata da molti come un qualcosa che riguardasse molto più
il presbitero che non il fedele laico, ma, proprio per questo, venivano
paradossalmente salvaguardate le caratteristiche proprie della vocazione
laicale. Oggi, la “mondanizzazione” del sacerdozio e la
“clericalizzazione” del fedele laico (che si esprime, spesso,
addirittura nelle modalità della preghiera) hanno condotto ad
un’evidentissima confusione più che di doveri, di stili di vita e il
risultato è una sostanziale “clericalizzazione” di tutti i
battezzati. E’ la rivalutazione della funzione regale quella di
cui oggi ha drammaticamente bisogno la Chiesa, affinché sia veramente
attuato il Concilio Vaticano II e non la sua contraffazione.
CONCLUSIONE
L’attuale
situazione di disorientamento e di confusione di cui soffre la Chiesa,
insieme, certo, a tanti fenomeni positivi, trae origine, indubbiamente
da molteplici fattori, ma, di certo, l’intimo contrasto che il fedele
laico più impegnato avverte oggi di fronte al compito di instaurare e
conservare il Regno di Dio nel mondo sta in questa perdita del senso
della propria identità, in questa confusione che lo fa sentire una
sorta di sacerdote mancato e che lo induce a confondere quelli che sono
i doveri propri della funzione sacerdotale e profetica con i doveri del
battezzato simpliciter e lo rende così intimamente avverso a
quelle che sono le esigenze dello Stato e, più in generale, della
società politico-statuale, tra cui l’uso legittimo della forza per il
perseguimento di quella pace ordinata che è il fine dell’Autorità
politica.
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