COMUNIONE E LIBERAZIONE : RISCRITTURA OSCURANTISTA DEL RISORGIMENTO

 

Di Mario Gaetano Fabrocile 

Da Il Tetto 220/2000

 Anche quest’anno si è celebrata la XXI edizione del “Meeting per l’Amicizia fra i Popoli”, di Comunione e Liberazione, a Rimini (20-26 agosto 2000), con il titolo “2000 anni, un ideale senza fine”:

quasi un prosieguo delle giornate mondiali della gioventù, tenutesi immediatamente prima a Roma. Nell’arco di una settimana è stato possibile visitare mostre e assistere a concerti, incontri e dibattiti su temi storico-artistici, morali e politici, sempre nell’orizzonte entro il quale - secondo i Ciellini - “è sperimentabile Cristo come centro del cosmo e della storia”. Si sono così alternati sulla passerella del Meeting credenti di varie fedi religiose, laici, personaggi dello spettacolo e della politica. Fra questi ultimi hanno campeggiato quelli da sempre oggetto delle simpatie cielline, vecchi e nuovi (da Andreotti a Storace a Berlusconi), o impegnati in importanti ruoli nazionali ed europei (Veronesi, Prodi). Fra le mostre, molto scalpo­re ha suscitato quella didattico-fotografica dedicata al Risorgimen­to come “tempo da riscrivere”, secondo i curatori. I quali non hanno inteso negare n~ la legittimità dell’aspirazione all’unificazione poli­tica dell’Italia con Roma capitale, né la presenza del Risorgimento di episodi di valore, e di personaggi mossi da generosi ideali: ma discutono le modalità di attuazione e in definitiva le scelte seguite in quel processo. Infatti, nella presentazione della mostra non si è esitato ad affermare che “si sarebbe potuto optare per la coesistenza di un Regno del Nord con uno del Sud”, mentre “è stato un grave errore procedere ad un’organizzazione di stampo centralistico­giacobino, soprattutto attraverso la persecuzione della Chiesa Cat­tolica”. Tale interpretazione ha suscitato non poche perplessità e -a nostro avviso - più che fondate. Al punto che persino un intellet­tuale di destra come Marcello Veneziani,’ noto per certe sue posizio­ni talvolta ‘eretiche’, ha invitato gli amici ciellini a non esagerare con l’Antirisorgimento. Lo ha fatto dalle pagine de La Stampa del 29 agosto scorso, ricordando che il Risorgimento - pur non essendo quella “favola radiosa e idealistica”, presentata un tempo agiograficamente nelle scuole e peraltro già liquidata dal ‘68 fu tuttavia un evento necessario e nobile, perché realizza “una vocazio­ne naturale, culturale, geografica e persino religiosa”. È’ discutibile di conseguenza affermare che l’Italia nacque male perché non fu una federazione sotto Pio IX, il papa che - secondo Omodeo - “prima benedisse l’Italia e poi la mandò a farsi benedire”. Se poi, secondo Veneziani, il processo unitario combatté ed escluse il mondo catto­lico, quello contadino e il Sud, è anche vero che tali mondi “si autoesclusero”. Insomma, l’Italia tinita nacque male, ed in ciò concorda da sinistra anche l’analisi di Gramsci. Questi infatti non risparmia critiche alla classe dirigente liberale e allo stesso Partito d’Azione, il quale non seppe farsi interprete delle reali esigenze degli esclusi e degli sfruttati, soprattutto contadini e plebi meridionali. Se Gobetti parlerà di “Risorgimento senza eroi”, il pensatore sardo andrà oltre, fino a condannare quel processo come “Rivoluzione passiva”. È’ fuorviante inoltre presentare briganti e brigantesse post­unitari come modelli di vita e missionari, e le insorgenze popolari antigiacobine (del precedente periodo napoleonico) come vero prodromo del Risorgimento italiano, a difesa del Cattolicesimo, perseguitato dagli eredi della Rivoluzione francese prima, e da gran parte della classe dirigente liberale dopo. Quelle plebi, alla pari dei briganti meridionali foraggiati ed aizzati dai Borbone contro il nuovo Stato Unitario, esprimevano in realtà un disagio che - specie per le masse del Sud - derivava da una secolare prassi di sfruttamen­to ed asservimento anche ecclesiastico. Tale prassi ha provocato in quelle genti estraneità e diffidenza verso il sociale, chiusura nel fanatismo, tendenza al ribellismo anarcoide. Si sarebbero così costituite le premesse per la questione meridionale, che ancora oggi fa del Sud la realtà più debole del paese, oltre che l’humus ideale di attecchimento dei programmi della Nuova Destra, come già ieri del Qualunquismo e del Fascismo.

“Riscrivere il Risorgimento”, presentandolo solo come lotta da parte di Illuministi, giacobini e Massoni contro la Chiesa Cattolica, tradisce ancora una volta l’intento ciellino di celebrare un Cattolice­simo integralista e conservatore. Lamentare inoltre la mancata costituzione di una federazione di Stati, in luogo di uno Stato fortemente accentrato, significa dimenticare il fervido dibattito -trasversale alla Destra e alla Sinistra - che contrappose subito dopol’unificazione fautori dell’accentramento e del decentramento, e portò al prevalere dei primi sui secondi.