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di Carmelo
Copani
1.-Nel progetto salvifico dell'uomo
e per il momento più sconvolgente della storia, la Sapienza scelse -come
sempre- i tempi, i luoghi ed il come della morte di Gesù.
Era
solo "quello» il tempo: quello che avrebbe nei secoli consentito alla fede
di coniugarsi coi Vangeli! Non
prima, nè dopo: una morte non in tempi bui ancor oggi avviluppati da
impenetrabili nebbie, nè in tempi di mass media e da trasmissioni via
satellite.
L'uomo non poteva attendere ancora il Verbo della grazia e della verità;
non poteva sopportare ancora la propria solitudine: aveva bisogno di un Amico
che ne condividesse i travagli, che aprisse la porta alla speranza, che
insegnasse la verità e ad amare gratuitamente senza confini.
Scelse
il "luogo»: la travagliata Palestina,stretta tra autorità giudaiche e
romane,con ben diverse normative(il diritto ebraico era quanto mai complesso,
commisto com'era con questioni religiose).
Scelse
anche il "modo" della morte. Non
un trapasso per vecchiaia nè traumatica per mano d'un uomo.
Scelse la morte "in croce" comminata all'esito di un
"processo”. Anzi di due
processi: uno religioso dinanzi al Sinedrio e l'altro civile dinanzi al
governatore.
Non
si sottrasse Gesù -tradito da un discepolo, pentitosi per denaro (proprio come
oggi!)- alle imperfette leggi degli uomini: accettò il "processo" e
«volle» essere giudicato, pur sapendo quale sentenza sarebbe stata pronunziata
e quale atroce morte avrebbe subito.
Non rifiutò cioè la
"giustizia» dei tribunali: dette a Cesare quello ch'era di Cesare,
affermando,in definitiva,il primato, in terra, della giustizia degli uomini,
anche se il Vangelo evidenzia la
sua "ingiustizia"! Lui,innocente,
e due "ladri" sulla croce; perfino un omicida... libero!
Una "giustizia" palesemente ingiusta!
Non
rileva accertare se i due processi furono o meno legittimi, rituali, esenti o
meno da vizi procedimentali. Tanto
interessa solo chi abbia a cuore un concetto di giustizia "formale"
secondo cui è giusta la sentenza se rispettosa delle leggi processuali.
Nè ovviamente rileva se le "responsabilità" di quei processi
siano prevalentemente od esclusivamente ebree o romane.
Importa invece il "giudizio" espresso ai suo termine: la
sentenza.
E
fu quella innegabilmente una sentenza ingiusta.
Ed
è per questo che ancora oggi,a venti secoli, "quei processo" tormenta
le nostre coscienze!
Ingiusta
perchè ha tradito il principio del "suum cuique tríbuere', avendo
condannato Gesù pur essendo innocente.
Ingiusta
perchè contraria alla verità,non tanto perchè il processo sia stato affetto
da vizi.
Perchè non ogni processo viziato porta ad una sentenza ingiusta, si'
come non ogni processo esente da vizi porta ad una sentenza giusta.
Allorchè
Gesù rispose a Caifa d'essere "figlio di Dio",disse -e non potè non
dire- il vero. Epperò non fu
creduto, non gli si volle credere ("I sommi sacerdoti e gli scribi
cercavano di impadronirsi di Gesù con inganno per ucciderlo!»), nonostante le
sue tante "opere", i molteplici "segni» della sua attività
pregnante d'amore, che avrebbero dovuto far riflettere tutti i sinedrini (e non
solo Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo). E
fu -pur innocente- condannato per bestemmia(reato religioso)!
Ed allorchè Pilato ebbe ad
interrogare Gesù,e si rese conto della sua innocenza per il (diverso) capo
d'imputazione per il quale gli era stato presentato ("abbiamo trovato
costui che sobillava il nostro popolo, proibiva di pagare tributi a Cesare e
diceva di essere il Cristo re"; Lc 23,2), dei tutto privo di fondamento
tanto da ammettere "non trovo in lui nessuna colpa", non fu
conseguente, ma clamorosamente si lasciò condizionare dalla
"piazza" (astutamente strumentalizzata dagli invidiosi sommi
sacerdoti) e dalla ragion di Stato (il timore di essere accusato da Roma e
rischiare di essere rimosso dall'incarico).
E pronunziò -tradendo il dovere d'essere giudice imparziale- la condanna
a morte! Un potere che ha
sacrificato la giustizia barattandola al consenso d'una folla che rifiutava di
conoscere i fatti bastandole solo una vittima sacrificale; e non importava se la
condanna a morte attingeva un innocente e -nel previsto scambio di prigionieri
per la festa della Pasqua ("volete che vi lasci libero il re dei
giudei?")- premiava l'assassino Barabba che veniva così liberato!
Furono
quindi due sentenze ingiuste, soprattutto se pienamente rituali, suggellate dai
"popolo"!
2.-La
Sapienza ha voluto affidare alla storia un messaggio,direi una lezione di rito
penale che tante, troppe volte si preferisce obliare: lo scopo d'un processo
penale,di ogni processo anzi (che è già una pena!) è quello di giungere ad
una sentenza emessa da un giudice terzo, effettivamente indipendente, che sia
conforme a "verità". Accertare
la verità -nel pieno rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo,primo dei quali
quello della dignità- su un fatto/reato che si assume commesso: quella
materiale,e non già quella meramente formale,che non soddisfa,non può
soddisfare le coscienze,e che mina la credibilità nella giustizia, supremo
anelito d'ogni uomo.
Occorre
ricordare sempre che Cristo venne condannato ingiustamente perchè il Gran
Sinedrio -invidioso- tradì la verità,e Pilato tradì -assecondando la folla
(il "popolo"!)- anche il suo dovere di giudice imparziale.
In
definitiva la Sapienza ha voluto lasciarci, attraverso i Vangeli, la
testimonianza di un clamoroso "errore giudiziario". E
vuole che venga rammentato nei secoli affinchè uomini di buona volontà operino
perchè emerga sempre la verità sull'errore, la giustizia sull'ingiustizia, il
primato della dignità dell'uomo sulla barbarie!
Ancora
oggi quel processo suona tragicamente a monito non solo per i pubblici
ministeri, per i difensori, per i giudici, e direi per i mass media, ma per
ognuno di noi facente parte -tutti!- di quella indistinta "piazza"
assetata di giustizia sommaria che, priva di carità, fa trasparire invidie,
gelosie, rivalse.
Quanti "cristi" sono
ancora oggi ingiustamente privati della libertà (per giudici a volte
sbrigativi, a volte prevenuti perchè convinti "paladini/ missionari"
d'un ordine sociale [quale,poi?] da affermare), processati e forse anche
condannati per una giustizia che ricerca consensi -e non la "verità"-
per soddisfare una piazza che invoca una giustizia esemplare? Quanti
ingiustamente percorrono la via crucis del processo, dileggiati, umiliati
(spesso unicamente alle loro famiglie), distrutti nel corpo e nello spirito,
nella solitudine più nera, senza incontrare neppure un cireneo o quanto meno
una Veronica che compia un gesto di solidarietà?
Quanti,come Cristo, giungono al limite della sofferenza fino a dolersi
"Dio mio,Dio mio, perchè m'hai abbandonato?"
Tendere
finalmente ad un processo "giusto" che sia rispettoso non solo di
formali regole di un crudele gioco tra parti contrapposte (accusa e difesa), ma
pure della dignità dell'uomo -senza coazioni anche psicologiche- e che quindi,
con "amore", si sforzi nella ricerca della verità!
Una
"verità» che sia l'obiettivo primario della difesa e dell'accusa, e ancor
più del giudice!
Altrimenti
"quella sentenza" -paradigmaticamente- peserà sempre più sulle
nostre coscienze!
pubblicato
su Avvenire
del 30 giugno 1995
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