CATTOLICI E STATO SCOMUNICATO

LA BEATIFICAZIONE DI PIO IX

 

Nel nostro mondo occidentale siamo soliti raffigurare la vita come un cammino operoso ove passato, presente e futuro vengono organizzati in vista di un fine positivo: abbiamo in passato frequentato l'Università per nel presente esercitare una professione che ci darà nel futuro molte soddisfazioni.

La morte interrompe questo cammino; eppure speriamo che il nostro operare produca effetti positivi anche dopo la morte, sui nostri figli, sulla società, forse per la nostra anima immortale.

Molti proiettano questa visione sugli eventi di tutta l'umanità, che procederebbe dalle tenebre verso la luce, dal Medioevo alla Rivoluzione (liberale, o marxista). Ed in quest’ottica è tradizionale la valutazione negativa di coloro che a questo progresso si sono opposti.

Nelle visioni più rozze essi sono dipinti come mostri sanguinari e stolti, nelle visioni più equilibrate si ammette che molti di essi hanno posseduto qualità umane apprezzabili, o hanno subito ingiuste persecuzioni. Ma restano pur sempre "condannati dalla Storia", come la cavalleria polacca che caricò con la sciabola i carri armati di Hitler.

La beatificazione di Pio IX, le tendenze revisioniste nella valutazione di coloro che si opposero alla rivoluzione francese ed alla sua espansione in Italia, alla unificazione risorgimentale, si pongono - in qualche misura- in contrasto con quest’ottica.

Tutti questi fattori pongono due problemi.

Il primo è di carattere generale e filosofico.

E’ possibile scorgere nelle vicende storiche un filo conduttore etico? In modo da separare, sia pur con slabbrature e relativismi un "bene" da un "male"? Se la risposta è "sì" ci si deve domandare se l’odierno revisionismo conduca solo a rendere più puntuale e realistico il disegno storico "progressista", oppure se addirittura debba sfociare in un "ribaltone", con i Borboni al posto tradizionalmente occupato da Garibaldi (nulla di strano quante "via Lenin" hanno dovuto in questi tempi cambiar nome!).

Se la risposta è "no" si sfocia nella visione secondo cui l'umanità non migliora, né peggiora. Dice il libro di Qoelet "non domandare: "Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?"/, tale domanda non è ispirata da saggezza/ poiché ciò che è stato sarà/ e ciò che si è fatto si rifarà; /non c`è niente di nuovo sotto il sole". O con Montale : "la storia non procede/né recede, si sposta di binario/ e la sua direzione non è nell'orario".

Accanto a questo problema che coinvolge l’essenza della umanità, se pone un altro un poco più immediato e concreto, e perciò più vicino alle tematiche che questo "sito" intende affrontare: quali implicazioni si possono trarre sul modo di essere "attivi nella cosa pubblica"?

Il revisionismo storico può costituire sia una via per accentuare il distacco psicologico dallo Stato italiano di una parte della realtà cattolica, sia una via per rendere più consapevole l’adesione di tutti al nostro Stato.

Apriamo il dibattito con uno scritto di Mario Agnoli, magistrato e pubblicista autore di numerosi studi storiche sulle "insorgenze" cioè su quei moti popolari che si opposero alla importazione in Italia dei principi e degli istituti della Rivoluzione Francese. 

Una differente visione è prospettata nello scritto  di Romano Ricciotti, a cui replica Mario Agnoli. Mentre del tutto dissonante dalle opinioni dei nostri collaboratori è lo scritto di Fabrocile, di cui riteniamo opportuno dar notizia.

Per ulteriori dati e notizie si può consultare il sito di "identità europea"  (www.identitaeuropea.org); nonchè la sintesi di una conferenza di Marcello Veneziani.

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