Replica di Mario Agnoli a Romano Ricciotti

 

Caro Romano (Ricciotti),

     spero vorrai consentirmi, nello spirito della reciproca  amicizia, qualche replica alla tua lettera, che, al di là  della  diversità di opinioni (forse,  nella  sostanza,  meno  radicale  di   quanto supponi), mi ha rallegrato mostrandomi un Romano Ricciotti   che nulla ha perso della sua antica vis polemica e  rimane  saldamente ancorato alle sue convinzioni di sempre.

     Per mia fortuna  posso  iniziare  questa  mia  risposta  segnando un facile punto a mio vantaggio,  perchè‚  l'  attacco  della  tua "contestazione" ai curatori della Mostra  riminese  parte  da  un presupposto (anche se, lo riconosco volentieri, non decisivo  perle tue ulteriori argomentazioni)  non corrispondente  alla  realtà dei fatti.

     Sono  io  l'  autore  sia  della  Presentazione sia di alcuni dei testi (non tutti) oggetto delle  tue  critiche. Se questi veramente  tradiscono la presentazione,  ciò  significa solo (nel caso tu abbia almeno in parte ragione) che mi sono lasciato prendere eccessivamente la mano dal giudizio  storicamente non positivo che nel corso degli anni mi sono persuaso si debba dare di alcuni protagonisti del Risorgimento  (inclusi  Mazzini e Garibaldi, pur se oggetto, quest' ultimo,  di una  mia  ingenua, ammirazione infantile per influsso  della cultura  risorgimentalista di mio  padre  e  delle  letture  da  lui  suggeritemi -ricordo un celebre "Disceso da Roma"-) e per la  quasi  totalità di quelli degli anni immediatamente successivi (anche se si  tratta ovviamente di stabilire -su questo mi  limito  a  rinviarti  a quanto indicato in uno dei pannelli della  criticata  Mostra-  la  data conclusiva del Risorgimento).

     Nel merito (permettimi  di  fare  ricorso  al  linguaggio  della     nostra comune professione, entrambi sono magistrati n.d.r. )  dissento decisamente da te  circa  l' intenzione di molti protagonisti (e capi) della  rivoluzione  italiana, come la chiamava il Manzoni (il quale al  riguardo  aveva le idee tutt'altro che chiare, come dimostra il  suo  libro,  non casualmente incompiuto, sul raffronto di questa con la  rivoluzione francese), di distruggere non necessariamente il cristianesimo o,  se preferisci, la fede religiosa del popolo  italiano  (anche se tale è la mia opinione), ma certamente la Chiesa cattolica. La tua ipotesi di una politica diretta soltanto ad impedire la  formazione di un forte partito cattolico è interessante e  originale, ma smentita, non solo dalle dichiarazioni di molti ed  autorevoli protagonisti di quella rivoluzione, ma anche, e soprattutto, dai fatti. Basti pensare ai mille modi coi quali si cerò di  favorire la diffusione del protestantesimo, ai vani  tentativi,  inclusa l' erezione di un tempio a piazza Cavour, nel  cuore  della      cosiddetta Terza Roma, di trasformare la  minuscola  e  localizzatissima chiesa valdese in una chiesa nazionale.

     Credo che il mio libro  "Scristianizzare  l'  Italia"  (che  penso tu abbia letto), scritto tenendo davanti agli occhi  soprattutto giornali e riviste dell' epoca  (a  cominciare  dalla  sommarughiana "Cronaca bizantina"),   contenga  inoppugnabili  documentazioni al riguardo.

     Le altre questioni hanno, a  mio  avviso  minore  importanza  di    fronte a questa, assolutamente determinante per una  esatta  valutazione   del Risorgimento, il che ovviamente  non  esclude  che,  come detto anche nella famosa Presentazione, molti dei  suoi  protagonisti  fossero  mossi  dal  generoso  intento  di  perseguire  esclusivamente l' unità politica italiana senza ulteriori secondi fini, e nemmeno che questa unità politica   stesse a cuore  anche a molti (o addirittura a tutti) di coloro che  volevano  contemporaneamente la distruzione della Chiesa cattolica o, a  tutto  concedere, la sua trasformazione  in una chiesa nazionale, col  Papa   in funzione di cappellano di casa Savoia, sull' esempio del modello  inglese  ancora oggi celebratissimo (da chi disprezza  tutte  le  religioni,  incluse l' anglicana e le varie confessioni protestanti,  ma  rimpiange che l' Italia non abbia avuto la Riforma).

     E a proposito, appunto,  dell'  Inghilterra, è  fuor  di  dubbio(e i pannelli della Mostra ne fanno menzione) che  i  suoi  scopi fossero soprattutto economici (lo sfruttamento dello  zolfo  siciliano) e di politica internazionale (l' avvicinamento dei Borboni  di Napoli, tradizionalmente infeudati agli inglesi, alla  Russia, e la necessità di minacciare sul fianco la  Francia),  ma  questo non  toglie che l' odio forsennato per il papismo (sulle  sue  radici, riesce illuminante la lettura bel libro  della  storica  inglese Antonia Fraser sulla Congiura delle polveri, uscito  di  recente in Italia) abbia avuto il suo peso nell' appoggio  decisivo (anche con elargizioni di denaro che consentirono una vasta,  preparatoria opera di corruzione nelle Due Sicilie) nella  conquista     del Sud, a proposito della quale sono sì veri i dubbi  di  Cavour sull' opportunità della spedizione, ma anche  ormai  indubitabile il sostegno che vi diedero il governo piemontese e lo  stesso  Camillo Benso (non pochi storici ne scrivono  come  di  circostanza assolutamente pacifica e non più meritevole di discussione).

     Indubbiamente si può essere "unitari" e non giacobini. Purtroppo il nostro Stato unitario venne  volutamente  costruito sul modello centralista giacobino (almeno in parte, dato  che  la  necessità di allearsi con la monarchia sabauda impedì di portare  a  perfezione il lavoro) e probabilmente per questo motivo  agli  autori dei vari interventi è sembrato opportuno accompagnare  spesso l' espressione Stato unitario con l' aggettivo  giacobino.

      Indubbiamente hai ragione quando  dici  che  la  Mostra  ha  contribuito a ridare fiato ai vecchi tromboni vetero-liberali, ma (e qui esprimo un' opinione assolutamente personale) il  ritorno  di queste polemiche mi sembra tutt' altro che inopportuno.  Le  vere connotazioni del cattolicesimo, la religione nata dall'  incontro del genere umano con Colui che si propose  (e  si  propone)  come pietra d' inciampo, ha tutto da guadagnare se si scrolla di dosso   la melassa di un trionfante buonismo (posso aggiungere  alla  Veltroni o alla Rutelli?), che tende a livellare ogni cosa e ad  omologare, rendendole tutte ugualmente buone e, quindi, tutte  indifferenti o addirittura ugualmente cattive, le scelte religiose.

     Sono convinto   che anche a  questo  abbia  pensato  la  Chiesa nel procedere alla beatificazione di Pio IX (un  avvenimento  che ha ridato fiato ai tromboni ben più della nostra piccola  Mostra)   e anche nell' estendere il documento (pure contestatissimo  e  attribuito al "cattivo" Ratzinger, ma  espressione, come  ha  sottolineato Giovanni Paolo II, del vero pensiero della  Chiesa),  che  rivendica al cattolicesimo la sua posizione di assoluta  priorità nel cammino di salvezza.

     Infine non è colpa di nessuno  se  il  solo  movimento  che  persegue  veramente la costruzione di  quello  Stato  federale,  che tutti dicono di volere, è stata fino ad oggi  la  Lega  e  se  l' unico modo per sbarazzarci degli attuali governanti (compito  che ritengo primario proprio per il bene dell' Italia, cui  entrambi,     seppure in forme parzialmente  diverse, teniamo e che ha  bisogno di tentare, per quanti dubbi possano nutrirsi  sulla   bontà  del risultato, una nuova "chance") è l' appoggio al soggetto  politico, oggi denominato "casa della liberà", messo in piedi  da  Berlusconi.

     Un abbraccio con l' affetto di sempre.

                                                                                      Mario  Agnoli