Pio IX e lo Stato nazionale

di Mario Agnoli

"Papa Pio IX, i primordi del cui pontificato furono cotanto festeggiati, sul cui capo l' entusiasmo popolare aveva posata ricchissima corona di laudi, intorno a cui, per un errore tanto facile quanto generale, eransi assise le speranze d' Italia, reduce da Gaeta, rientrava in Roma e tornava a sedersi sul trono, che le armi francesi avevan ristaurato sopra le rovine della repubblica... "Il ritorno del Papa alla sua sede fu festeggiato in tutte le città dello Stato; nè ciò dee far maraviglia, perciocchè ove i vili manchino, che raro accade, le autorità inferiori, gli impiegati e gli avidi di autorità e d' impieghi suppliscono e festeggiano sempre ai potenti, quand' anco portino sulla fronte il marchio fresco di un nuovo delitto. Ma nulla di vero e di reale era in quelle feste; chi teneva per la liberà non poteva applaudire alla ristaurazione, e chi teneva per l' assolutismo diceva male di Pio IX e lo accusava d' aver iniziato l' epoca delle rivoluzioni, di avere messo sossopra Europa tutta, di aver circondato di mali e di pericoli la religione e la chiesa... Vi ha in Roma e vi aveva in tutte le provincie dello Stato pontificio una vasta società di preti e di frati, della quale pare fosse special missione dipingere coi più neri colori gli uomini liberali, e le idee di libertà presentare come sovversive, tendenti a distruggere troni ed altari, a scomporre la social convivenza, a scrollar dalle basi ogni forma di umana società. A siffatti preti e frati associavasi quella parte di nobili famiglie, che essendo ignorantissima e dall' infanzia in ogni sorta di pregiudizi travolta, seguiva, quasi con voluttà, le massime stesse, e malediceva religiosamente uomini e cose che a riforme politiche, anco da lontano, accennassero".

"Tal gente, che mal saprei definire, sfrenava la lingua contro il pontefice, e di lui diceva che essendo vescovo in Imola aveva diffuso fra i suoi amici e dipendenti molte copie del 'Primato d' Italia' del Gioberti, il libro di Massimo d' Azeglio sui fatti di Romagna ed altri opuscoli rivoluzionari; che il nome suo era stato letto in una lista di Frammassoni; ch' era divenuto Papa per opera della setta; che poi, detronizzato dai suoi colleghi settari e da essi perseguitato, pagava il fio della sua ingratitudine a Papa Gregorio che gli aveva dato la porpora, i ritratti di quel pontefice egli permise che venissero rotti, arsi, gittati nella polvere per le vie di Roma".

Così scriveva nel 1863 il risorgimentalista repubblicano Giacomo Oddo nel suo libro "Il brigantaggio o l' Italia dopo la dittatura di Garibaldi" riportato alla luce nel 1997 da una ristampa anastatica della libreria napoletana Dante & Descartes. Brano interessante, che, alla luce della recentissima elevazione alla gloria degli altari di due Papi, appunto Pio IX e Giovanni XXIII, si presta a non poche considerazioni di rilevante attualità, a cominciare dalla constatazione che a Giovanni XXIII sono stati rivolti pressochè‚ esattamente gli stessi elogi (basti pensare alla recentissima presentazione, più di liquidatore che di modernizzatore del cattolicesimo, che ne ha fatto, dal palcoscenico televisivo, il nuovo direttore del tg1, Gad Lerner) e, anche se su queste le celebrazioni ufficiali hanno posto volutamente la sordina, parlando di unanime consenso, le stesse critiche (inclusa l' iscrizione alle logge e l' elezione ad opera dei framassoni).

In questi giorni un amico "risorgimentalista" (Romano Ricciotti n.d.r.), la cui amicizia mi è cara al di là di ogni possibile divergenza di opinioni, fra gli altri giudizi critici espressi sulla Mostra  (da me coordinata) intitolata "Un tempo da riscrivere: il risorgimento italiano", svoltasi, per iniziativa dell' Associazione culturale Identità europea, nell' ambito del recente Meeting riminese di CL, ha addebitato alla Mostra la responsabilità di avere ridato voce e pubblico a vecchi campioni in disarmo del paleo-liberalesimo ottocentesco e di un anticlericalismo appena appena aggiustato secondo le esigenze dei tempi (si veda l'articolo "Una mani pulite anche per il Risorgimento", in Il Giornale del 22 agosto 2000 n.d.r.).

La stessa obiezione potrebbe essere rivolta a un personaggio di ben altro calibro, che con la beatificazione di Pio IX, non solo ha rimesso in gioco la propria popolarità nell' ambito del mondo "laico" italiano (e non solo,- si vedano le prime pagine del Corriere della Sera e del Messaggero il 4 settembre 2000 n.d.r) e ha riportato in cattedra certi decaduti maestri del laicismo e dei miti fasulli, positivi e negativi, della storia patria con ben maggiore efficacia di quanto abbiano potuto fare i tutto sommato modesti pannelli della Mostra riminese.

Eppure, nonostante le pressioni giunte da tutte le parti (oltre a quelle indirette dei mass-media non ne sono certamente mancate di dirette, provenienti dall' empireo della politica anche internazionale), Giovanni Paolo II non ha arretrato di fronte a quello che riteneva (ed era) un dovere di giustizia nel confronto del suo calunniato predecessore (anzi, per l' esattezza di entrambi i suoi predecessori, perchè, anche se nell' attuale temperie culturale sono passati per elogi e hanno suscitato, sul versante pubblico, pressoché unanimi consensi, anche le valutazioni dell' opera e della figura di Giovanni XXIII sono in realtà calunniose e ne avrebbero tramandato ai posteri un' immagine distorta se non si fosse intervenuti per ristabilire la verità intorno ad un pontefice dotato di grande carica umana, ma rigidissimo in tema di fede -qualcuno, fra i pochissimi laici che hanno privilegiato la verità sulla propaganda, E giunto a definirlo addirittura "reazionario").

Certamente l' elevazione di due nuovi santi agli onori degli altari implica un rapporto in non piccola parte misterioso fra terra e cielo, che impedisce una riduzione ai soli termini della storia umana e dei suoi giudizi. Non posso tuttavia evitare di pensare che Giovanni Paolo II abbia non solo avuto la consapevolezza intellettuale, ma avvertito il sentimento profondo di stare compiendo anche un' opera ad un tempo di carità e di giustizia, se s' intende, come pur si deve, quanto prossimi siano i due concetti, dal momento che non esiste vera carità senza giustizia e, ancor meno, vera giustizia senza carità.

Un sentimento quello attribuito al Papa, del quale parlo anche per personale esperienza (mi si perdonino le autocitazioni, lontanissime comunque -ci mancherebbe!- dalla pretesa di qualunque paragone con sua la grande figura), avendolo potentemente avvertito (a volte addirittura con l' impressione che altri guidasse la mia mano o suggerisse le parole più adatte e addirittura come colmare i vuoti lasciati da una documentazione talora insufficiente) per la prima volta quando, ormai quasi quindici anni or sono, lavoravo al mio romanzo-saggio Gli insorgenti e di nuovo quando raccoglievo (non più sulla carta, come usava un tempo, ma nella memoria del computer), per farle rivivere nella loro vera luce, le eroiche imprese degli insorti, nobili, popolani e contadini, antirivoluzionari e antifrancesi delle Pasque veronesi e dei "briganti" dell' Armata della Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo, condannati tutti dalla ideologicizzata storiografia ufficiale del nostro paese o alla colonna infame di non commessi delitti o all' eterno oblio.