"Papa Pio IX, i primordi del cui pontificato furono
cotanto festeggiati, sul cui capo l' entusiasmo popolare aveva posata
ricchissima corona di laudi, intorno a cui, per un errore tanto facile quanto
generale, eransi assise le speranze d' Italia, reduce da Gaeta, rientrava in
Roma e tornava a sedersi sul trono, che le armi francesi avevan ristaurato sopra
le rovine della repubblica... "Il ritorno del Papa alla sua sede fu
festeggiato in tutte le città dello Stato; nè ciò dee far maraviglia,
perciocchè ove i vili manchino, che raro accade, le autorità inferiori, gli
impiegati e gli avidi di autorità e d' impieghi suppliscono e festeggiano
sempre ai potenti, quand' anco portino sulla fronte il marchio fresco di un
nuovo delitto. Ma nulla di vero e di reale era in quelle feste; chi teneva per
la liberà non poteva applaudire alla ristaurazione, e chi teneva per l'
assolutismo diceva male di Pio IX e lo accusava d' aver iniziato l' epoca delle
rivoluzioni, di avere messo sossopra Europa tutta, di aver circondato di mali e
di pericoli la religione e la chiesa... Vi ha in Roma e vi aveva in tutte le
provincie dello Stato pontificio una vasta società di preti e di frati, della
quale pare fosse special missione dipingere coi più neri colori gli uomini
liberali, e le idee di libertà presentare come sovversive, tendenti a
distruggere troni ed altari, a scomporre la social convivenza, a scrollar dalle
basi ogni forma di umana società. A siffatti preti e frati associavasi quella
parte di nobili famiglie, che essendo ignorantissima e dall' infanzia in ogni
sorta di pregiudizi travolta, seguiva, quasi con voluttà, le massime stesse, e
malediceva religiosamente uomini e cose che a riforme politiche, anco da
lontano, accennassero".
"Tal gente, che mal saprei definire, sfrenava la lingua
contro il pontefice, e di lui diceva che essendo vescovo in Imola aveva diffuso
fra i suoi amici e dipendenti molte copie del 'Primato d' Italia' del
Gioberti, il libro di Massimo d' Azeglio sui fatti di Romagna ed altri opuscoli
rivoluzionari; che il nome suo era stato letto in una lista di Frammassoni; ch'
era divenuto Papa per opera della setta; che poi, detronizzato dai suoi colleghi
settari e da essi perseguitato, pagava il fio della sua ingratitudine a Papa
Gregorio che gli aveva dato la porpora, i ritratti di quel pontefice egli
permise che venissero rotti, arsi, gittati nella polvere per le vie di
Roma".
Così scriveva nel 1863 il risorgimentalista repubblicano
Giacomo Oddo nel suo libro "Il brigantaggio o l' Italia dopo la dittatura
di Garibaldi" riportato alla luce nel 1997 da una ristampa anastatica
della libreria napoletana Dante & Descartes. Brano interessante, che, alla
luce della recentissima elevazione alla gloria degli altari di due Papi, appunto
Pio IX e Giovanni XXIII, si presta a non poche considerazioni di rilevante
attualità, a cominciare dalla constatazione che a Giovanni XXIII sono stati
rivolti pressochè‚ esattamente gli stessi elogi (basti pensare alla
recentissima presentazione, più di liquidatore che di modernizzatore del
cattolicesimo, che ne ha fatto, dal palcoscenico televisivo, il nuovo direttore
del tg1, Gad Lerner) e, anche se su queste le celebrazioni ufficiali hanno posto
volutamente la sordina, parlando di unanime consenso, le stesse critiche
(inclusa l' iscrizione alle logge e l' elezione ad opera dei framassoni).
In questi giorni un amico "risorgimentalista"
(Romano Ricciotti n.d.r.), la
cui amicizia mi è cara al di là di ogni possibile divergenza di opinioni, fra
gli altri giudizi critici espressi sulla Mostra (da me coordinata)
intitolata "Un tempo da
riscrivere: il risorgimento italiano", svoltasi, per iniziativa dell' Associazione culturale Identità europea, nell' ambito del recente Meeting
riminese di CL, ha addebitato alla Mostra la responsabilità di avere ridato
voce e pubblico a vecchi campioni in disarmo del paleo-liberalesimo ottocentesco
e di un anticlericalismo appena appena aggiustato secondo le esigenze dei tempi
(si veda l'articolo "Una mani pulite
anche per il Risorgimento", in Il Giornale del 22 agosto 2000 n.d.r.).
La stessa obiezione potrebbe essere rivolta a un personaggio
di ben altro calibro, che con la beatificazione di Pio IX, non solo ha rimesso
in gioco la propria popolarità nell' ambito del mondo "laico"
italiano (e non solo,- si vedano le prime pagine
del Corriere della Sera e del Messaggero il 4 settembre 2000 n.d.r) e ha riportato in cattedra certi decaduti maestri del
laicismo e dei miti fasulli, positivi e negativi, della storia patria con ben
maggiore efficacia di quanto abbiano potuto fare i tutto sommato modesti
pannelli della Mostra riminese.
Eppure, nonostante le pressioni giunte da tutte le parti
(oltre a quelle indirette dei mass-media non ne sono certamente mancate di
dirette, provenienti dall' empireo della politica anche internazionale),
Giovanni Paolo II non ha arretrato di fronte a quello che riteneva (ed era) un
dovere di giustizia nel confronto del suo calunniato predecessore (anzi, per l'
esattezza di entrambi i suoi predecessori, perchè, anche se nell' attuale
temperie culturale sono passati per elogi e hanno suscitato, sul versante
pubblico, pressoché unanimi consensi, anche le valutazioni dell' opera e della
figura di Giovanni XXIII sono in realtà calunniose e ne avrebbero tramandato ai
posteri un' immagine distorta se non si fosse intervenuti per ristabilire la
verità intorno ad un pontefice dotato di grande carica umana, ma rigidissimo in
tema di fede -qualcuno, fra i pochissimi laici che hanno privilegiato la verità
sulla propaganda, E giunto a definirlo addirittura "reazionario").
Certamente l' elevazione di due nuovi santi agli onori degli
altari implica un rapporto in non piccola parte misterioso fra terra e cielo,
che impedisce una riduzione ai soli termini della storia umana e dei suoi
giudizi. Non posso tuttavia evitare di pensare che Giovanni Paolo II abbia non
solo avuto la consapevolezza intellettuale, ma avvertito il sentimento profondo
di stare compiendo anche un' opera ad un tempo di carità e di giustizia, se s'
intende, come pur si deve, quanto prossimi siano i due concetti, dal momento che
non esiste vera carità senza giustizia e, ancor meno, vera giustizia senza
carità.
Un sentimento quello attribuito al Papa, del quale parlo
anche per personale esperienza (mi si perdonino le autocitazioni, lontanissime
comunque -ci mancherebbe!- dalla pretesa di qualunque paragone con sua la grande
figura), avendolo potentemente avvertito (a volte addirittura con l' impressione
che altri guidasse la mia mano o suggerisse le parole più adatte e addirittura
come colmare i vuoti lasciati da una documentazione talora insufficiente) per la
prima volta quando, ormai quasi quindici anni or sono, lavoravo al mio
romanzo-saggio Gli insorgenti e di nuovo quando raccoglievo (non più sulla
carta, come usava un tempo, ma nella memoria del computer), per farle rivivere
nella loro vera luce, le eroiche imprese degli insorti, nobili, popolani e
contadini, antirivoluzionari e antifrancesi delle Pasque veronesi e dei
"briganti" dell' Armata della Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo,
condannati tutti dalla ideologicizzata storiografia ufficiale del nostro paese o
alla colonna infame di non commessi delitti o all' eterno oblio.