Molti amici hanno espresso la loro partecipazione e la loro commozione alla lettura dello scritto di Domenico Aroma, Salvatore Filippo Vitello mi ha inviato una riflessione, densa di significato e di passione per il difficile lavoro del magistrato.

Con il suo consenso diffondo il testo, nella convinzione che esso offre spunti preziosi per approfondire il significato del “mestiere di giudice”.

 

M.C.

 

Caro Mario,

 

vorrei mettermi in contatto  Domenico Airoma che  è  capace di riflessioni così profonde.

In una semplice paginetta mi ha fatto ritrovare il mio modo di essere magistrato (utilizzo volutamente questo termine perchè da tempo svolgo le funzioni di pubblico ministero).

Questa bellissima lettera mi induce a superare la mia pigrizia mentale perchè mi porta a pensare ed a scrivere (in poche righe) qualche cosa su me stesso: cosa che viene difficile fare perchè si cerca sempre di utilizzare il tempo a disposizione per dedicarlo ai fascicoli.

 Ho guardato fino adesso le varie riflessioni con un certo distacco perchè ho sempre pensato (e penso tuttora) che se amo questo lavoro è perchè lo considero importante, talmente importante che non ho tempo per altro; nemmeno per spiegare a me stesso perchè sono così profondamente attaccato ad esso. Io intuivo le ragioni di questo mio attaccamento, quasi morboso.

Oggi però l'occasione della lettera di Domenico mi ha indotto a fare chiarezza con me stesso, e so che attraverso questo lavoro io esprimo la mia umanità di credente.

Il mio impegno nella professione è direttamente correlato al sentire di Domenico Airoma nelle cui splendide parole io mi ritrovo, come se avessi ritrovato quell'io che pensavo di avere smarrito, alla stregua di un personaggio pirandelliano.

Vedi Mario, io spero e cerco di fare bene questo lavoro e talvolta mi sembra di sapere fare solo questo e nient'altro. In questo talune volte mi è sembrato di esagerare, e forse è così.

Ma sono convinto che il modo di pormi con il lavoro trova la sua genesi nel fatto che io mi sento giudice fin nell'ultimissimo lembo della mia pelle ed ho sempre avvertito questo ruolo come la mia personale missione come il carisma che Dio ha rivolto alla mia persona. Capiamoci.

Non intendo proporre un modello di professione di stampo fondamentalista. Tutt'altro, penso, allo stesso modo di Domenico, che i valori della nostra fede debbano e possono plasmare la nostra professione per fare sentire quello spirito cristiano che è profondamente radicato in noi.

Aggiungo ancora, che la coscienza cristiana non è mera prerogativa dei credenti. Ho trovato colleghi, pur non credenti, animati dagli stessi sentimenti, con i quali si è realizzata un'intesa perfetta nel modo di rendere giustizia. Ed allora il fondamento vero è dato dal rispetto dell'uomo e dei valori che esso rappresenta. In questi termini, la lettera di Domenico ha un significato laico, poichè raccoglie  in essa chiunque vede nell'altro (imputato, avvocato, operatore) l'uomo e si pone rispetto ad esso in posizione di pari dignità, in silenzio (mai così necessario, come in questi tempi), senza supponenza o pregiudizio, ma aperto all'ascolto, anche di ciò che non condividiamo o riteniamo inutile o assurdo, perchè anche questo è un valore: far comprendere all'altro che le sue ragioni sono state esaminate e valutate benchè la decisione non sia a lui favorevole.

 

Con affetto Filippo Salvatore Vitello