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Di Roberto Saetta
Antonino Saetta nacque a Canicattì (Ag) il 25.10.22,
terzo di cinque figli, da Stefano, maestro elementare, e da Maddalena Lo Brutto,
casalinga.
Conseguita la maturità classica presso il liceo ginnasio
statale di Caltanissetta, si iscrisse nel 1940 alla facoltà di Giurisprudenza
presso l'università di Palermo.
Chiamato nel frattempo alle armi, partecipò al corso per
allievi ufficiali di complemento dell'esercito, che fu però interrotto per la
sopraggiunta cessazione delle ostilità.
Dopo aver conseguita la laurea nel 1944, col massimo dei
voti e la lode, vinse il concorso per Uditore Giudiziario.
Entrò in Magistratura nel 1948.
Fu assegnato, quale prima sede di servizio, ad Acqui Terme
(Al), in Piemonte, dapprima con funzioni di Pretore, e poi di Giudice Istruttore
presso il Tribunale.
Nel 1952, sposò Luigia Pantano, farmacista, anch’essa
di Canicattì.
Ad Acqui Terme nacquero i figli Stefano, nel 1953, e
Gabriella, nel 1954.
Si trasferì poi, nel 1955, a Caltanissetta, ove fu
Giudice di Tribunale.
Lìi nacque il terzo figlio, Roberto, nel 1958.
Si trasferì quindi a Palermo, nel 1960, ed ivi svolse poi
la maggior parte della carriera, salvo brevi parentesi, occupandosi
prevalentemente di cause civili.
Nel periodo
1969-71 fu Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca.
poi nuovamente a Palermo, quale Consigliere di Corte
d'Appello.
Nel periodo 1976-78, fu Consigliere presso la Corte
d'Assise d'Appello di Genova, ove si occupò anche di taluni processi di
risonanza nazionale (Brigate Rosse; naufragio doloso Seagull).
Tornò quindi a Palermo.
Successivamente, nel periodo 1985-86, fu Presidente della
Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta.
Qui si occupò, per la prima volta nella sua carriera, di
un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui morì il
giudice Rocco Chínnici, ed i cui imputati erano, tra gli altri, i
"Greco" di Ciaculli, vertici indiscussi della mafia di allora, e pur
tuttavia incensurati.
Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e
delle condanne rispetto al giudizio di I' grado.
Antonino Saetta fu poi nuovamente a Palermo, quale
Presidente della I° sez. della Corte d'Assise d'Appello.
E qui si occupò di altri importanti processi di mafia, ed
in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano
Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Giuseppe Puccio, Armando
Bonanno, e Giuseppe Madonia.
Il processo, che in I' grado si era concluso con una
sorprendente, e molto discussa, assoluzione, decretò, invece, in appello, la
condanna degli imputati alla massima pena, nonostante le intimidazioni
effettuate, a quanto risulta dagli atti istruttori, sulla giuria popolare, e,
forse, sui medesimi giudici togati.
Pochi mesi dopo la conclusione del processo, e pochi
giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza, il Presidente Antonino
Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 Settembre 1988,
sulla strada Agrigento - Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere
assistito, a Canicatti, al battesimo di un nipotino.
Recentemente sono stati condannati all'ergastolo, dalla
Corte d'Assise di Caltanissetta, per il duplice efferato omicidio, i capimafia
Salvatore Riina, Francesco Madonia, e Pietro Ribisi.
Il movente dell'assassinio è stato ritenuto triplice:
"punire" un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il
processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti
pressioni mafiose esercitate; “ammansire” con un uccisione eclatante, gli
altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia;
"Prevenire" la probabile nomina di un magistrato ostico, quale
Antonino Saetta, a Presidente del cosiddetto maxiprocesso d'Appello alla mafia.
Antonino Saetta era un magistrato schivo e riservato, per
indole e per scelta di vita.
Non amava i centri di potere e, pur tenendo molto alla sua
professione, nella quale si sentiva realizzato, non nutriva forti ambizioni di
carriera, ritenendo intrinsecamente “piena"
e soddisfacente, comunque, in qualsiasi postazione, la attività propria del
Magistrato.
La sua poca notorietà da vivo, dovuta da un lato alle
funzioni giudicanti esercitate, dall'altro alla sua riservatezza, qualità che,
come si dice, dovrebbe essere propria di ciascun magistrato, hanno contribuito
purtroppo a rendere il suo sacrificio poco noto, o poco ricordato, quantunque la
sua uccisione abbia invece avuto una peculiare rilevanza nella storia
giudiziaria del nostro Paese: e per avere riguardato, per la prima volta, un
magistrato giudicante, anzichè inquirente, contrassegnando cosi un tragico
salto di qualità nella lotta dello Stato contro la mafia; e per essersi
perpetrata, con quella sua, anche la uccisione di un suo figlio.
(Roberto Saetta)
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