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Carissimo
Dott. Livatino.
La
sua lettera mi giunge graditissima. Essa, offrendomi l'occasione di
parlare di Rosario, fa rivivere in me i momenti più belli della mia vita
di insegnante. Di questo suo atto gliene sono profondamente grato. Esso,
io credo, non è dovuto al caso ma ad una sua straordinaria intuizione.
Lei avverte la mia necessità di parlare, di dialogare, con Lei. Parlare,
dialogare per cercare Lui, è grandioso! Sia Lei che io, infatti, pur
diversi per concezione del mondo, crediamo nello stesso uomo: Rosario
Angelo Livatino, magistrato, morto assassinato dalla mala vita
organizzata. Per cercare Rosario noi non volgiamo lo sguardo verso l'alto.
Egli, infatti, non sta sopra di noi; non assume una posizione di
trascendenza ma si pone davanti a noi e diviene la nostra guida. Come
Rosario riesca a conciliare le due nostre posizioni è un mistero. Egli è
la guida del dottor Vincenzo Livatino, cattolico praticante, ed è come
dir tutto. E'la guida di Giuseppe Peritore, suo exprofessore di liceo,
non credente, ed è come dir niente . Il problema di quest'ultimo, però,
non è di natura filosofica (ateismo)
ma di natura esclusivamente
teologica. Consapevole di non avere il privilegio della fede, per ragioni
di correttezza, egli non può ritenersi un credente tout court
Detto
questo, Lei mi accorda certamente il permesso di dire quello che la mia
coscienza mi detta.
Non
è facile parlare o scrivere di Rosario. Ogni qual volta mi si dà
l'occasione di dire di Lui, io devo fare appello alle forze dello spirito
per essere all'altezza. Lungi da me, quindi, l'adozione del luogo comune
che io ritengo, da una parte, una rinuncia a comprendere un personaggio di
straordinaria grandezza, e dall'altra un modo di non rendere a questi la
dovuta giustizia.
<ll
giudice Livatino è stato un onesto e leale servitore dello Stato>. Oppure:
<Rosario Livatino interpretava il suo lavoro come
una missione, aveva una visione religiosa del suo impegno civile> (Rossini).
Questi,
anche se dicono cose bellissime e meritorie, sono, fra i luoghi comuni, i
più abusati. Essi, infatti, nascondono l'insidia dell'equivoco di fondo.
In altre parole, le definizioni di cui sopra sono valide e accettabili
alla sola condizione che se ne dia adeguata spiegazione. Vi è un dato
trascurato da tutti: la cultura,
il cristianesimo di Rosario, vere e proprie armi di un operatore ideale
della giustizia. Il Nostro è convinto ( vedi Fede e diritto, uno scritto che rispecchia l'intera personalità di Rosario) che fra fede
e ragione, quindi tra teologia
e flosofia, non esiste nessun
contrasto perché entrambe vanno alla ricerca di Dio. Nell'uomo, aggiunge
Agostino, la ragione
chiarisce la fede e
l'accetta. Sotto questo profilo cristiani non si nasce ma si diventa per
conversione.
Queste
sono briciole di filosofia che stanno alla base dell'edificio culturale di
Rosario; ma sono al contempo l'esplosivo capace di far saltare qualunque
forma di conformismo. Rosario ha dentro di sé non il cristianesimo del
Concilio di Trento, della Controriforma, ma quello di S. Agostino, che la
ragione scopre come religione ideale e ne garantisce la fede. Sotto questo
profilo Livatino Rosario non può essere definito un cattolico praticante
che finisce, anche senza volerlo, per mescolare, fino ad identificare, il
suo credo civile ( la sua professione di giudice ) con il suo credo
religioso ( una sua possibile militanza religiosa). Rosario, anche se è e
rimane portatore di un cristianesimo di rara potenza e di assoluta
stabilità, è da classificarsi un laico che opera nella vita
interpretando, di volta in volta, la parola di Dio.
In
Livatino il kantiano contrasto tra moralità e legalità si spiega così:
Egli
è interiormente un operatore ideale di giustizia che va alla ricerca del
male per sconfiggerlo. Sotto questo profilo la legge degli uomini è
manchevole e va perfezionata fino a renderla inutile. Qui Egli si batte
per la società civile non per lo Stato.
Nel
suo aspetto esteriore, invece, Egli è l'uomo che si batte per lo Stato.
Qui la sua regola è: <la legge va obbedita anche se ingiusta o fatta
da uomini ingiusti.
Nel
primo e nel secondo caso Rosario Livatino non è al servizio di nessuno.
Egli lotta per estirpare il male dalla società civile
Quando
il giovanissimo giudice giunge nella comunità giudiziaria agrigentina la
sua forza d'urto è considerevole.
Egli
ha davanti a sé nemici da combattere e ostacoli da superare.
La
mafia, come fenomeno campestre in via di estinzione, è una sorta di Stato
sotterraneo che si serve di una legge non scritta per regolare i compiti e
i doveri dei suoi affiliati. A questa Rosario oppone la sua legge non
scritta regolatrice dell'eterno rapporto bene‑male‑
Cosa
nostra, come fenomeno urbano, come status degenerativo della romantica
mafia, è padrona di una vasta area della vita economica, politica e
sociale della società civile. A questa e alla criminalità comune il
giudice Livatino oppone l'infallibile regola della assoluta obbedienza
alle leggi dello Stato.
Ma
con che cosa viene ad urtare la linea di condotta dell'idealista Livatino
nella sua purezza?
Diciamolo
subito! Ad Agrigento Egli è nella morsa di un sistema che può
stritolarlo da un momento all'altro. Egli viene, consapevolmente, a
combattere la battaglia della sua vita, armato di una (sua) legge
incomprensibile che lo costringe ad arroccarsi in difesa e a condurre una
vita da solitario.
Processo
penale. Si è voluto riformare il codice Rocco ( processo indiziario che
prevede l'assoluzione per insufficienza di prove ), scopiazzando il processo
penale statunitense. Questo si fonda sulla prova legale e a giusta ragione
non prevede l'assoluzione per insufficienza di prove. In Italia, la patria
del diritto, si è costruito un processo penale che si fonda sulla prova
indiziaria e che non prevede l'assoluzione per insufficienza di prove. Se
a tutto questo si aggiunge che in penale il giudice giudica secondo il suo
libero convincimento,si ha che Andreotti e Contrada, rispettivamente
assolto e condannato dal presidente Ingargiola, potrebbero (senza nulla
aggiungere e nulla togliere alle tavole processuali) essere
rispettivamente condannato e assolto da un altro presidente senza che
nessuno dei due giudici abbia commesso un peccatuccio. Certezza del
diritto e certezza della pena vanno a farsi benedire. Rosario Livatino non
può definirsi il "servitore"di uno Stato che si dà, con la
complicità di quelle persone collocate nei posti chiave di controllo
della pubblica opinione,
un sistema legislativo che non
garantisce né la certezza del diritto né la certezza della pena.
Processo
civile. Qui il giudice giudica secundum
alligata et probata. In altre
parole il giudice non può elevarsi a parte diligente e dare ragione a chi
effettivamente ce l'ha, ma premia chi sa portare le prove e chi sa
sfruttare meglio il cavillo procedurale. Accade spesso vincere una causa
che si dovrebbe perdere e perdere una causa che si dovrebbe vincere. E' il
trionfo dei diritto
sulla giustizia. Tutto questo,
per un idealista, per un <puro>come Livatino, è diabolíco!
Ma
quello che fa più grande ancora il nostro Rosario è il senso della
tolleranza e della libertà di coscienza che Egli possiede.
Egli
deve necessariamente ammettere che a combattere questa guerra contro il
male della società non è il solo. In un'altra barricata un altro (
ideale ) suo collega è disposto a giocare tutte le sue carte pur di
vincere il male sociale. Quest'altro giudice ha tutte le qualità
necessarie ma non ha il privilegio della fede in Dio.
Qui
la stella di Rosario Livatino brilla al massimo.
Nell'attimo
estremo della decisione il primo sfoglia il <libro> del trascendente per trovare la
soluzione. Il secondo, invece, ascolta la voce della società. Per
l'autore di Fede
e diritto i due giudici
gareggiano a pari merito nella lotta contro il crimine organizzato.
Alla
procura di Agrigento Rosario ha lavorato soffrendo ma non si è lasciato
fagocitare dal sistema, Alla sua morte sembra che di Lui debba rimanere
solo il triste ricordo della sua uccisione. Ma per i grandi non è così.
Non appena la terra si bagna del suo sangue ecco scattare la
trasfigurazione. Di Lui rimane il <ricordo storico> su cui si fonda
la sua immortalità.
In
questi dieci anni ho riflettuto a lungo sulla vita di Rosario. Nei momenti
più critici della mia esistenza Egli mi è stato di grande conforto.
Dottor
Livatino, la mia famiglia esprime alla sua gentile signora e a Lei tanta
simpatia e tanta cordialità.
Licata,
26 giugno 2001
Giuseppe
Peritore,
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