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di Antonio Manzo
«Spezzo il silenzio per contribuire a ricordare Nicola Giacumbi, per il
suo sacrificio, il suo impegno per il lavoro, la sua profonda onestà nei
confronti delle istituzioni e dello Stato». Centellina le parole, Lilly Di
Renna Giacumbi, vedova del magistrato salernitano assassinato ventitre
anni fa dalle Brigate Rosse colonna Fabrizio Pelli. Per lei, che conosce
la sacralità della parola, la dignità del ricordo non sconfina mai nel
pietismo del racconto della tragedia «dimenticata» dalla città distratta.
E nello studio dove conserva ancora i libri, le pipe e gli orologi parla
di questi lunghi anni che dovrebbero ancora pesare sulla distratta
coscienza collettiva.
Erano
andati
a cinema
Nicola Giacumbi, procuratore della Repubblica
facente funzioni, fu ammazzato dalla colonna salernitana delle Brigate
Rosse la sera di domenica 16 marzo 1980. L’agguato avvenne in corso
Garibaldi mentre rientrava a casa in compagnia della moglie, dopo una
tranquilla domenica trascorsa tra la casa dei suoceri e al cinema Capitol
dove proiettavano Kramer contro Kramer.
Gli ultimi sessantuno passi della sua esistenza di magistrato, quanti ne
corrono dal palazzo di Giustizia di corso Garibaldi al portone del palazzo
ove abitava, Nicola Giacumbi li compì sabato 15 marzo 1980 intorno alle
due del pomeriggio. E in quell’ultimo percorso, metafora della tragica
circolarità della sua vita, mai avrebbe immaginato che, con la domenica di
riposo, si sarebbe spalancato l’abisso della morte.
Alle venti di domenica sedici marzo del 1980, Nicola Giacumbi, procuratore
della Repubblica di Salerno facente funzioni, fu barbaramente assassinato,
su corso Garibaldi, dal gruppo di terroristi delle Brigate Rosse, colonna
«Fabrizio Pelli».
Cinquantadue anni, fu sparato alle spalle, colpito con quattordici colpi
di pistola con il silenziatore, mentre rientrava a casa con la moglie
Lilly Di Renna, sfiorata da un proiettile alla nuca e viva per miracolo.
Dietro di loro, l’immobilità perenne del Palazzo di Giustizia, l’impazzimento
del traffico domenicale, l’incredulità delle facce di gente che, dietro i
finestrini delle auto schiaffeggiate dal temporale, non riusciva a capire
la disperazione di una donna con accanto il cadavere del marito colpito a
morte.
Nicola Giacumbi, da quella sera, non avrebbe mai più compiuto i sessantuno
passi della tragica circolarità della sua vita. «Ho deciso di spezzare il
mio silenzio, per ricordare un uomo e un magistrato. E farlo rivivere per
i giovani che cercano testimonianze concrete nel deserto dei valori» dice
Lilly Di Renna, la moglie di Nicola Giacumbi.
Parla con la dignità di chi sa che la ricerca del ricordo vale solo per
chi è in grado di subìre il tormento della memoria. E lo fa quando
riappaiono gli istinti di morte dei terroristi, chiusi nella disperazione
eversiva. Come quei giovani che ventitrè anni fa, da lei mai conosciuti e
visti in faccia, assassinarono un magistrato-simbolo per accreditarsi
nelle fila delle Brigate Rosse. «Mio marito aveva rifiutato la scorta. -
ricorda - Perchè, non voleva far rischiare anche altri uomini, come era
capitato a via Fani, due anni prima, nel corso del sequestro di Aldo
Moro».
Che girassero terroristi armati a Salerno, in quei giorni, lo sapevano
tutti. Anche chi avrebbe dovuto garantire tutela al coraggioso Nicola
Giacumbi che assunse il ruolo di «facente funzioni» di procuratore della
Repubblica dopo le fughe per paura dal Palazzo di Giustizia, immutabile e
di pietra, ieri come oggi.
Sapevano che avrebbero mirato a Giacumbi. Fecero finta di niente.
Prevedendo che quei terroristi «avrebbero solo gambizzato» Nicola Giacumbi,
un uomo accogliente della vita, premuroso per i più deboli, profondamente
fiducioso in chi gli si presentava di fronte, ma al tempo stesso rigoroso
come lo sanno essere i borghesi meridionali che studiano Legge e buon
senso. «Al massimo pensavamo che lo colpissero alle gambe» dissero gli
investigatori del giorno dopo.
Giacumbi era un uomo scomodo, con quel
rigore di vita che si trasfonde nella vita di magistrato, per di più con
il peso umano dell’inquirente.
«Qualche giorno prima dell’agguato, stavamo facendo colazione - ricorda
Lilly Di Renna - mio marito assunse un atteggiamento pensoso e mi disse:
Non penso tanto a quel che mi può accadere, ma a te e a Giuseppe».
La parola di Lilly Di Renna è agli antipodi dell’enfasi retorica. Per lei
il ricordo pesa come ventitrè anni fa: ieri solo il dolore, oggi la
dimenticanza. Perchè nella città dove la memoria è fatta di cenere e di
vento, la dimenticanza del sacrificio di Nicola Giacumbi è stata qualcosa
più grave di una rimozione. Perchè la dimenticanza «è la sciatteria della
memoria». E qui, nella stora di Nicola Giacumbi, è capitato così: un
sacrificio confinato nella zona grigia dei ricordi sbiaditi della città,
come se fosse morto accidentalmente. E non invece per lo Stato, come
spesso si declama. Per Lilly Di Renna quel Palazzo di Giustizia,
immutabile e di pietra, «non esiste».
Non per la ribellione del dolore, ma per la fatuità che troppo spesso
mostrano le istituzioni incapaci di credibile autorevolezza. «In questi
anni sono stata salvata da Giuseppe», sì quello che i cronisti dell’epoca
chiamavano affettuosamente Giuseppone, quel batuffolo di appena sei anni
oggi ingegnere chimico in una multinazionale a Brindisi.
Di magistrati,
neppure l’ombra negli anni della solitudine sconfitta dalla forza di una
vita da formare. «Ho visto e sentito spesso Alfredo Greco, Luciano Santoro
i cui figli sono stati compagni di scuola di Giuseppe. E, all’epoca dei
fatti, Alfonso Lamberti segnato anche lui da una tragedia familiare,
difficilmente comprensibile».
Ma ora che il silenzio si è spezzato, in ogni memoria non potranno più
franare giorni e sentimenti. Perchè a Salerno neppure la convenzione degli
anniversari aveva garantito l’intermittenza del ricordo ad un magistrato
buono e rigoroso.
Antonio Manzo
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