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GIROLAMO MINERVINI
di
Mauro Minervini |
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"Giudicando che la
felicità è nella libertà e la libertà è nel coraggio, non guardate con
ansia al pericolo che vi recano i nemici"
(Tucidite, Epitaffio di
Pericle)
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"Fare la mia parte senza aspettare che gli
altri facciano prima altrettanto è forse il più grande insegnamento che
mi abbia impartito Girolamo Minervini "; sono queste parole che hanno
indotto il Giudice Cicala ad insistere perchè scrivessi una breve nota
su mio Padre. Ed io, che a volte amo farmi pregare come Lui, ho ritenuto
giusto accontentare chi, in fin dei conti, tanto gentilmente insiste per
farmi cosa gradita.
Girolamo Minervini, nato nel 1919, entrato in
Magistratura nel 1943, ucciso dalle BR il 18 Marzo 1980
Uomo del tutto particolare, schivo, modesto e
nello stesso tempo consapevole delle proprie capacità;
Uomo di sinistra e progressista vero,
incapace di arrogarsi privilegi e predicare, nel contempo, libertà ed
uguaglianza. Stretto collaboratore del Togliatti Guardasigilli si era
pian piano allontanato dal PCI, rimanendo nei fatti svincolato da
qualsiasi partito; era molto schivo e restio a far politica a parole ,
anzi a fare in genere parole inutili. Sia chiaro, non che fosse un
musone taciturno, tutt'altro; era un pragmatico che amava teorizzare - e
Dio sa quanto ne fosse capace - solo in vista ed in
funzione di risultati pratici. Era capace di parlare bene e a lungo, ma
se riteneva servisse a qualcosa.
Il Suo senso dello Stato e del dovere nei
confronti della Comunità erano profondissimi; l'impegno politico, quale
ricerca del bene della polis
, bene culturale irrinunciabile: Dopo
il turbolento periodo della controccupazione della facoltà di
Giurisprudenza della "Sapienza" di Roma, rallentai per un breve periodo
il mio vivace e, ora me ne rendo meglio conto, fisicamente pericoloso
impegno politico di destra. Solo qualche anno fà mia madre mi ha narrato
quanto Lui ne fosse rammaricato, temendo che intendessi disimpegnarmi da
un interesse che mi aveva insegnato, con l'esempio, essere primario e
qualificante. Del resto, non nascondeva una profonda ammirazione
intellettuale per Giorgio Almirante; con grande scandalo dei manichei,
alla cui schiera l'onestà intellettuale gli ha sempre impedito di
appartenere.
Con la religione aveva un rapporto
stranissimo; raramente ho conosciuto un uomo capace di una così
profonda, continua e spontanea coerenza con lo spirito essenziale del
Cristo e nello stesso tempo così concettualmente laico; credo di non
averlo mai visto imbarazzato e fuori posto come quando lo "costrinsi"
a fare il padrino di mia figlia.
Dotato di un humour vivacissimo amava
scherzare, "sfottere" ed "essere sfottuto". I suoi vecchi amici, e
lui stesso, mi raccontavano di scherzi da antologia. Delle tante
ragazzate che, fortunatamente, ho avuto modo di fare non mi ha mai
rimproverato che per dovere parentale . Era una di quelle persone
abbastanza serie da non aver bisogno di prendersi sul serio piu' del
minimo indispensabile
Era drasticamente interdetto a chiunque,
salvo che alla piccolissima nipote a puro titolo di sfottò, chiamarlo
Eccellenza; "giudice", diceva, è un termine che identifica una
funzione di così grande rilevanza da non essere sostituibile. Del
proprio ruolo era fierissimo; credo che tra i pochi veri dispiaceri
che gli ho inflitto il piu' grande sia stato quello di essermi
ritirato dal concorso in Magistratura . Però fu contento quando si
accorse che in Banca, appena entrato, guadagnavo quasi quanto Lui, che
portava (in teoria) l'ermellino.
In famiglia, lo vedevamo poco. Aveva smesso
da anni, per mancanza di tempo, di venire a caccia con me; usciva
poco con mia madre, non aveva tempo per gli amici e -tanto meno- per i
"salotti", che aborriva. Riusciva a trovare qualche minuto per la
nipote e per l'anzianissimo padre, entrambi adorati. Il suo impegno
quotidiano, o meglio i suoi numerosi contemporanei impegni, lo
tenevano fuori casa 15 o 16 ore al giorno. In compenso, non gli
rendevano una lira. Quando morì aveva una bella casa - di cooperativa,
col mutuo ancora da pagare per un paio di lustri- un milione in banca
ed una Wolksvagen degna di uno studente fuori corso. Ed un patrimonio,
dentro, che spero di aver ereditato seppure in minima parte.
Il 16 marzo 1980, di ritorno da Brescia, ove
era stato per il trigesimo della morte di mio Nonno, mi venne a
trovare. Meglio, venne a trovare, nell'ordine, la nipote Sara e me. Mi
confermò che ormai la nomina a Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione
e Pena era
certa e che,in tal caso, lo era quasi altrettanto l'esecuzione della
sentenza di morte da parte delle br. Mi illustrò ove fosse la polizza
assicurativa e quali fossero le provvidenze per mia Madre, alla quale
mi chiese di stare vicino . Per l'ultima volta discutemmo della
questione. Con toni molto pacati e tranquilli mi chiarì che "in guerra
un Generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore" e
che in fin dei conti non era lui tipo da morire d'influenza.
Mi precisò che il carissimo Augusto Isgrò
-Questore di Roma- aveva fortemente insistito per la scorta, ma che
non intendeva far ammazzare tre o quattro poveri ragazzi. Poi, con
un'incoerenza che ancora mi commuove, mi disse di essere preoccupato,
dato il momento, per i rischi connessi al mio impegno sindacale in
Cisal. A mia moglie diede affettuosamente sulla voce quando saltò
fuori un cenno alla pena capitale. Credo di averlo mandato a quel
paese.
Lo rividi il giorno successivo, a pranzo. La
sera mi comunicò che il Presidente del Consiglio, Cossiga, gli aveva
definitivamente confermato la nomina a Direttore Generale degli Istituti
di Prevenzione e Pena.
La mattina del 18 marzo, in autobus e senza
scorta, andò a fare la sua parte, senza chiedersi se l'avessero fatta
anche gli altri.
Sul volto, da morto, aveva l'espressione
serena di sempre.
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la Dignità
della Toga
di
Mauro Minervini
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