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Leonardo
Sciascia: “I professionisti dell'antimafia”
in "Il Corriere della Sera" del
10 gennai o 1987.
Commentando l'opera di uno storico inglese, Christopher
Duggan, dedicata all'analisi del fenomeno mafioso nel periodo fascista, Sciascia
osserva che la lotta alla mafia fu, in quell'epoca, strumento di una fazione,
interna al fascismo, per il raggiungimento dì un potere incontrastabile.
<<
Insomma,l'antimafia
come strumento di potere. Che può
benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e critica
mancando. E ne abbiamo qualche
sintomo, qualche avvisaglia... Eccone uno attuale ed effettuale>>.
<<Lo
si trova nel "notiziario straordinario n. 17° (10 settembre 1986) del
Consiglio Superiore della Magistratura. Vi
si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala
al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta
di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che
per quanto concerne i candidati che in ordine dì graduatoria precedono il dott.
Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere,
sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla
conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima
competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e
di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in
misura diversa, in possesso dì tali requisiti con la conseguenza che,
nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il superamento da
parte del più giovane aspirante">>.
<<Passo che non si può dire un modello di prosa
italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come "la diversa anzianità",
che vuol dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel
"superamento" (pudicamente messo tra virgolette), che vuol dire della
bocciatura degli altri più anziani e, per graduatoria, più in diritto di
ottenere quel posto. Ed è
impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta,
in cui spiega che il dottor Alcamo - che par di capire fosse il primo in
graduatoria - è "magistrato di eccellenti doti", e lo si può
senz'altro definire come "magistrato gentiluomo", anche perché con
schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna "a lui assolutamente
non imputabile": quella di non essere stato finora incaricato di un
processo di mafia. Circostanza
"che comunque non può essere trascurato”, anche se non si può
pretendere che il dottor Alcamo "pietisse l'assegnazione di questo tipo di
procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal
suo carattere". E non sappiamo
se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto
alla promozione che si aspettava>>.
<<I
lettori, comunque, prendano atto che nulla vale di più, in Sicilia, per far
carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso...
>>
Leonardo
Sciascia
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Commenta Gherardo Colombo: quale carriera abbia fatto
Paolo Borsellino è notorio. Salterà
in aria anche lui, una domenica dì luglio, due mesi dopo Giovanni Falcone,
insieme alla scorta. Salterà in
aria a Palermo, dilaniato dall'esplosivo dì un'autobomba, entrando nella casa
della madre. Salterà in aria
occupando un posto analogo a quello la cui assegnazione aveva tanto
scandalizzato Leonardo Sciascia. Salterà
in aria continuando la sua vita di sempre, il lavoro di procuratore impegnato in
processi di mafia.
Ma occorre domandarsi perché Sciascia si scaglia con tanto specifico argomentare, non
contro un generico “professionismo dell’antimafia”,ma specificamente
contro Paolo Borsellino?.
Già
la polemica contro chi facesse
carriera prendendo parte a processi
di stampo mafioso, o comunque svolgendo attività di contrasto alla mafia, è
abbastanza discutibile. In fondo se grazie a meriti di questo genere un politico
viene eletto deputato, un commissario di polizia diviene questore, non è poi un
grande male (sempre che la lotta sia vera e non simulata). E’
logico che chi svolge una attività apprezzabile ne abbia qualche
ritorno; ed è certo peggio se,
come sembra accada, simili soddisfazioni vengono raggiunte non combattendo la
mafia ma scendendo a patti con essa.
Nel
caso però di Borsellino, la nomina a Procuratore di Marsala costituiva soltanto
la acquisizione di un ruolo ove meglio svolgere la sua attività di contrasto al
crimine organizzato. Non ne riceveva alcun beneficio economico (anzi crescevano
spese e difficoltà logistiche), nè alcun beneficio spendibile per una
carriera che in magistratura non esiste, né può dirsi che Borsellino avesse
bisogno di quell’incarico per essere noto ed apprezzato.
Certo
Sciascia è stato male informato da qualcuno, altrimenti
avrebbe agevolmente appreso
che non era certo uno scandalo preferire per la carica di procuratore della
Repubblica un sostituto esperto ed attivo ad un giudicante privo di specifica
esperienza penalistica. Che analoghi “scavalcamenti” si fanno spesso per
favorire l’accesso di persone
esperte a compiti specifici, come gli uffici minorili, di sorveglianza, ed
–appunto- le procure. Di recente Saverio Borrelli e stato “scavalcato”
nella sua aspirazione ad un prestigioso incarico in cassazione (questo sì
comportante una più che discreta ricaduta economica) proprio perché privo di
specifica esperienza nella Corte di legittimità E nessuno per criticare questi
fatti, ha pubblicato
un articolo sul
“Corriere della Sera”.
Ma
perché Sciascia, che, per scrivere il suo libro sul “piccolo giudice” si
era scrupolosamente documentato sulle vicende di un magistrato, consultandone il
fascicolo personale, invece per tirare una pesante stilettata ad un uomo per
bene non si documenta, non si informa, o –meglio- recepisce acriticamente i
dati maliziosamente incompleti che “qualcuno” gli mette in mano?
Lo scritto di
Sciascia appare sintomatico di un atteggiamento diffuso in Italia. Molti
deplorano vivamente, e con sincerità, il malcostume ed il crimine. Acutamente
analizzano le ragioni storiche della diffusa illegalità e ne scorgono le radici
ora nella controriforma cattolica, ora nel lungo malgoverno del nostro paese: da
Tarquinio il superbo alla Democrazia Cristiana, passando per il Governo di occupazione
Alleato, Mussolini,
la dominazione spagnola, i
Borboni (secondo alcuni), i Savoia (secondo altri). Vi è chi addebita il nostro
infelice stato presente alla signoria Svevo-normanna che impedì la formazione
di liberi comuni nell’Italia meridionale. Chi invece ne fa carico al Papato ed
ai comuni lombardi (definiti associazioni di evasori fiscali) rei di aver tenuto
a freno Federico II e Federico Barbarossa.
Le
diagnosi circa la causa del morbo sono molteplici. Ma la prognosi è univoca:
non c‘è nulla da fare, e l’accorto uomo dello Stato può al massimo
tentare di volgere parzialmente al bene le forze del male, utilizzando la
corruzione per sveltire gli appalti, la mafia per istaurare la pax mafiosa. Il
cancro sarebbe così diffuso da consentire solo più terapie di sollievo, la
asportazione traumatica produrrebbe disastri: la paralisi delle opere pubbliche,
ulteriore disoccupazione in Sicilia. La regola economica secondo cui il crimine
non crea ricchezza ma solo in parte la sottrae a
chi legittimamente spetta, ed in parte la distrugge, non sarebbe applicabile in
Italia.
Perciò
quando un paio (spesso proprio nel senso di due, ma talvolta è uno solo) di
funzionari riescono a “suscitare una speranza” a infliggere qualche colpo al
crimine, la reazione è di fastidio, se non di rabbia.
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