LA PROFESSIONE COME DOVERE

di Mario Ferdinandi

questo passo di Mario Ferdinandi è contenuto nella relazione consultiva e programmatica (vero e proprio testamento spirituale) da lui redatta quale responsabile del movimento laureati cattolici di Todi, datata 26 aprile 1946. Le sue parole ci appaino di viva attualità e perciò le riproduciamo senza espungere l'unico elemento "datato" (il richiamo alla guerra appena conclusa). 

 

La maggioranza di noi si dedica alla professione, cioè a quell'attività di carattere intellettuale che ha un riflesso pratico e che costituisce la realizzazione di un servizio agli altri.

        Oggi sembra più che naturale, in linea teorica, ammettere senza troppe discussioni questo concetto della professione, perché il senso sociale di ogni attività umana è continuamente richiamato alla nostra intelligenza dai ripetuti appelli degli uomini politici di ogni tendenza che si sono accinti alla ricostruzione di un mondo crollato per le aberrazioni degli individualismi e degli egoismi singoli e collettivi. Ma le tentazioni del potere, del dominio e del denaro che hanno visto e trovato nella professione lo sgabello più comodo per soddisfarsi, calpestando e deludendo le aspettative degli onesti, ci ripresentano ad ogni passo ed urgono la nostra coscienza. Ma noi dobbiamo aver chiaramente presente che se la professione è per noi mezzo di vita, di sostentamento, non deve essere per gli altri che interferiscono nella sua orbita strumento di miseria, di depredamento nel campo economico, di denigrazione nel campo morale. Le professioni sono il tessuto sociale, cioè quelle attività che permettono di gode­re dei benefici e dei vantaggi che derivano all'uomo dal vivere in società (difesa dal male, dall'ingiustizia, dall'ignoranza, educazione morale ed intellettuale, aumento di benessere materiale). Questo tessuto non deve soffocare nelle sue spire, tradendo la sua funzione, chi vi cerca sostegno ed aiuto. 

Né il fine di utilità pratica che la professione realizza deve farci dare il sopravvento ad  un concetto produzionistico di essa, quasi che il suo miglior pregio sia quello di recare vantaggi materiali al prossimo. I1 professionista non deve dimenticare la sua vocazione universitaria alla scienza, né porre in so secondo piano quella attività speculativa che lo porta a conoscere e ad interpretare tutta la realtà della vita e a trovare la giustificazione della utilità pratiche che la professione reca. Che valore ha la scoperta di un microbo che permetta di salvare migliaia di vite (giustamente rilevava un nostro, amico laureato), se non vi sia una conoscenza che giustifichi il salvare la vita?

 

Se ci si fosse sempre ricordati di guardare le cose da un punto di vista più generale e si fossero approfondite in relazione alle circostanze le idee direttrici, la macchina, per esempio, ed il suo sfruttamento industriale, che pur potenziano ed accrescono le possibilità umane nel campo della produzione, non si sarebbero tradotto nell'attuale esasperata inumanità, generando la disoccupazione ed avvilendo l'uomo con il costringerlo ad una atrofia intellettuale. E' infatti utile produrre, ma b più utile conservare all'uomo l'esercizio di quelle facoltà che gli danno l'equilibrio interiore e mantengono integra la sua personalità.

 

Ed in questa valutazione più comprensiva, più universalmente umana, noi non facciamo che tradurre in atto i principii della morale cristiana che disciplinando l'intera esplicazione dell'attività umana, regolano anche l'attività professionale. Infatti la morale cristiana non è qualche cosa che comprime o coarta la nostra umanità, ma è l'ambito dove ci muoviamo in piena conformità ed in solo adempimento delle esigenze della nostra natura razionale. E questo dico non tanto per affermare che la mora­le deve presiedere anche all'attività professionale, poichè è assurda la frase che qualche volta è in bocca ai più spregiudicati: "professione è professione e morale è morale", quanto perchè nelle condizioni attuali del costume e delle coscienze vi è un terribile disorientamento morale nei non cristiani, o cristiani solo di nome, ed errori di visioni e di giudizio negli stessi cristiani praticanti. Siamo tutti pienamente coscienti, in primo luogo, del dovere preliminare che abbiamo di svolgere un lavoro per provvedere alla propria vita e di portare il contributo alla vita comune, o non ci alletta un ideale di pacifico splendido egoismo che interpreti come condizione di vita quotidiana il "beatus  il­le qui procul negotiis ....." di oraziana memoria? E quand'anche trovasse un'eco di stimolo in noi il monito paolino:"Chi non lavora non mangi", quanta diligenza e quanta competenza portiamo nel lavoro che svolgiamo così da dare un aiuto veramente efficace a chi intende giovarsi della nostra opera?

 

Forse in qualche questione più delicata, indulgendo alla debolezza od alla poca coscienza morale dei nostri clienti, ci rendiamo complici di tristi sopraffazioni o della creazione di vittime. Penso all'avvocato di fronte ad una causa ingiusta, all'insegnante consigliere di lettere per i propri alunni, al tecnico dinanzi ad una questione di pura speculazione, al medico di fronte a pratiche anticoncezionali.

 

Ora, in questo campo, dinanzi alla profonda crisi di civiltà cristiana dove í fermenti cristiani trovano degli ostacoli insormontabili per possedere vari settori della società, noi dobbiamo essere dei pionieri. I1 problema della civiltà e del progresso è in fondo un grave problema morale legato al tradursi in atto di un sempre maggior rispetto dell'uomo e di Dio, e questo noi dovremmo costantemente fare come laureati, onorando con la coerenza della vita la profondità del pensiero di cui ci fregiamo.

 

 

 

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