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La
maggioranza di noi si dedica alla professione, cioè a quell'attività
di carattere intellettuale che ha un riflesso pratico e che costituisce
la realizzazione di un servizio agli altri.
Oggi sembra più che naturale, in linea teorica, ammettere senza troppe
discussioni questo concetto della professione, perché il senso sociale
di ogni attività umana è continuamente richiamato alla nostra
intelligenza dai ripetuti appelli degli uomini politici di ogni tendenza che si sono accinti alla ricostruzione di un mondo crollato per le
aberrazioni degli individualismi e degli egoismi singoli e collettivi.
Ma le tentazioni del potere, del dominio e del denaro che hanno visto e
trovato nella professione lo sgabello più comodo per soddisfarsi,
calpestando e deludendo le aspettative degli onesti, ci ripresentano ad
ogni passo ed urgono la nostra coscienza. Ma noi dobbiamo aver
chiaramente presente che se la professione è per noi mezzo di vita, di sostentamento, non deve essere
per gli altri che interferiscono nella sua orbita strumento di miseria,
di depredamento nel campo economico, di denigrazione nel campo morale.
Le professioni sono il tessuto sociale, cioè quelle attività che
permettono di godere dei benefici e dei vantaggi che derivano all'uomo
dal vivere in società (difesa dal male, dall'ingiustizia,
dall'ignoranza, educazione morale ed intellettuale, aumento di benessere
materiale). Questo tessuto non deve soffocare nelle sue spire, tradendo
la sua funzione, chi vi cerca sostegno ed aiuto.
Né il fine di utilità pratica che la professione realizza deve farci
dare il sopravvento ad un
concetto produzionistico di essa, quasi che il suo miglior pregio sia
quello di recare vantaggi materiali al prossimo. I1 professionista non
deve dimenticare la sua vocazione universitaria alla scienza, né porre
in so secondo piano quella attività speculativa che lo porta a
conoscere e ad interpretare tutta la realtà della vita e a trovare la
giustificazione della utilità pratiche che la professione reca. Che
valore ha la scoperta di un microbo che permetta di salvare migliaia di
vite (giustamente rilevava un nostro, amico laureato), se non vi sia una
conoscenza che giustifichi il salvare la vita?
Se
ci si fosse sempre ricordati di guardare le cose da un punto di vista più
generale e si fossero approfondite in relazione alle circostanze le idee
direttrici, la macchina, per esempio, ed il suo sfruttamento
industriale, che pur potenziano ed accrescono le possibilità umane nel
campo della produzione, non si sarebbero tradotto nell'attuale
esasperata inumanità, generando la disoccupazione ed avvilendo l'uomo
con il costringerlo ad una atrofia intellettuale. E' infatti utile
produrre, ma b più utile conservare all'uomo l'esercizio di quelle
facoltà che gli danno l'equilibrio
interiore e mantengono integra la sua personalità.
Ed
in questa valutazione più comprensiva, più universalmente umana, noi non facciamo che tradurre in atto i principii della morale cristiana che
disciplinando l'intera esplicazione dell'attività umana,
regolano anche l'attività professionale. Infatti la morale cristiana
non è qualche cosa che comprime o coarta la nostra umanità, ma è
l'ambito dove ci muoviamo in piena conformità ed in solo adempimento
delle esigenze della nostra natura razionale. E questo dico non tanto
per affermare che la morale deve presiedere anche all'attività
professionale, poichè è assurda la frase che qualche volta è in bocca
ai più spregiudicati: "professione è professione e morale è
morale", quanto perchè nelle condizioni attuali del costume e
delle coscienze vi è un terribile disorientamento morale nei non
cristiani, o cristiani solo di nome, ed errori di visioni e di giudizio
negli stessi cristiani praticanti. Siamo tutti pienamente coscienti, in
primo luogo, del dovere preliminare che abbiamo di svolgere un lavoro
per provvedere alla propria vita e di portare il contributo alla vita
comune, o non ci alletta un ideale di pacifico splendido egoismo che
interpreti come condizione di vita quotidiana il "beatus
ille qui procul negotiis ....." di oraziana memoria? E
quand'anche trovasse un'eco di stimolo in noi il monito paolino:"Chi
non lavora non mangi", quanta diligenza e quanta competenza
portiamo nel lavoro che svolgiamo così da dare un aiuto veramente
efficace a chi intende giovarsi della nostra opera?
Forse
in qualche questione più delicata, indulgendo alla debolezza od alla
poca coscienza morale dei nostri clienti, ci rendiamo complici di tristi
sopraffazioni o della creazione di vittime. Penso all'avvocato di fronte
ad una causa ingiusta, all'insegnante consigliere di lettere per i
propri alunni, al tecnico dinanzi ad una questione di pura speculazione,
al medico di fronte a pratiche anticoncezionali.
Ora,
in questo campo, dinanzi alla profonda crisi di civiltà cristiana dove
í fermenti cristiani trovano degli ostacoli insormontabili per
possedere vari settori della società, noi dobbiamo essere dei pionieri.
I1 problema della civiltà e del progresso è in fondo un grave problema
morale legato al tradursi in atto di un sempre maggior rispetto
dell'uomo e di Dio, e questo noi dovremmo costantemente fare come
laureati, onorando con la coerenza della vita la profondità del
pensiero di cui ci fregiamo.
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