L'ARMA DEI CARABINIERI

Usi obbedir tacendo

T.Col.  Roberto Ripollino

 

Premessa

 

Questo non è, e non vuol essere, uno studio dell’organizzazione dell’Arma dei Carabinieri, né uno scritto auto-celebrativo, ma solo una considerazione di quello che significa e sottintende essere Carabinieri. Il tutto visto prospetticamente da uno che vive da oltre un ventennio nella quotidianità dell’Istituzione, e, nonostante il lungo tempo trascorso e le esperienze maturate, sente prepotente quello spirito informatore che sottintende ad ogni manifestazione dell’essere Carabiniere, che fondamentalmente significa: credere visceralmente nei valori umani, morali, sociali e religiosi, perché al di là di ogni cosa il Carabiniere è un uomo che lavora in mezzo agli uomini, non per sé stesso, ma affinché gli altri possano vivere meglio.

  

La nascita

 Parlare oggi di forze dell’ordine potrebbe sembrare un argomento scontato, specie se ci riferiamo a come queste vengano avvertite da una certa parte della popolazione, che vede in esse uno strumento repressivo, dedito ad interporre ostacoli alla libera espressione della personalità o puramente alla bieca ricerca dei rei.

Corre quindi l’obbligo di procedere con alcune considerazioni su cosa significhi Polizia: Aristotele la definiva: “il principato e la consuetudine delle cose a cui è conveniente che ogni cittadino uniformi la sua condotta; il maggiore dei beni per un popolo”.

Discendendo dal mondo delle idee su una base più pratica dobbiamo necessariamente porre la nostra attenzione sul fatto che le forze dell’ordine dall’antichità all’era moderna sono state diretta emanazione della giustizia, dipendendo in vari modi dai magistrati o direttamente dal potere del signore locale, alcuni esempi di corpi o organismi di polizia a carattere generale li abbiamo a partire dal 1500 circa negli stati del Piemonte, della Toscana, degli Stati Pontifici, ovvero dove vi erano delle signorie consolidate.

Negli altri stati pre-unitari detti compiti erano svolti in loco dalle forze a disposizione del signorotto feudale o del preposto, che assoldava in proprio forze che servivano sia alla difesa del territorio che alla tutela degli interessi, tra cui anche la riscossione dei tributi.

Ove non si riscontrava un sistema di tipo feudale i compiti di polizia erano però assicurati da forze municipali, sempre direttamente rispondenti al governo locale.

La Rivoluzione Francese, con l’affermazione dello stato come organismo composto da tutti i suoi membri (cittadini), e quindi con l’affermazione dell’obbligo per ognuno di dare il suo contributo per la difesa – eserciti di leva – postulò anche l’esigenza di un corpo dedicato alla difesa dei cittadini stessi, dà qui la nascita in Francia della Gendarmerie, corpo scelto di militari che svolgevano la duplice funzione di soldati in guerra e di controllo del territorio.

Durante il periodo dell’occupazione francese del Piemonte e durante l’impero, circa dal 1798 al 1814, in Piemonte fu costituita prima una Gendarmeria Piemontese integrata poi nella Gendarmeria Imperiale.

Alla restaurazione dei Savoia sul trono Sardo - Piemontese, i componenti di questa Gendarmeria, che essendo piemontesi erano rimasti nello stato restaurato, continuarono a svolgere le loro funzioni di pubblica sicurezza, dopo vari studi e progetti si giunse alla fatidica data del 13 luglio 1814, in cui furono divulgate le “Regie Patenti”.

Sin dall’inizio, questo “.. Corpo di militari per buona condotta, e saviezza distinti…” avevano come compito precipuo quello di “..sempre più contribuire alla maggiore felicità dello Stato, che non può andare disgiunta dalla protezione, e difesa de’ buoni,….”, quindi un corpo che nasce “Per ricondurre, ed assicurare viemaggiormente il buon ordine, e la pubblica tranquillità….”.

Pur nella retorica della restaurazione monarchica dell’epoca conseguente alla conquista francese del Piemonte, si nota un indirizzo diverso, infatti il novello corpo non sorge a difesa dei soli interessi sovrani bensì è rivolto ad assicurare la felicità dello Stato e quindi dei suoi cittadini, anche il nome deriva dalla repulsione che vi era in quei tempi per i francesismi, quindi scartata la possibilità di chiamare il corpo con il nome di gendarmeria (collegandola, quindi, a quella francese) si scelse la denominazione Carabinieri, che etimologicamente deriva dall’uso da parte dei soldati della carabina, un’arma che era particolarmente efficace in mano a truppe addestrate, abili e pratiche. Quindi l’uso di questo termine, che era già impiegato in vari eserciti: prussiano, spagnolo, sassone, austriaco piemontese; serviva per indicare formazioni organiche armate di carabina.

Vittorio Emanuele I con questo aveva voluto sottintendere che i Carabinieri dovevano essere tratti dai migliori elementi dell’esercito, sia per buona condotta che per saldezza d’animo, ed infine per lealtà e fedeltà.

Dopo 186 anni questa istituzione non ha mai deflesso da quelli che furono i compiti primari a cui era stata destinata, forse come fu detto da qualcuno lo strumento era destinato ad avere una sua collocazione come forza preminentemente repressiva e che doveva servire per controllare le sediziose forze di coloro – che infiammati dalle idee della Rivoluzione Francese - aspiravano alla unità italiana, ma anche alla sostituzione della monarchia con la Repubblica.

Di certo visto dalla prospettiva odierna possiamo dire che questo forse fu uno dei disegni che meno si realizzò, in quanto la particolarità di questo Corpo sin dai suoi esordi fu quello di essere a contatto diretto con le popolazioni e di esserne parte integrante, scevro da piaggerie e da servilismi, per cui non si riscontra animosità o partigianeria nell’operato dei Carabinieri, ma solo il desiderio di assolvere agli obblighi derivanti dal loro dovere, sentito e vissuto come servizio.

   

La vita del Carabiniere

 

Dopo questa lunga parentesi introduttiva vorrei ora passare ad un’altra e più approfondita analisi del fenomeno Carabinieri, di quest’Arma, oggi, che ha conquistato ed alberga nei cuori degli italiani e che con la sua figura ha colpito l’immaginifico degli altri popoli.

Mi si consenta un’ulteriore digressione storica: i Carabinieri proprio per la particolare struttura ed organizzazione sono stati chiamati sin dal secolo scorso a costituire corpi di polizia in paesi esteri, quali Cipro, il Cile, la Somalia solo per citarne alcuni.

Ancora oggi il mio pensiero torna all’incontro con una anziana signora, che alcuni anni fa, quando circolavano notizie su una smilitarizzazione dell’Arma, incontrandomi per strada mi chiese cosa ci fosse di vero in quelle notizie, che la preoccupavano alquanto, ed infine concluse il discorso dicendo: “se non ci saranno più i Carabinieri come farà Pinocchio”'?.

Questa frase mi colpì per la sua semplicità e per la sua carica emozionale ed affettiva che sottintendeva: il Carabiniere è visto come una figura che accompagna la vita del cittadino si può dire sin dalla nascita, inserito com’è nelle fiabe e nei racconti paesani; come un compagno ed un fratello a cui rivolgersi nei momenti del bisogno, da cui trarre forza ed esempio per la saldezza dei principi e dei fondamenti morali; come l’amico sempre pronto a gioire delle tue gioie e a confortarti nelle tue disgrazie.

Può sembrare retorica, ma quando nel 1980 partecipai alle operazioni connesse con il grave sisma che aveva colpito l’Irpinia e la Campania, mi giunse la notizia di quel Comandante di Stazione che assicuratosi che i suoi familiari fossero salvi e fuori dalla casa pericolante, dopo aver raccomandato alla moglie di trovare una sistemazione, senza por tempo in mezzo si diede subito da fare per la ricerca di altri superstiti, si adoperò per trovare il ricovero per anziani, malati e bambini, erano i “suoi cittadini” quelli che lo Stato aveva affidato alle sue cure e che si aspettavano da lui l’aiuto. Era così forte in lui il richiamo del dovere, che assicuratosi della salvezza della sua famiglia, la abbandona nelle mani della moglie – che sa capace a trarsi d’impaccio – e va a dare la sua opera,  il suo servizio a chi aveva bisogno di lui.

Potremmo citare migliaia di altri esempi di gesti eroici o misconosciuti, ma ognuno significativo del grande imperativo che colma l’animo dei Carabinieri, quello del bene collettivo, dell’amore verso ognuno dei nostri fratelli.

Papa Giovanni XXIII nel ricevere in udienza particolare i Carabinieri del Comando della Capitale, disse:

“L’arma si è sempre particolarmente distinta per il valore della “fedeltà” nei confronti della Patria, dello Stato, della famiglia, della gente semplice, una fedeltà strenuamente perseguita anche a costo della vita. Così la gente percepisce il Carabiniere, come garante di tranquillità e di ostinata convivenza civile”.

Cosa trasforma un uomo qualsiasi in Carabiniere, non può farlo certo la frequenza del corso basico di istruzione presso una scuola allievi che dura in tutto nove mesi, cosa è quindi che consente a questi umili eroi del quotidiano di far trionfare la ragione sull’istinto, dell’altruismo sull’egoismo, in poche parole del bene sul male, ma sempre con il fine di poter garantire la piena convivenza civile e sociale.

Una indicazione la troviamo nel breve apostolico con cui Pio XII l’8 dicembre 1949 proclamava Maria “Virgo Fidelis” Patrona dei Carabinieri:

“”Nessuno ignora che gli antichi eserciti d’Europa, ispirati da una ardente fede Cristiana, hanno intensamente coltivato tutte le virtù, atte a formare fortemente e cavallerescamente gli animi dei militari a un più alto e civile senso della vita.

Fra di esse, emerse sempre e costantemente rifulse, come fondamento e principio, quella virtù della Fedeltà, per la quale i militari stessi, votandosi strettamente al loro Capo e alle Patrie Istituzioni, preferiscono, generosi e coscenti, di anteporre al proprio bene il bene comune. ……….

…. Di questa virtù diedero appunto coraggiosamente fulgentissimo esempio i Militari Italiani addetti alla pubblica tutela chiamati “Carabinieri”, in quanto che, saggiamente istituiti in Piemonte, fin dall’anno 1814, per la difesa dello Stato contro i rivolgimenti dei perturbatori, ossequientemente accolsero e fedelmente osservarono il celebre loro motto araldico: “Fedele nei secoli”……….””

 

La Fedeltà, quindi, viene vista come base del carattere e dei sentimenti del Carabiniere, una Fedeltà sentita e sofferta, in specie in questi tempi in cui i valori morali sono spesso messi in discussione, quando non vengono scherniti, in questa società dominata dalla ostentazione di beni materiali e scandita ormai dai fulminanti ritmi dell’informazione e di Internet. Questi uomini che volontariamente rinunciano a delle loro libertà riconosciute, per sottoporsi ad una vita che è contrassegnata da ritmi che non ineriscono la sfera personale, dove il bene dell’uno viene accantonato in nome del bene collettivo, dove le festività sono assaporate con gioia in quanto raramente passate con i cari, dove si vive e si opera lontano dalle zone di nascita, lontano dagli affetti e dai legami di amicizia, spesso in trasferimento da una zona all’altra dove la nostra opera e le nostre energie sono più necessarie, con tutti i problemi che tali movimenti comportano.

Certo questi sono dei lati negativi, ma la luce che leggo negli occhi dei Carabinieri, quando prestano la loro fattiva opera, la felicità che traspira dai loro visi quando raggiungono un risultato positivo, è quella di coloro che sono soddisfatti ed appagati, che non pensano alle negatività sofferte, alle ore e alle giornate spese, tutto diviene relativo, tutto si sublima in quell’attimo di intensa partecipazione alla consapevolezza di aver dato, donato agli altri la possibilità di vivere nella serenità.

Sono quindi i valori morali tramandati nell’animus del Carabiniere che lo differenziano e lo caratterizzano, è l’accettazione del proprio ruolo come parte integrante della società nella particolare funzione di tutore della stessa che determina questa particolare forma di organizzazione che nonostante il passare dei tempi e i necessari aggiornamenti mantiene una saldezza di principi e di ideali che uniscono il Reale Carabiniere dell’800 con quello del 2000, diverso forse nell’esteriorità, ma simile per i sentimenti.

La saldezza dei principi morali propugnati e la fermezza con cui questi vengono applicati ha fatto sorgere voci di una sostanziale identità – nei principi ispiratori - tra il regolamento del 1822 e le regole della Compagnia di Gesù.

Di certo è che vi sono delle somiglianze, ma non poteva essere altrimenti visto che il fondatore della Compagnia, Sant’Ignazio De Layola, era stato un comandante di soldati e le regole dell’ordine dei Padri Gesuiti risentono di questa origine. Anzi secondo alcuni esiste una sicura impronta degli anzidetti Padri Gesuiti che avrebbero partecipato alla redazione del regolamento del Corpo dei Carabinieri.

Di certo su questa convinzione diffusa è che non esistono storiche fondamenta. In ordine di tempo dell’argomento si è interessato il Generale Nicolò Mirenna, che nonostante le ricerche effettuate non ha rinvenuto alcun documento che conforti la voce, ma altresì il generale afferma che “la cronologia della nostra regolamentazione dimostra inequivocabilmente che il Regolamento del Re Carlo Felice conservò intatta dal 1822 al 1892 la validità delle sue norme, rispettando le quali i Carabinieri del piccolo Regno di Sardegna e Piemonte diventarono i Carabinieri dell’Italia Unita.

(tratto da un articolo apparso sulla rivista “le Fiamme d’Argento”, anno XLIV, Novembre 2000)

 

 

  Fermezza, Umanità, Giustizia, Stile, Organizzazione, Fede

 

Questi termini che ho posto quale intestazione dell’ultima parte del mio intervento mi accompagnano dal primo giorno in cui posi piede all’Accademia Militare di Modena, su questi assunti ci chiamò a meditare l’allora coordinatore dei corsi Carabinieri, il Col Domenico Rebuzzi, e non a caso li riporto perché sono i fondamenti di cui si nutre lo spirito di un uomo che si consacra agli altri, che lascia i propri interessi perché crede fermamente in qualcosa di più, in una superiore giustizia che non può non identificarsi nella massima espressione dell’amore, e come ci ha insegnato il Vangelo il binomio “Amore – Giustizia” è inscindibile, e l’essere disposti al supremo sacrificio è la massima espressione dell’Amore verso Dio e verso i propri fratelli.

Quindi consentitemi di citare il Col. Rebuzzi che fu per noi allievi un padre spirituale che ci condusse attraverso l’iniziale trapasso dalla vita civile alla vita militare e al duro compito di Carabiniere, prima che di ufficiale. Spesso in questi anni ho riletto il suo saluto rivoltoci nel momento in cui eravamo ormai prossimi a lasciare Modena e a indossare “stellette” ed “Alamari”, ed in particolare l’ultima parte che consacra in poche e semplici parole cosa vuol dire essere difensore della società (intesa come insieme di tutti i suoi membri) e tutore della giustizia:

Mai dovrete dimenticare di essere sacerdoti del Dovere a qualunque costo, qualsiasi ne sia il prezzo e, qualora il polso dovesse tremare, il cuore vacillare, non esitate a deporre questa nostra divisa. Siate quindi forti ed affrontate la vita con serenità ed animo lieto.”

Queste parole hanno avuto sempre il potere di lenire gli inevitabili tormentati momenti di dubbio che si presentano nel normale cammino di ognuno di noi, ma leggendo appunto queste frasi e la certezza di compiere il proprio dovere nel migliore dei modi e con esso assolvere alla chiamata di giustizia e di amore che sgorga dal cuore hanno sempre dato rinnovato impulso a continuare sulla strada intrapresa,  con la consapevolezza di portare agli altri, con umiltà ed in silenzio, qualcosa di te, qualcosa che non può pagare nulla ma che è certamente gradito e accettato.

Gli occhi di una ragazzina rapita che appena liberata dalle squadre  del G.I.S., accompagnata dal collega in tenuta d’intervento, nel vedermi in divisa si illuminano nella comprensione, solo allora divenuta certezza, che la sua prigionia era terminata, e quel suo stringermi la mano come a cercare solidità e sicurezza, calore e conforto hanno scaldato il mio cuore, e mi hanno ripagato di ogni fatica e di ogni sacrificio.

Ecco che allora quelle parole che ho richiamato all’inizio hanno un significato profondo, ognuna di esse, ma più di tutte la Fede, che cementa le altre in un’unica struttura che rende il nostro animo forte e lo solidifica sino alla estrema accettazione di porre sull’altare del servizio la nostra stessa vita pur di adempiere al Dovere che ci siamo liberamente imposti, che unifica il Carabiniere in servizio a Campione d’Italia, con quello all’altro estremo a Lampedusa, in un tutto unico, un’uguaglianza di sentimenti e di valori che valgono allo stesso modo per ognuno di noi.

 

                                       UT UNUM SINT

 

“la storia della vostra Arma, gloriosa e silenziosa, la Benemerita e la Fedelissima, è lunga ed onusta di meriti davanti agli uomini e davanti a Dio. E’ una storia intessuta di atti eroici, fino alla perdita della vita nel compimento del dovere come attestano i vostri annali, monumento prezioso che rimane a vostro onore e ad edificazione della società italiana”

Papa Giovanni XXIII – Roma, 23 marzo 1959

 

 

 

 

PREGHIERA DEL CARABINIERE

 

Dolcissima  e gloriosissima Madre di Dio e nostra, noi Carabinieri d’Italia a Te eleviamo reverente il pensiero, fiduciosa la preghiera e fervido il cuore.

 

Tu che le nostre legioni invocano confortatrice e protettrice col titolo di “VIRGO FIDELIS”, Tu accogli ogni nostro proposito di bene e fanne vigore e pace per la Patria nostra.

 

Tu accompagna la nostra vigilanza, Tu consiglia il nostro dire, Tu anima la nostra azione, Tu sostenta il nostro sacrificio, Tu infiamma la devozione nostra!

 

E da un capo all’altro d’Italia suscita in ognuno di noi l’entusiasmo di testimoniare, con la fedeltà fino alla morte, l’amore a Dio e ai fratelli italiani.

 

E così sia!

   

 

 

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