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Premessa
Questo
non è, e non vuol essere, uno studio dell’organizzazione dell’Arma
dei Carabinieri, né uno scritto auto-celebrativo, ma solo una
considerazione di quello che significa e sottintende essere Carabinieri.
Il tutto visto prospetticamente da uno che vive da oltre un ventennio
nella quotidianità dell’Istituzione, e, nonostante il lungo tempo
trascorso e le esperienze maturate, sente prepotente quello spirito
informatore che sottintende ad ogni manifestazione dell’essere
Carabiniere, che fondamentalmente significa: credere visceralmente nei
valori umani, morali, sociali e religiosi, perché al di là di ogni cosa
il Carabiniere è un uomo che lavora in mezzo agli uomini, non per sé
stesso, ma affinché gli altri possano vivere meglio.
La
nascita
Parlare
oggi di forze dell’ordine potrebbe sembrare un argomento scontato,
specie se ci riferiamo a come queste vengano avvertite da una certa parte
della popolazione, che vede in esse uno strumento repressivo, dedito ad
interporre ostacoli alla libera espressione della personalità o puramente
alla bieca ricerca dei rei.
Corre
quindi l’obbligo di procedere con alcune considerazioni su cosa
significhi Polizia: Aristotele la definiva: “il principato e la
consuetudine delle cose a cui è conveniente che ogni cittadino uniformi
la sua condotta; il maggiore dei beni per un popolo”.
Discendendo
dal mondo delle idee su una base più pratica dobbiamo necessariamente
porre la nostra attenzione sul fatto che le forze dell’ordine
dall’antichità all’era moderna sono state diretta emanazione della
giustizia, dipendendo in vari modi dai magistrati o direttamente dal
potere del signore locale, alcuni esempi di corpi o organismi di polizia a
carattere generale li abbiamo a partire dal 1500 circa negli stati del
Piemonte, della Toscana, degli Stati Pontifici, ovvero dove vi erano delle
signorie consolidate.
Negli
altri stati pre-unitari detti compiti erano svolti in loco dalle forze a
disposizione del signorotto feudale o del preposto, che assoldava in
proprio forze che servivano sia alla difesa del territorio che alla tutela
degli interessi, tra cui anche la riscossione dei tributi.
Ove
non si riscontrava un sistema di tipo feudale i compiti di polizia erano
però assicurati da forze municipali, sempre direttamente rispondenti al
governo locale.
La
Rivoluzione Francese, con l’affermazione dello stato come organismo
composto da tutti i suoi membri (cittadini), e quindi con l’affermazione
dell’obbligo per ognuno di dare il suo contributo per la difesa –
eserciti di leva – postulò anche l’esigenza di un corpo dedicato alla
difesa dei cittadini stessi, dà qui la nascita in Francia della
Gendarmerie, corpo scelto di militari che svolgevano la duplice funzione
di soldati in guerra e di controllo del territorio.
Durante
il periodo dell’occupazione francese del Piemonte e durante l’impero,
circa dal 1798 al 1814, in Piemonte fu costituita prima una Gendarmeria
Piemontese integrata poi nella Gendarmeria Imperiale.
Alla
restaurazione dei Savoia sul trono Sardo - Piemontese, i componenti di
questa Gendarmeria, che essendo piemontesi erano rimasti nello stato
restaurato, continuarono a svolgere le loro funzioni di pubblica
sicurezza, dopo vari studi e progetti si giunse alla fatidica data del 13
luglio 1814, in cui furono divulgate le “Regie Patenti”.
Sin
dall’inizio, questo “.. Corpo di militari per buona condotta, e
saviezza distinti…” avevano come compito precipuo quello di
“..sempre più contribuire alla maggiore felicità dello Stato, che non
può andare disgiunta dalla protezione, e difesa de’ buoni,….”,
quindi un corpo che nasce “Per ricondurre, ed assicurare viemaggiormente
il buon ordine, e la pubblica tranquillità….”.
Pur
nella retorica della restaurazione monarchica dell’epoca conseguente
alla conquista francese del Piemonte, si nota un indirizzo diverso,
infatti il novello corpo non sorge a difesa dei soli interessi sovrani
bensì è rivolto ad assicurare la felicità dello Stato e quindi dei suoi
cittadini, anche il nome deriva dalla repulsione che vi era in quei tempi
per i francesismi, quindi scartata la possibilità di chiamare il corpo
con il nome di gendarmeria (collegandola, quindi, a quella francese) si
scelse la denominazione Carabinieri, che etimologicamente deriva
dall’uso da parte dei soldati della carabina, un’arma che era
particolarmente efficace in mano a truppe addestrate, abili e pratiche.
Quindi l’uso di questo termine, che era già impiegato in vari eserciti:
prussiano, spagnolo, sassone, austriaco piemontese; serviva per indicare
formazioni organiche armate di carabina.
Vittorio
Emanuele I con questo aveva voluto sottintendere che i Carabinieri
dovevano essere tratti dai migliori elementi dell’esercito, sia per
buona condotta che per saldezza d’animo, ed infine per lealtà e fedeltà.
Dopo
186 anni questa istituzione non ha mai deflesso da quelli che furono i
compiti primari a cui era stata destinata, forse come fu detto da qualcuno
lo strumento era destinato ad avere una sua collocazione come forza
preminentemente repressiva e che doveva servire per controllare le
sediziose forze di coloro – che infiammati dalle idee della Rivoluzione
Francese - aspiravano alla unità italiana, ma anche alla sostituzione
della monarchia con la Repubblica.
Di
certo visto dalla prospettiva odierna possiamo dire che questo forse fu
uno dei disegni che meno si realizzò, in quanto la particolarità di
questo Corpo sin dai suoi esordi fu quello di essere a contatto diretto
con le popolazioni e di esserne parte integrante, scevro da piaggerie e da
servilismi, per cui non si riscontra animosità o partigianeria
nell’operato dei Carabinieri, ma solo il desiderio di assolvere agli
obblighi derivanti dal loro dovere, sentito e vissuto come servizio.
La vita del Carabiniere
Dopo
questa lunga parentesi introduttiva vorrei ora passare ad un’altra e più
approfondita analisi del fenomeno Carabinieri, di quest’Arma, oggi, che
ha conquistato ed alberga nei cuori degli italiani e che con la sua figura
ha colpito l’immaginifico degli altri popoli.
Mi
si consenta un’ulteriore digressione storica: i Carabinieri proprio per
la particolare struttura ed organizzazione sono stati chiamati sin dal
secolo scorso a costituire corpi di polizia in paesi esteri, quali Cipro,
il Cile, la Somalia solo per citarne alcuni.
Ancora
oggi il mio pensiero torna all’incontro con una anziana signora, che
alcuni anni fa, quando circolavano notizie su una smilitarizzazione
dell’Arma, incontrandomi per strada mi chiese cosa ci fosse di vero in
quelle notizie, che la preoccupavano alquanto, ed infine concluse il
discorso dicendo: “se non ci saranno più i Carabinieri come farà
Pinocchio”'?.
Questa
frase mi colpì per la sua semplicità e per la sua carica emozionale ed
affettiva che sottintendeva: il Carabiniere è visto come una figura che
accompagna la vita del cittadino si può dire sin dalla nascita, inserito
com’è nelle fiabe e nei racconti paesani; come un compagno ed un
fratello a cui rivolgersi nei momenti del bisogno, da cui trarre forza ed
esempio per la saldezza dei principi e dei fondamenti morali; come
l’amico sempre pronto a gioire delle tue gioie e a confortarti nelle tue
disgrazie.
Può
sembrare retorica, ma quando nel 1980 partecipai alle operazioni connesse
con il grave sisma che aveva colpito l’Irpinia e la Campania, mi giunse
la notizia di quel Comandante di Stazione che assicuratosi che i suoi
familiari fossero salvi e fuori dalla casa pericolante, dopo aver
raccomandato alla moglie di trovare una sistemazione, senza por tempo in
mezzo si diede subito da fare per la ricerca di altri superstiti, si
adoperò per trovare il ricovero per anziani, malati e bambini, erano i
“suoi cittadini” quelli che lo Stato aveva affidato alle sue cure e
che si aspettavano da lui l’aiuto. Era così forte in lui il richiamo
del dovere, che assicuratosi della salvezza della sua famiglia, la
abbandona nelle mani della moglie – che sa capace a trarsi d’impaccio
– e va a dare la sua opera, il
suo servizio a chi aveva bisogno di lui.
Potremmo
citare migliaia di altri esempi di gesti eroici o misconosciuti, ma ognuno
significativo del grande imperativo che colma l’animo dei Carabinieri,
quello del bene collettivo, dell’amore verso ognuno dei nostri fratelli.
Papa
Giovanni XXIII nel ricevere in udienza particolare i Carabinieri del
Comando della Capitale, disse:
“L’arma
si è sempre particolarmente distinta per il valore della “fedeltà”
nei confronti della Patria, dello Stato, della famiglia, della gente
semplice, una fedeltà strenuamente perseguita anche a costo della vita.
Così la gente percepisce il Carabiniere, come garante di tranquillità e
di ostinata convivenza civile”.
Cosa
trasforma un uomo qualsiasi in Carabiniere, non può farlo certo la
frequenza del corso basico di istruzione presso una scuola allievi che
dura in tutto nove mesi, cosa è quindi che consente a questi umili eroi
del quotidiano di far trionfare la ragione sull’istinto,
dell’altruismo sull’egoismo, in poche parole del bene sul male, ma
sempre con il fine di poter garantire la piena convivenza civile e
sociale.
Una
indicazione la troviamo nel breve apostolico con cui Pio XII l’8
dicembre 1949 proclamava Maria “Virgo Fidelis” Patrona dei
Carabinieri:
“”Nessuno
ignora che gli antichi eserciti d’Europa, ispirati da una ardente fede
Cristiana, hanno intensamente coltivato tutte le virtù, atte a formare
fortemente e cavallerescamente gli animi dei militari a un più alto e
civile senso della vita.
Fra
di esse, emerse sempre e costantemente rifulse, come fondamento e
principio, quella virtù della Fedeltà, per la quale i militari stessi,
votandosi strettamente al loro Capo e alle Patrie Istituzioni,
preferiscono, generosi e coscenti, di anteporre al proprio bene il bene
comune. ……….
….
Di questa virtù diedero appunto coraggiosamente fulgentissimo esempio i
Militari Italiani addetti alla pubblica tutela chiamati “Carabinieri”,
in quanto che, saggiamente istituiti in Piemonte, fin dall’anno 1814,
per la difesa dello Stato contro i rivolgimenti dei perturbatori,
ossequientemente accolsero e fedelmente osservarono il celebre loro motto
araldico: “Fedele nei secoli”……….””
La
Fedeltà, quindi, viene vista come base del carattere e dei sentimenti del
Carabiniere, una Fedeltà sentita e sofferta, in specie in questi tempi in
cui i valori morali sono spesso messi in discussione, quando non vengono
scherniti, in questa società dominata dalla ostentazione di beni
materiali e scandita ormai dai fulminanti ritmi dell’informazione e di
Internet. Questi uomini che volontariamente rinunciano a delle loro libertà
riconosciute, per sottoporsi ad una vita che è contrassegnata da ritmi
che non ineriscono la sfera personale, dove il bene dell’uno viene
accantonato in nome del bene collettivo, dove le festività sono
assaporate con gioia in quanto raramente passate con i cari, dove si vive
e si opera lontano dalle zone di nascita, lontano dagli affetti e dai
legami di amicizia, spesso in trasferimento da una zona all’altra dove
la nostra opera e le nostre energie sono più necessarie, con tutti i
problemi che tali movimenti comportano.
Certo
questi sono dei lati negativi, ma la luce che leggo negli occhi dei
Carabinieri, quando prestano la loro fattiva opera, la felicità che
traspira dai loro visi quando raggiungono un risultato positivo, è quella
di coloro che sono soddisfatti ed appagati, che non pensano alle negatività
sofferte, alle ore e alle giornate spese, tutto diviene relativo, tutto si
sublima in quell’attimo di intensa partecipazione alla consapevolezza di
aver dato, donato agli altri la possibilità di vivere nella serenità.
Sono
quindi i valori morali tramandati nell’animus del Carabiniere che lo
differenziano e lo caratterizzano, è l’accettazione del proprio ruolo
come parte integrante della società nella particolare funzione di tutore
della stessa che determina questa particolare forma di organizzazione che
nonostante il passare dei tempi e i necessari aggiornamenti mantiene una
saldezza di principi e di ideali che uniscono il Reale Carabiniere
dell’800 con quello del 2000, diverso forse nell’esteriorità, ma
simile per i sentimenti.
La
saldezza dei principi morali propugnati e la fermezza con cui questi
vengono applicati ha fatto sorgere voci di una sostanziale identità –
nei principi ispiratori - tra il regolamento del 1822 e le regole della
Compagnia di Gesù.
Di
certo è che vi sono delle somiglianze, ma non poteva essere altrimenti
visto che il fondatore della Compagnia, Sant’Ignazio De Layola, era
stato un comandante di soldati e le regole dell’ordine dei Padri Gesuiti
risentono di questa origine. Anzi secondo alcuni esiste una sicura
impronta degli anzidetti Padri Gesuiti che avrebbero partecipato alla
redazione del regolamento del Corpo dei Carabinieri.
Di
certo su questa convinzione diffusa è che non esistono storiche
fondamenta. In ordine di tempo dell’argomento si è interessato il
Generale Nicolò Mirenna, che nonostante le ricerche effettuate non ha
rinvenuto alcun documento che conforti la voce, ma altresì il generale
afferma che “la cronologia della nostra regolamentazione dimostra
inequivocabilmente che il Regolamento del Re Carlo Felice conservò
intatta dal 1822 al 1892 la validità delle sue norme, rispettando le
quali i Carabinieri del piccolo Regno di Sardegna e Piemonte diventarono i
Carabinieri dell’Italia Unita.”
(tratto
da un articolo apparso sulla rivista “le Fiamme d’Argento”, anno
XLIV, Novembre 2000)
Fermezza, Umanità, Giustizia, Stile,
Organizzazione, Fede
Questi termini che ho posto quale
intestazione dell’ultima parte del mio intervento mi accompagnano dal
primo giorno in cui posi piede all’Accademia Militare di Modena, su
questi assunti ci chiamò a meditare l’allora coordinatore dei corsi
Carabinieri, il Col Domenico Rebuzzi, e non a caso li riporto perché sono
i fondamenti di cui si nutre lo spirito di un uomo che si consacra agli
altri, che lascia i propri interessi perché crede fermamente in qualcosa
di più, in una superiore giustizia che non può non identificarsi nella
massima espressione dell’amore, e come ci ha insegnato il Vangelo il
binomio “Amore – Giustizia” è inscindibile, e l’essere disposti
al supremo sacrificio è la massima espressione dell’Amore verso Dio e
verso i propri fratelli.
Quindi
consentitemi di citare il Col. Rebuzzi che fu per noi allievi un padre
spirituale che ci condusse attraverso l’iniziale trapasso dalla vita
civile alla vita militare e al duro compito di Carabiniere, prima che di
ufficiale. Spesso in questi anni ho riletto il suo saluto rivoltoci nel
momento in cui eravamo ormai prossimi a lasciare Modena e a indossare
“stellette” ed “Alamari”, ed in particolare l’ultima parte che
consacra in poche e semplici parole cosa vuol dire essere difensore della
società (intesa come insieme di tutti i suoi membri) e tutore della
giustizia:
“Mai
dovrete dimenticare di essere sacerdoti del Dovere a qualunque costo,
qualsiasi ne sia il prezzo e, qualora il polso dovesse tremare, il cuore
vacillare, non esitate a deporre questa nostra divisa. Siate quindi forti
ed affrontate la vita con serenità ed animo lieto.”
Queste
parole hanno avuto sempre il potere di lenire gli inevitabili tormentati
momenti di dubbio che si presentano nel normale cammino di ognuno di noi,
ma leggendo appunto queste frasi e la certezza di compiere il proprio
dovere nel migliore dei modi e con esso assolvere alla chiamata di
giustizia e di amore che sgorga dal cuore hanno sempre dato rinnovato
impulso a continuare sulla strada intrapresa, con
la consapevolezza di portare agli altri, con umiltà ed in silenzio,
qualcosa di te, qualcosa che non può pagare nulla ma che è certamente
gradito e accettato.
Gli
occhi di una ragazzina rapita che appena liberata dalle squadre del
G.I.S., accompagnata dal collega in tenuta d’intervento, nel vedermi in
divisa si illuminano nella comprensione, solo allora divenuta certezza,
che la sua prigionia era terminata, e quel suo stringermi la mano come a
cercare solidità e sicurezza, calore e conforto hanno scaldato il mio
cuore, e mi hanno ripagato di ogni fatica e di ogni sacrificio.
Ecco
che allora quelle parole che ho richiamato all’inizio hanno un
significato profondo, ognuna di esse, ma più di tutte la Fede, che
cementa le altre in un’unica struttura che rende il nostro animo forte e
lo solidifica sino alla estrema accettazione di porre sull’altare del
servizio la nostra stessa vita pur di adempiere al Dovere che ci siamo
liberamente imposti, che unifica il Carabiniere in servizio a Campione
d’Italia, con quello all’altro estremo a Lampedusa, in un tutto unico,
un’uguaglianza di sentimenti e di valori che valgono allo stesso modo
per ognuno di noi.
UT
UNUM SINT
“la storia della vostra Arma, gloriosa e
silenziosa, la Benemerita e la Fedelissima, è lunga ed onusta di meriti
davanti agli uomini e davanti a Dio. E’ una storia intessuta di atti
eroici, fino alla perdita della vita nel compimento del dovere come
attestano i vostri annali, monumento prezioso che rimane a vostro onore e
ad edificazione della società italiana”
Papa
Giovanni XXIII – Roma, 23 marzo 1959
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