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Non nascondo che, soprattutto tra i più giovani di noi,
quando s'apprese dell'arrivo di Caccia (come Procuratore capo della Repubblica a
Torino n.d.r.), circolò un senso di preoccupazione per come lo si conosceva
agiograficamente e per come di lui e del suo carattere si diceva.
Preoccupazione
assolutamente infondata. Giunse un
uomo energico, inflessibile, con se stesso e con gli altri, duro nello scontro,
dedicato al lavoro prima che ad ogni altra cosa, che pretendeva il massimo
sforzo possibile. Ma giunse appunto
un uomo: che, con quelle caratteristiche che ho appena detto, seppe, al
contempo, e nel volgere di brevi mesi, diventare il punto di riferimento
rispettato ma anche amato, capace di una cordialità e di un affetto
morigeratamente manifestati dei quali una certa ingenerosa e molto diffusa
propaganda non lo faceva capace.
Il contrario
dell'uomo arido e arcigno che si voleva a tutti i costi dipingere per diminuire
i suoi meriti. un uomo, invece, un capo che fu non solo rispettato ma per il
quale presto molti di noi concepirono un affetto che non sempre e non
necessariamente accompagna la stima.
Stendere questo
clima non è arte e merito semplice: è proprio solo dei capi che sono grandi e
meritano un posto nei ricordi anche per questo loro modo d'essere.
Ho voluto
deliberatamente anteporre il ricordo dell'uomo a quello del magistrato,
dell'uomo delle istituzioni, perché su questo secondo profilo il discorso è
molto più svelto e tante volte fatto. Anche
qui molti sono i ricordi che a lui mi legano e che spesso mi ritornano in mente.
Bruno Caccia era
uomo per il quale non esistevano motivi di esitazione, prudenze velate da
ragioni tecniche, differenze tra imputati, indifferenza per le ragioni degli
altri; egli era il motore di un ufficio complesso del quale tutto sapeva e tutto
voleva sapere. Lo si poteva trovare
dalle prime ore del mattino al tardissimo pomeriggio, lo si trovava sempre, la
sua disponibilità totale; la sua presenza di capo era immanente, la si coglieva
pur non incontrandolo o vedendolo; infatti, egli lavorava in maniera
instancabile e controllava tutto quel che di carta in ufficio entrava o usciva;
nessuno può dimenticare i suoi messaggi scritti malamente (talora traspariva il
disappunto o l'ira da quei segni) su pezzi di carta e che accompagnavano i
fascicoli.
Bruno Caccia
avrebbe potuto essere criticato per una sua visione totalizzante del ruolo di
capo dell'ufficio, ma egli era, come ho detto, il motore ed al tempo stesso il
propulsore del motore; di qui la percezione che tutto ruotava intorno ad una
persona di enormi capacità e caratura.
Sotto la sua
direzione la procura della Repubblica di Torino mostrò una dinamicità ed un
indirizzo che forse prima mancava; divenne un gruppo.
E forse mai come allora i magistrati si sentirono veramente più che
sostituti procuratori i sostituti del Procuratore.
L'insegnamento:
Bruno Caccia "non guardava in faccia nessuno"; non vi erano differenze
tra gli imputati o i soggetti comunque interessati al processo.
Egli credeva fermamente nell'utilità della repressione penale e
nell'efficacia terapeutica di essa rispetto alle esigenze di difesa della
collettività. Credeva che il
processo penale dovesse essere uno principali strumenti per il mantenimento dell"ordine
e per la difesa delle vittime. Da
lui per la prima volta sentii parlare forte della necessità di preoccuparsi
delle vittime. Ma in questo suo desiderio di allargare il campo
dell'intervento giudiziario, egli non dimenticò mai una volta le regole.
Era uno strenuo e rigorosissimo custode e vigilante delle regole, anche
quelle formali, poiché diceva sempre che il più duro dei pubblici ministeri
sarebbe stato non solo inattacabile ma anche capito a condizione che si fosse
mosso e si muovesse nell'ambito dei canoni.
E da lui venne un insegnamento che io ed altri non abbiamo mai
dimenticato e che -proprio come lui aveva presagito- ci fecero attraversare e
superare momenti bui e difficili.
Perchè l'ombra si
allungava. L'enorme e massiccia
controffensiva che con Bruno Caccia ed i suoi sostituti più vicini si portò
contro il crimine organizzato, l'evasione, la criminalità in guanti bianchi o
gialli che dir si voglia (con lui si strutturò il lavoro sui reati
fallimentari); la breccia forata anche nella corruzione -già allora dilagante
ma ignota- della pubblica amministrazione; l'intransigente rapporto con
l'esterno catalizzò su Bruno Caccia una serie di rancori e di malsentire,
tradotti nella sensazione che, se egli avesse continuato ad operare, i
"guasti" e le conseguenze per i reprobi sarebbero stati insostenibili.
Sensazioni certo confortate e rese concrete dalla opinione -che veniva
costantemente diffusa- sul quel suo modo d'essere, opinione diffusa anche tra
alcuni magistrati.
Una somma di
spinte ne decretò la morte, vilmente preparata e poi procurata in ambienti mai
sufficientemente sondati (anche per la mancanza di collaborazioni interne); ma
dal sacrificio il suo ufficio usci tutt'altro che indebolito o disarticolato.
Dopo la prima tremenda impressione d'essere rimasti e destinati allo
sbando, la risposta -indirizzata anche a trovare i responsabili- fu fermissima e
dirompente con i successi che furono conseguiti sia sul terreno dell'eversione,
che su quello della criminalità organizzata e della corruzione pubblica.
Tutto l'opposto delle speranze covate dai sicari e dai loro molteplici
mandanti.
Il messaggio e
l'insegnamento e di Bruno Caccia ha una sua perennità ed attualità costante.
Il senso dell'istituzione, della imparzialità, della eguale spinta verso
e contro chiunque contrastasse la legge (sotto qualunque bandiera, qualunque
giustificazione, da qualunque estrazione proveniente), il forte rispetto delle
regole, del ruolo della magistratura, di un lavoro duro e silenzioso: son tratti
che mai si potranno dimenticare e che oggi più che mai -nell'infittirsi di
attacchi e di tentativi di delegittimazione e di limitazione dell'autonomia e
dell'indipendenza della magistratura- dovrebbero rappresentare il bagaglio di
ciascun magistrato che voglia essere veramente un esempio per i colleghi e per
la collettività che lo valuta.
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