BRUNO CACCIA

La commemorazione di  

Francesco Enrico SALUZZO

Non nascondo che, soprattutto tra i più giovani di noi, quando s'apprese dell'arrivo di Caccia (come Procuratore capo della Repubblica a Torino n.d.r.), circolò un senso di preoccupazione per come lo si conosceva agiograficamente e per come di lui e del suo carattere si diceva.

Preoccupazione assolutamente infondata.  Giunse un uomo energico, inflessibile, con se stesso e con gli altri, duro nello scontro, dedicato al lavoro prima che ad ogni altra cosa, che pretendeva il massimo sforzo possibile.  Ma giunse appunto un uomo: che, con quelle caratteristiche che ho appena detto, seppe, al contempo, e nel volgere di brevi mesi, diventare il punto di riferimento rispettato ma anche amato, capace di una cordialità e di un affetto morigeratamente manifestati dei quali una certa ingenerosa e molto diffusa propaganda non lo faceva capace.

Il contrario dell'uomo arido e arcigno che si voleva a tutti i costi dipingere per diminuire i suoi meriti. un uomo, invece, un capo che fu non solo rispettato ma per il quale presto molti di noi concepirono un affetto che non sempre e non necessariamente accompagna la stima.

Stendere questo clima non è arte e merito semplice: è proprio solo dei capi che sono grandi e meritano un posto nei ricordi anche per questo loro modo d'essere.

Ho voluto deliberatamente anteporre il ricordo dell'uomo a quello del magistrato, dell'uomo delle istituzioni, perché su questo secondo profilo il discorso è molto più svelto e tante volte fatto.  Anche qui molti sono i ricordi che a lui mi legano e che spesso mi ritornano in mente.

Bruno Caccia era uomo per il quale non esistevano motivi di esitazione, prudenze velate da ragioni tecniche, differenze tra imputati, indifferenza per le ragioni degli altri; egli era il motore di un ufficio complesso del quale tutto sapeva e tutto voleva sapere.  Lo si poteva trovare dalle prime ore del mattino al tardissimo pomeriggio, lo si trovava sempre, la sua disponibilità totale; la sua presenza di capo era immanente, la si coglieva pur non incontrandolo o vedendolo; infatti, egli lavorava in maniera instancabile e controllava tutto quel che di carta in ufficio entrava o usciva; nessuno può dimenticare i suoi messaggi scritti malamente (talora traspariva il disappunto o l'ira da quei segni) su pezzi di carta e che accompagnavano i fascicoli.

Bruno Caccia avrebbe potuto essere criticato per una sua visione totalizzante del ruolo di capo dell'ufficio, ma egli era, come ho detto, il motore ed al tempo stesso il propulsore del motore; di qui la percezione che tutto ruotava intorno ad una persona di enormi capacità e caratura.

Sotto la sua direzione la procura della Repubblica di Torino mostrò una dinamicità ed un indirizzo che forse prima mancava; divenne un gruppo.  E forse mai come allora i magistrati si sentirono veramente più che sostituti procuratori i sostituti del Procuratore.

L'insegnamento: Bruno Caccia "non guardava in faccia nessuno"; non vi erano differenze tra gli imputati o i soggetti comunque interessati al processo.  Egli credeva fermamente nell'utilità della repressione penale e nell'efficacia terapeutica di essa rispetto alle esigenze di difesa della collettività.  Credeva che il processo penale dovesse essere uno principali strumenti per il mantenimento dell"ordine e per la difesa delle vittime.  Da lui per la prima volta sentii parlare forte della necessità di preoccuparsi delle vittime.  Ma in questo suo desiderio di allargare il campo dell'intervento giudiziario, egli non dimenticò mai una volta le regole.  Era uno strenuo e rigorosissimo custode e vigilante delle regole, anche quelle formali, poiché diceva sempre che il più duro dei pubblici ministeri sarebbe stato non solo inattacabile ma anche capito a condizione che si fosse mosso e si muovesse nell'ambito dei canoni.  E da lui venne un insegnamento che io ed altri non abbiamo mai dimenticato e che -proprio come lui aveva presagito- ci fecero attraversare e superare momenti bui e difficili.

Perchè l'ombra si allungava.  L'enorme e massiccia controffensiva che con Bruno Caccia ed i suoi sostituti più vicini si portò contro il crimine organizzato, l'evasione, la criminalità in guanti bianchi o gialli che dir si voglia (con lui si strutturò il lavoro sui reati fallimentari); la breccia forata anche nella corruzione -già allora dilagante ma ignota- della pubblica amministrazione; l'intransigente rapporto con l'esterno catalizzò su Bruno Caccia una serie di rancori e di malsentire, tradotti nella sensazione che, se egli avesse continuato ad operare, i "guasti" e le conseguenze per i reprobi sarebbero stati insostenibili.  Sensazioni certo confortate e rese concrete dalla opinione -che veniva costantemente diffusa- sul quel suo modo d'essere, opinione diffusa anche tra alcuni magistrati.

Una somma di spinte ne decretò la morte, vilmente preparata e poi procurata in ambienti mai sufficientemente sondati (anche per la mancanza di collaborazioni interne); ma dal sacrificio il suo ufficio usci tutt'altro che indebolito o disarticolato.  Dopo la prima tremenda impressione d'essere rimasti e destinati allo sbando, la risposta -indirizzata anche a trovare i responsabili- fu fermissima e dirompente con i successi che furono conseguiti sia sul terreno dell'eversione, che su quello della criminalità organizzata e della corruzione pubblica.  Tutto l'opposto delle speranze covate dai sicari e dai loro molteplici mandanti.

Il messaggio e l'insegnamento e di Bruno Caccia ha una sua perennità ed attualità costante.  Il senso dell'istituzione, della imparzialità, della eguale spinta verso e contro chiunque contrastasse la legge (sotto qualunque bandiera, qualunque giustificazione, da qualunque estrazione proveniente), il forte rispetto delle regole, del ruolo della magistratura, di un lavoro duro e silenzioso: son tratti che mai si potranno dimenticare e che oggi più che mai -nell'infittirsi di attacchi e di tentativi di delegittimazione e di limitazione dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura- dovrebbero rappresentare il bagaglio di ciascun magistrato che voglia essere veramente un esempio per i colleghi e per la collettività che lo valuta.

 

 

   

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