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Il
26 giugno 1983, moriva assassinato il procuratore della Repubblica di
Torino, Bruno Caccia. Sono passati dieci anni ma a chi, come al sottoscritto, ha
avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorare con lui, sembra ieri.
Perché Bruno Caccia ha lasciato «eredità di affetti»:
non solo nei familiari e negli amici, ma anche in chi, nelle aule e negli
uffici giudiziari, lo ha avuto al fianco o lo ha fronteggiato, criticato o
contrastato. Perché era libero, indipendente, imparziale; in una parola, «giusto».
La sua parola era,
evangelicamente, «sì» o «no». il «ni» non entrava
nel suo vocabolario. Ad un ministro (in carica) che, in un incontro o, come più
pomposamente. oggi si dice, in un “summit» affollato di cerimonieri ed
ossequiosi, cercava di spiegare come e perché certi provvedimenti non potevano
essere adottati replicò, tra l'imbarazzato sconcerto dei presenti, che certo da
un “ministro debole di un governo debole» non si poteva chiedere di più.
Quel
che aveva da dire, lo ha sempre detto in
vita, faccia a faccia: non ha avuto bisogno
di lasciare diari.
Non
conosceva né viltà né paura.
I suoi unici «padroni»
erano la legge e la verità: il resto non esisteva. Pubblico ministero da sempre, aveva del suo ruolo la più
semplice delle concezioni: per lui il pubblico ministero era colui,che
imparzialmente promuoveva la re pressione dei reati e ristabiliva l’ ordine
violato: nei casi più gravi e nei casi meno gravi. Una a società civile non è
tale se ci sono settori, apparati, istituzioni che non funzionano o funzionano
male; ed il progresso è ordinata convivenza,in cui ciascuno deve avere il suo
posto e il suo ruolo. Ma quel posto
deve essere occupato per davvero e
quel ruolo deve essere esercitato sul serio.
Posti e ruoli non sono attribuiti per soddisfare ambizioni personali ma
perché servano alla società. Questa,
e non altra, era la «filosofia», applicata, di Bruno Caccia.
Applicazione, la
sua, dura, difficile, spesso ingrata, talora impopolare: ma sempre «giusta».
Per lui, non
esistevano suggestioni di folle in tumulto, comode arrendevolezza, mode
imperanti, precetti o pretese di intellighenzie culturali o di potentati
politici, economici o sociali. Per
lui il magistrato «lottava»: non contro le persone, ma contro il delitto, la
disonestà, la sopraffazione, la prepotenza, l'inganno.
All'epoca in cui imperava il motto dei vili e degli imbelli («né con lo
Stato né contro lo Stato»), in cui le forze di polizia non osavano
ristabilire, accanto al diritto di sciopero, il diritto di lavoro in cui molti
magistrati si abbandonavano ad un indulgenzialismo pietistico, in cu l'oppio di una
presunta «responsabilità sociale» stava annullando ogni sentimento di
responsabilità individuale, Bruno Caccia osò. riaffermare che, in democrazia,
la civiltà è, prima di tutto, ordine.
Non l'ordine dei
capo, ma l'ordine della legge. Della
legge eguale per tutti. Lotta,
dunque: ma lotta «giusta», lotta in cui il magistrato, fosse esso giudice o «parte»
(pubblica), doveva restare «imparziale»: «Da pubblico.ministero - diceva -
non ho mai chiesto una condanna di cui non fossi convinto e non ho mai chiesto
una pena che non avrei dato da giudice».
Credeva nella «pena»
come mezzo di educazione sociale: nella pena giusta, ma effettivamente sofferta.
Una pena destinata a restare sulla carta
non solo non serve ma è dannosa: è beffa ed irrisione.
Una pena giusta come effetto di una condanna giusta al termine di un
processo giusto: questa è «la presenza dello Stato».
Il
giusto rigore dell'uomo «giusto» è assai più temibile, per i delinquenti,
del cieco furore del nemico personale. Per
questo lo hanno assassinato.
Ma per questo, a distanza di dieci
anni, Bruno Caccia vive nel cuore dei magistrati che «lottano» e dei cittadini
che hanno sete di giustizia.
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