BRUNO CACCIA

 

Un articolo di

Marcello Maddalena 

Da La Stampa del 27 giugno 1993  

 

Il  26 giugno 1983, moriva assassinato il procuratore della Repubblica di Torino, Bruno Caccia.  Sono passati dieci anni ma a chi, come al sottoscritto, ha avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorare con lui, sembra ieri.  Perché Bruno Caccia ha lasciato «eredità di affetti»:  non solo nei familiari e negli amici, ma anche in chi, nelle aule e negli uffici giudiziari, lo ha avuto al fianco o lo ha fronteggiato, criticato o contrastato. Perché era libero, indipendente, imparziale; in una parola, «giusto».

La sua parola era, evangelicamente, «sì» o «no». il «ni» non entrava nel suo vocabolario. Ad un ministro (in carica) che, in un incontro o, come più pomposamente. oggi si dice, in un “summit» affollato di cerimonieri ed ossequiosi, cercava di spiegare come e perché certi provvedimenti non potevano essere adottati replicò, tra l'imbarazzato sconcerto dei presenti, che certo da un “ministro debole di un governo debole» non si poteva chiedere di più.

Quel che aveva da dire, lo ha sempre detto in vita, faccia a faccia: non ha avuto bisogno di lasciare diari.

Non  conosceva né viltà né paura. 

I suoi unici «padroni» erano la legge e la verità: il resto non esisteva.  Pubblico ministero da sempre, aveva del suo ruolo la più semplice delle concezioni: per lui il pubblico ministero era colui,che imparzialmente promuoveva la re pressione dei reati e ristabiliva l’ ordine violato: nei casi più gravi e nei casi meno gravi. Una a società civile non è tale se ci sono settori, apparati, istituzioni che non funzionano o funzionano male; ed il progresso è ordinata convivenza,in cui ciascuno deve avere il suo posto e il suo ruolo.  Ma quel posto deve  essere occupato per davvero e quel ruolo deve essere esercitato sul serio.  Posti e ruoli non sono attribuiti per soddisfare ambizioni personali ma perché servano alla società.  Questa, e non altra, era la «filosofia», applicata, di Bruno Caccia.

Applicazione, la sua, dura, difficile, spesso ingrata, talora impopolare: ma sempre «giusta». 

Per lui, non esistevano suggestioni di folle in tumulto, comode arrendevolezza, mode imperanti, precetti o pretese di intellighenzie culturali o di potentati politici, economici o sociali.  Per lui il magistrato «lottava»: non contro le persone, ma contro il delitto, la disonestà, la sopraffazione, la prepotenza, l'inganno.  All'epoca in cui imperava il motto dei vili e degli imbelli («né con lo Stato né contro lo Stato»), in cui le forze di polizia non osavano ristabilire, accanto al diritto di sciopero, il diritto di lavoro in cui molti magistrati si abbandonavano ad un indulgenzialismo pietistico, in cu l'oppio di  una presunta «responsabilità sociale» stava annullando ogni sentimento di responsabilità individuale, Bruno Caccia osò. riaffermare che, in democrazia, la civiltà è, prima di tutto, ordine.

Non l'ordine dei capo, ma l'ordine della legge.  Della legge eguale per tutti.  Lotta, dunque: ma lotta «giusta», lotta in cui il magistrato, fosse esso giudice o «parte» (pubblica), doveva restare «imparziale»: «Da pubblico.ministero - diceva - non ho mai chiesto una condanna di cui non fossi convinto e non ho mai chiesto una pena che non avrei dato da giudice».

Credeva nella «pena» come mezzo di educazione sociale: nella pena giusta, ma effettivamente sofferta.  Una pena destinata a restare sulla carta  non solo non serve ma è dannosa: è beffa ed irrisione.  Una pena giusta come effetto di una condanna giusta al termine di un processo giusto: questa è «la presenza dello Stato».

Il giusto rigore dell'uomo «giusto» è assai più temibile, per i delinquenti, del cieco furore del nemico personale.  Per questo lo hanno assassinato.

Ma per questo, a distanza di dieci anni, Bruno Caccia vive nel cuore dei magistrati che «lottano» e dei cittadini che hanno sete di giustizia. 

 

 

 

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