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Fra i molti
scritti che coloro che lo hanno avuto la fortuna di conoscerlo hanno
dedicato a Bruno Caccia, scegliamo una commemorazione ad opera di Francesco
Saluzzo, un articolo apparso su "La Stampa" di Marcello
Maddalena, e in gran parte ripreso nella commemorazione del
26 giugno 2001.
Bruno
Caccia era sicuramente un magistrato tradizionalista, tanto da dimettersi dalla
Associazione Nazionale Magistrati quando essa proclamò uno sciopero di cui pur
condivideva obbiettivi e metodi. E dal suo tradizionalismo trasse la
determinazione e la forza per adempiere al suo dovere con una imparzialità
totale, senza riguardi per nessuno. Tanto da indurre il Ministro della Giustizia
a disporre una ispezione sulla Procura di Torino quando ebbe l'ardire di
incriminare il figlio di un ministro.
I giudici
della Corte d'Assise d'Appello di Milano hanno scritto nella sentenza di
condanna dei mandanti del suo omicidio: «Egli poté apparire ai suoi assassini
eccessivamente intransigente soltanto a causa della benevola disposizione che il
clan dei calabresi riconosceva a torto o a ragione in altri giudici. Perché
questo clan aveva ottenuto in quegli anni la confidenza, la disponibilità o
addirittura l'amicizia di alcuni magistrati».
E'
la prova vivente di come la carità e la bontà personale ben si
congiungano con la severità nell'adempimento dei doveri pubblici.
Pochi
mesi prima della morte rifiutò la carica di Procuratore Generale di Torino (che
avrebbe gradito; perchè come disse con un sorriso: diventando vecchio sono
diventato ambizioso) per non dispiacere ad un altro aspirante, per restare
vicino ai suoi sostituti.
Due ricordi di Bruno Caccia
di Francesco
Saluzzo e Marcello Maddalena
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