BRUNO CACCIA

26 giugno 1983- 26 giugno 2001

di Marcello Maddalena

E’ con grande commozione che prendo la parola, in questo Palazzo di giustizia che porta il Suo nome, per commemorare Bruno Caccia nel 18° anniversario della sua tragica fine. Il dedicare questo Palazzo di giustizia a Bruno Caccia non rende soltanto giusto e doveroso omaggio alla Sua memoria, ma riveste un profondo significato per tutti coloro che sono chiamati ad operare nel mondo delle istituzioni e, in particolare, della giustizia. Perché Bruno Caccia è stato e continua ad essere un simbolo. E come tale  vive  e continuerà a vivere in questo Palazzo, nella mente e nell’animo di tutti coloro che hanno la giustizia nel cuore.

Perché Bruno Caccia è stato, fino in fondo, uomo dello Stato, uomo delle istituzioni, uomo di giustizia. Mi perdoneranno i familiari e i colleghi di un tempo se, in questa occasione, tralascerò gli accenni all’ “uomo privato”, al marito, al padre, al collega, al compagno delle ore libere: tutti aspetti che meriterebbero un’altra  commemorazione. Ma oggi è dell’“uomo pubblico” Caccia che si deve parlare. Perché è a Lui, magistrato e uomo delle istituzioni, che questo Palazzo è dedicato; e perché è stato il suo modo di essere magistrato e uomo delle istituzioni che hanno reso la sua figura un simbolo di come deve essere un uomo di giustizia. Che non vuol dire essere “freddi”, “disumani” e “ottusi” così come “fredde” “disumane” e “ottuse” vengono spesso rappresentate  le istituzioni (anche perché talora sono così). Ma che significa essere sì ricchi di intelligenza, di calore e di comprensione umani ma nel rispetto del proprio ruolo e nell’osservanza dei propri doveri. E di calore, di intelligenza  e di rispetto umani era permeato il famoso senso dello Stato di Bruno Caccia che traeva origine in lui da un sentimento e da una convinzione più profondi: che la vita degli esseri umani è, per sua essenza, vita sociale; che l’uomo vive e convive con altri uomini; che solo la convivenza pacifica è convivenza civile; e che solo nella civile e pacifica convivenza possono trovar sviluppo altri valori quali libertà, solidarietà, eguaglianza, fratellanza, giustizia. E però la pacifica convivenza necessita di regole; di regole che debbono essere osservate. E come funzione del diritto (e quindi compito del legislatore) è quello di stabilire le regole della pacifica convivenza, così compito del magistrato è di farle osservare. E  ogni cedimento, ogni debolezza, ogni (falso) pietismo implicano la rottura del patto sociale, delle regole di pacifica convivenza; ed aprono la strada alla sopraffazione. Del più forte sul più debole, del criminale sulla vittima. E quindi il “rigore”, il  famoso rigore, la famosa severità, la talora asserita “durezza” di Bruno Caccia, nel pretendere l’applicazione delle regole, altro non era se non il semplice ed umile richiamo, nei limiti delle funzioni che nell’arco del tempo la società gli ha affidato, al rispetto delle regole che consentono la pacifica convivenza dei cittadini e impediscono o almeno cercano di impedire la sopraffazione del più forte sul più debole e cercano di riparare ai torti subiti dalle vittime.

Uomo non di potere,  a cui  - per indole personale -  sarebbe stato refrattario, non se ne sottrasse quando gli toccò di esercitarlo, anche per la affettuosa insistenza di chi  giustamente vedeva in Lui l’uomo giusto per la guida della Procura della Repubblica di Torino. E il potere lo esercitò con naturalezza, con  semplicità e con  la serenità e  tranquillità di coscienza di chi non lo considera né un riconoscimento né un traguardo personale ma una responsabilità in funzione di un servizio; e che per questo ritiene che il non esercitarlo o l’esercitarlo timidamente rappresenti non un segno di “democrazia” ma di debolezza e cedimento morale ed ideale. E il potere (potere-dovere) lo esercitò con assoluta imparzialità, nei confronti dei ricchi e dei potenti e dei meno ricchi e dei meno potenti; non per capriccio, arbitrio od affermazione di propri personali convincimenti o teorie, ma per doverosa riaffermazione e testimonianza che la legge è “eguale per tutti” e da tutti va rispettata.

Così come va rispettata la verità. La verità dei fatti. Senza acrimonia, senza astio, con il distacco che si conviene ad un magistrato. Ma va rispettata. E riaffermata. In questo spirito, ai tempi in cui le Brigate rosse venivano fatte passare per “nere” ed alcuni magistrati che troppo indagavano sul traliccio di Segrate venivano invitati a fare “autocritica” da altri colleghi,  così serenamente scriveva Bruno Caccia nella requisitoria al termine della istruzione formale contro il nucleo storico delle Brigate rosse: “Dell’esistenza di tale associazione (che taluni, non si sa se in buona fede, si sono ostinati a chiamare “fantomatiche” o “sedicenti”) parlano di per sé i fatti….come sempre la storia si ripete, ma mai in modo identico, le ideologie e le prassi si mescolano e si confondono; onde non può destare meraviglia che molte azioni delle Br abbiano un contenuto prettamente squadristico del più classico stampo  del fascismo dei primi anni, mentre l’estrazione degli associati è tutta di estrema sinistra e le loro pubblicazioni hanno tutte una ispirazione nettamente marxista o, come essi la qualificano, comunista”. Oggi affermazioni del genere paiono del tutto scontate e persino banali; a quell’epoca  per dirle e soprattutto per scriverle ci voleva del coraggio. Ed i testimoni del tempo lo sanno.

Analogamente, pochi mesi dopo il suo insediamento quale Procuratore della repubblica di Torino, avviò – dopo anni di silenzio e con equilibrio e prudenza – dapprima delle indagini e poi un procedimento per reprimere i fatti di reato, le violenze ed i pestaggi, che puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero, per impedire, in omaggio a tale diritto di alcuni,  il diritto di lavoro. Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza.  Ma segno che, unitamente a pochi altri, bastò a rincuorare qualcuno; e far sì che quarantamila ritrovassero, di lì a qualche mese,  il coraggio di manifestare le proprie idee. Marciando. Sia pure  in silenzio. Ma fu l’inizio di una svolta. Di una svolta di legalità.

Poco più di tre anni restò Bruno Caccia alla guida della Procura della Repubblica. Mani assassine ne stroncarono la vita il 26 giugno 1983 perché  - si legge nella sentenza di condanna di uno degli imputati – “era uno di quei magistrati che non veniva a patti con la criminalità…era accanito contro la delinquenza organizzata…”. In questo breve arco di tempo, vi furono i processi contro il terrorismo, contro i sequestratori di persona a scopo di estorsione, contro i clan dei catanesi e di “Cosa nostra”, contro i responsabili dello scandalo delle scarcerazioni facili per motivi di salute o dello scandalo dei petroli e vi fu, infine, l’avvio del famoso “processo Zampini”, primizia dei processi  di Tangentopoli di dieci anni dopo.

Uomo dello Stato aveva dello Stato e delle istituzioni una concezione ad un tempo sacrale e personale.

Concezione sacrale perché tutto quello che atteneva al buon funzionamento, alla efficienza, alla buona amministrazione, al rispetto della “cosa pubblica” era per lui sacro.  Sacro al punto che, quando l’A.N.M. proclamò uno sciopero dei magistrati, per motivi sacrosanti e da lui pienamente condivisi, non esitò tuttavia a dare le dimissioni dalla associazione. Perché per lui non era concepibile che un potere dello Stato, una funzione pubblica potessero scioperare. Nello stesso spirito, ad un dirigente di un importante ufficio di polizia giudiziaria che si era lamentato perché quell’ufficio non era stato coinvolto in un certo atto istruttorio (disotterramento del cadavere di un sequestrato),  così rispondeva, al termine di una lunga lettera: “per finire e per rendere in tutto chiaro il mio pensiero, non intendo affatto escludere che singoli funzionari di polizia giudiziaria, ed in particolare i capi di importanti uffici di polizia giudiziaria, possano esprimermi direttamente lagnanze concernenti la conduzione delle indagini di polizia giudiziaria o perfino istruttorie; ma ad  una condizione: che le osservazioni siano dirette ad un migliore impiego delle forze disponibili e a un più approfondito accertamento dei fatti. Ritengo invece inaccettabili lagnanze che attengano a questioni di prestigio personale o di corpo; giacchè questo ufficio, nelle sue determinazioni e nelle sue scelte, si muove esclusivamente nell’interesse superiore del miglior possibile esito dell’attività inquirente”.

Concezione  personale perché era convinto che lo Stato siamo noi, ciascuno di noi, individualmente preso, individualmente considerato. Con la conseguenza che prima di ergersi a censore delle manchevolezze e delle colpe altrui e farsi rivendicatore di diritti e di pretese, ciascuno dovrebbe farsi l’esame di coscienza, riflettere su se stesso e domandarsi se ha fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per far andar meglio le cose e, se uomo pubblico, dalla sua opera lo Stato ha tratto guadagno o nocumento in termini di credibilità e affidabilità. Senso dello Stato, quindi; che è però anche senso della responsabilità individuale. Per sé, prima di tutto; ma anche per gli altri, convinto come era che, dietro lo scudo protettivo della “responsabilità collettiva o sociale”, si nascondano il disimpegno, l’ignavia, la pavidità. Non per nulla per lui non esistevano suggestioni di folle in tumulto, comode arrendevolezze, mode imperanti, precetti o slogans o pretese di intellighenzie culturali, sociali, economiche. Non per nulla, quando un sostituto ritornava da una impegnativa udienza o da una stressante requisitoria, non gli chiedeva se avesse ricevuto congratulazioni o complimenti, ma gli domandava semplicemente: “Ti sei piaciuto?”, convinto come era che il miglior giudice di noi siamo noi stessi, ad onta di ogni lusinga, di ogni adulazione, di ogni piaggeria, verso cui dimostrava sempre una sana e robusta diffidenza.

Schietto e sincero fino ai limiti della convenienza, non praticava “corridoi” e non aveva né avversari né scopi né pensieri occulti: quel che pensava e aveva da dire lo diceva apertamente, senza arroganza e senza iattanza, ma senza infingimenti, chiaramente e fino in fondo. Con i colleghi, con gli avvocati, con il personale, con i cittadini. Non ha avuto bisogno di lasciare diari. Non ha lasciato dietro di sé né veleni né rancori.

Ha lasciato solo a coloro che gli sono succeduti, gli succedono e gli succederanno il peso e la responsabilità della sua eredità: che fa tremare le vene e i polsi.

Unitamente all’avv. Fulvio Croce (altro martire della giustizia per le istituzioni e la riaffermazione del  principio di legalità che doverosamente onoriamo in questo Palazzo nell’aula a lui dedicata) e alla collega Gabriella Lo Moro (anche lei creatura dolcissima, che ricordiamo come grande e indimenticabile collega, commovente vittima del senso del dovere e dello spirito di servizio  fino al limite estremo delle capacità e delle sofferenze umane, cui abbiamo altrettanto doverosamente intitolato la biblioteca del nuovo Palazzo), Lo invocheremo, Li invocheremo perché, con il loro  ricordo e il loro esempio, ci illuminino  e continuino ad illuminarci.

 

Torino 26 giugno 2001

                                                  Marcello Maddalena