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E’
con grande commozione che prendo la parola, in questo Palazzo di
giustizia che porta il Suo nome, per commemorare Bruno Caccia nel 18°
anniversario della sua tragica fine. Il dedicare questo Palazzo di
giustizia a Bruno Caccia non rende soltanto giusto e doveroso omaggio
alla Sua memoria, ma riveste un profondo significato per tutti coloro
che sono chiamati ad operare nel mondo delle istituzioni e, in
particolare, della giustizia. Perché Bruno Caccia è stato e continua
ad essere un simbolo. E come tale vive
e continuerà a vivere in questo Palazzo, nella mente e
nell’animo di tutti coloro che hanno la giustizia nel cuore.
Perché
Bruno Caccia è stato, fino in fondo, uomo dello Stato, uomo delle
istituzioni, uomo di giustizia. Mi perdoneranno i familiari e i colleghi
di un tempo se, in questa occasione, tralascerò gli accenni all’
“uomo privato”, al marito, al padre, al collega, al compagno delle
ore libere: tutti aspetti che meriterebbero un’altra
commemorazione. Ma oggi è dell’“uomo pubblico” Caccia che
si deve parlare. Perché è a Lui, magistrato e uomo delle istituzioni,
che questo Palazzo è dedicato; e perché è stato il suo modo di essere
magistrato e uomo delle istituzioni che hanno reso la sua figura un
simbolo di come deve essere un uomo di giustizia. Che non vuol dire
essere “freddi”, “disumani” e “ottusi” così come
“fredde” “disumane” e “ottuse” vengono spesso rappresentate
le istituzioni (anche perché talora sono così). Ma che
significa essere sì ricchi di intelligenza, di calore e di comprensione
umani ma nel rispetto del proprio ruolo e nell’osservanza dei propri
doveri. E di calore, di intelligenza
e di rispetto umani era permeato il famoso senso dello Stato di
Bruno Caccia che traeva origine in lui da un sentimento e da una
convinzione più profondi: che la vita degli esseri umani è, per sua
essenza, vita sociale; che l’uomo vive e convive con altri uomini; che
solo la convivenza pacifica è convivenza civile; e che solo nella
civile e pacifica convivenza possono trovar sviluppo altri valori quali
libertà, solidarietà, eguaglianza, fratellanza, giustizia. E però la
pacifica convivenza necessita di regole; di regole che debbono essere
osservate. E come funzione del diritto (e quindi compito del
legislatore) è quello di stabilire le regole della pacifica convivenza,
così compito del magistrato è di farle osservare. E
ogni cedimento, ogni debolezza, ogni (falso) pietismo implicano
la rottura del patto sociale, delle regole di pacifica convivenza; ed
aprono la strada alla sopraffazione. Del più forte sul più debole, del
criminale sulla vittima. E quindi il “rigore”, il
famoso rigore, la famosa severità, la talora asserita
“durezza” di Bruno Caccia, nel pretendere l’applicazione delle
regole, altro non era se non il semplice ed umile richiamo, nei limiti
delle funzioni che nell’arco del tempo la società gli ha affidato, al
rispetto delle regole che consentono la pacifica convivenza dei
cittadini e impediscono o almeno cercano di impedire la sopraffazione
del più forte sul più debole e cercano di riparare ai torti subiti
dalle vittime.
Uomo
non di potere, a cui
- per indole personale - sarebbe
stato refrattario, non se ne sottrasse quando gli toccò di esercitarlo,
anche per la affettuosa insistenza di chi
giustamente vedeva in Lui l’uomo giusto per la guida della
Procura della Repubblica di Torino. E il potere lo esercitò con
naturalezza, con semplicità
e con la serenità e tranquillità
di coscienza di chi non lo considera né un riconoscimento né un
traguardo personale ma una responsabilità in funzione di un servizio; e
che per questo ritiene che il non esercitarlo o l’esercitarlo
timidamente rappresenti non un segno di “democrazia” ma di debolezza
e cedimento morale ed ideale. E il potere (potere-dovere) lo esercitò
con assoluta imparzialità, nei confronti dei ricchi e dei potenti e dei
meno ricchi e dei meno potenti; non per capriccio, arbitrio od
affermazione di propri personali convincimenti o teorie, ma per doverosa
riaffermazione e testimonianza che la legge è “eguale per tutti” e
da tutti va rispettata.
Così
come va rispettata la verità. La verità dei fatti. Senza acrimonia,
senza astio, con il distacco che si conviene ad un magistrato. Ma va
rispettata. E riaffermata. In questo spirito, ai tempi in cui le Brigate
rosse venivano fatte passare per “nere” ed alcuni magistrati che
troppo indagavano sul traliccio di Segrate venivano invitati a fare
“autocritica” da altri colleghi, così serenamente scriveva Bruno Caccia nella requisitoria al
termine della istruzione formale contro il nucleo storico delle Brigate
rosse: “Dell’esistenza di tale associazione (che taluni, non si sa
se in buona fede, si sono ostinati a chiamare “fantomatiche” o
“sedicenti”) parlano di per sé i fatti….come sempre la storia si
ripete, ma mai in modo identico, le ideologie e le prassi si mescolano e
si confondono; onde non può destare meraviglia che molte azioni delle
Br abbiano un contenuto prettamente squadristico del più classico
stampo del fascismo dei
primi anni, mentre l’estrazione degli associati è tutta di estrema
sinistra e le loro pubblicazioni hanno tutte una ispirazione nettamente
marxista o, come essi la qualificano, comunista”. Oggi affermazioni
del genere paiono del tutto scontate e persino banali; a quell’epoca
per dirle e soprattutto per scriverle ci voleva del coraggio. Ed
i testimoni del tempo lo sanno.
Analogamente,
pochi mesi dopo il suo insediamento quale Procuratore della repubblica
di Torino, avviò – dopo anni di silenzio e con equilibrio e prudenza
– dapprima delle indagini e poi un procedimento per reprimere i fatti
di reato, le violenze ed i pestaggi, che puntualmente si verificavano in
occasione di ogni sciopero, per impedire, in omaggio a tale diritto di
alcuni, il diritto di
lavoro. Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo
anni di non indolore assenza. Ma
segno che, unitamente a pochi altri, bastò a rincuorare qualcuno; e far
sì che quarantamila ritrovassero, di lì a qualche mese, il coraggio di manifestare le proprie idee. Marciando. Sia
pure in silenzio. Ma fu
l’inizio di una svolta. Di una svolta di legalità.
Poco
più di tre anni restò Bruno Caccia alla guida della Procura della
Repubblica. Mani assassine ne stroncarono la vita il 26 giugno 1983
perché - si legge nella
sentenza di condanna di uno degli imputati – “era uno di quei
magistrati che non veniva a patti con la criminalità…era accanito
contro la delinquenza organizzata…”. In questo breve arco di tempo,
vi furono i processi contro il terrorismo, contro i sequestratori di
persona a scopo di estorsione, contro i clan dei catanesi e di “Cosa
nostra”, contro i responsabili dello scandalo delle scarcerazioni
facili per motivi di salute o dello scandalo dei petroli e vi fu,
infine, l’avvio del famoso “processo Zampini”, primizia dei
processi di Tangentopoli di
dieci anni dopo.
Uomo
dello Stato aveva dello Stato e delle istituzioni una concezione ad un
tempo sacrale e personale.
Concezione
sacrale perché tutto quello che atteneva al buon funzionamento, alla
efficienza, alla buona amministrazione, al rispetto della “cosa
pubblica” era per lui sacro. Sacro
al punto che, quando l’A.N.M. proclamò uno sciopero dei magistrati,
per motivi sacrosanti e da lui pienamente condivisi, non esitò tuttavia
a dare le dimissioni dalla associazione. Perché per lui non era
concepibile che un potere dello Stato, una funzione pubblica potessero
scioperare. Nello stesso spirito, ad un dirigente di un importante
ufficio di polizia giudiziaria che si era lamentato perché
quell’ufficio non era stato coinvolto in un certo atto istruttorio (disotterramento
del cadavere di un sequestrato), così
rispondeva, al termine di una lunga lettera: “per finire e per rendere
in tutto chiaro il mio pensiero, non intendo affatto escludere che
singoli funzionari di polizia giudiziaria, ed in particolare i capi di
importanti uffici di polizia giudiziaria, possano esprimermi
direttamente lagnanze concernenti la conduzione delle indagini di
polizia giudiziaria o perfino istruttorie; ma ad una condizione: che le osservazioni siano dirette ad un
migliore impiego delle forze disponibili e a un più approfondito
accertamento dei fatti. Ritengo invece inaccettabili lagnanze che
attengano a questioni di prestigio personale o di corpo; giacchè questo
ufficio, nelle sue determinazioni e nelle sue scelte, si muove
esclusivamente nell’interesse superiore del miglior possibile esito
dell’attività inquirente”.
Concezione
personale perché era convinto che lo Stato siamo noi, ciascuno
di noi, individualmente preso, individualmente considerato. Con la
conseguenza che prima di ergersi a censore delle manchevolezze e delle
colpe altrui e farsi rivendicatore di diritti e di pretese, ciascuno
dovrebbe farsi l’esame di coscienza, riflettere su se stesso e
domandarsi se ha fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per far
andar meglio le cose e, se uomo pubblico, dalla sua opera lo Stato ha
tratto guadagno o nocumento in termini di credibilità e affidabilità.
Senso dello Stato, quindi; che è però anche senso della responsabilità
individuale. Per sé, prima di tutto; ma anche per gli altri, convinto
come era che, dietro lo scudo protettivo della “responsabilità
collettiva o sociale”, si nascondano il disimpegno, l’ignavia, la
pavidità. Non per nulla per lui non esistevano suggestioni di folle in
tumulto, comode arrendevolezze, mode imperanti, precetti o slogans o
pretese di intellighenzie culturali, sociali, economiche. Non per nulla,
quando un sostituto ritornava da una impegnativa udienza o da una
stressante requisitoria, non gli chiedeva se avesse ricevuto
congratulazioni o complimenti, ma gli domandava semplicemente: “Ti sei
piaciuto?”, convinto come era che il miglior giudice di noi siamo noi
stessi, ad onta di ogni lusinga, di ogni adulazione, di ogni piaggeria,
verso cui dimostrava sempre una sana e robusta diffidenza.
Schietto
e sincero fino ai limiti della convenienza, non praticava “corridoi”
e non aveva né avversari né scopi né pensieri occulti: quel che
pensava e aveva da dire lo diceva apertamente, senza arroganza e senza
iattanza, ma senza infingimenti, chiaramente e fino in fondo. Con i
colleghi, con gli avvocati, con il personale, con i cittadini. Non ha
avuto bisogno di lasciare diari. Non ha lasciato dietro di sé né
veleni né rancori.
Ha
lasciato solo a coloro che gli sono succeduti, gli succedono e gli
succederanno il peso e la responsabilità della sua eredità: che fa
tremare le vene e i polsi.
Unitamente
all’avv. Fulvio Croce (altro martire della giustizia per le
istituzioni e la riaffermazione del
principio di legalità che doverosamente onoriamo in questo
Palazzo nell’aula a lui dedicata) e alla collega Gabriella Lo Moro
(anche lei creatura dolcissima, che ricordiamo come grande e
indimenticabile collega, commovente vittima del senso del dovere e dello
spirito di servizio fino al
limite estremo delle capacità e delle sofferenze umane, cui abbiamo
altrettanto doverosamente intitolato la biblioteca del nuovo Palazzo),
Lo invocheremo, Li invocheremo perché, con il loro
ricordo e il loro esempio, ci illuminino
e continuino ad illuminarci.
Torino
26 giugno 2001
Marcello
Maddalena
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