PAOLO BORSELLINO

 

Assassinato dalla mafia a Palermo il 19 luglio 1992. Con lui muoiono gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cusina,  Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina

La forza spirituale di chi "cerca il vero e pratica il bene", di chi è sensibile al grido delle vittime dell’ingiustizia: «fino a quando tu, il Maestro, il Santo il Verace tarderai a far giustizia a domandare conto del nostro sangue?» (Ap. 6,11). è testimoniata da un episodio della vita di Paolo Borsellino, che non deve essere dimenticato.

Nel settembre del 1991 Vincenzo Calcara, "uomo d'onore" di cosa nostra, disse a Borsellino: "non deve aver più paura, io che dovevo ucciderla sono in carcere" (L’intervista a Vincenzo Calcara è pubblicata in Famiglia Cristiana n.32 del 5 agosto 1992). Paolo sorrise e rispose: "paura? ma tu non sai che è bello morire per cose in cui si crede; volevate uccidermi a Marsala?, a Palermo dovete uccidermi, è più facile". Soggiunse: «un cristiano non teme la morte», mostrando la Sua profonda adesione alle parole: «chi vuol salvare la sua vita la perderà, e chi la perderà l’avrà salvata».

Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, proprio a Palermo, la vita di Paolo Borsellino veniva stroncata nella strage di via D'Amelio.

Calcara fu colpito e dominato dal coraggio di Borsellino; e così ci parla di se stesso: "c'è stato un grande travaglio in me, il bene ed il male lottavano, ho analizzato cos'era la mia vita, mi sono guardato allo specchio". E da quel momento iniziò un cammino illuminato da una nuova luce. Soggiunge: "la mafia aveva paura di Borsellino, della sua onestà, del suo coraggio, della sua intelligenza, della sua tenacia, della sua forza». E conclude: «la mafia aveva paura dell’onore di Borsellino; perchè Borsellino era il vero uomo d’onore, che non diviene tale con la «pungitura» o bruciando l’immaginetta, ma con la forza delle idee».

In Calcara la parola «onore» è intrisa di sicilianità. Ma l’onore o -se preferiamo usare un’altra parola- la dignità guidano gli esseri umani tutti; a Palermo come a Bolzano.

Anche la criminalità, ed in particolare la grande criminalità organizzata come la mafia, ha -o tenta di costruire- un suo «onore». Ma che cosa ha fatto sentire a Vincenzo Calcara che l’»onore di Borsellino» è onore «vero»; e quello di «cosa nostra» è «onore falso» ?.

L’»onore di Borsellino» attinge all’universale, risponde a regole che, secondo le parole di Sofocle, sono «non d’un’ora, non di un giorno fa; hanno vita misteriosamente eterna; nessuno sa la radice della loro luce".

L'"onore di Borsellino", risponde a tavole etiche che rendono la vita di tutti migliore; è espressione di quella carità cristiana che è amore di Dio e del prossimo e che quindi è operativa e fattiva nel sociale. Invece le regole della criminalità distruggono la vita e il benessere di una società; conducono alla ricchezza di pochi ed all’impoverimento di molti.

L’onore autentico attinge all’assoluto e perciò alla religiosità d’amore. A quella religiosità che è fondamento della democrazia stessa.

Borsellino sapeva che conducendo le indagini per l’assassinio del suo fraterno amico Giovanni Falcone si esponeva a morte quasi sicura. Tuttavia accettò di fare molto più che il proprio dovere, ed espresse questa accettazione, accompagnata da una esplicita professione di fede nella vita eterna, commemorando Falcone nella chiesa di Sant'Ernesto in Palermo il 23 giugno 1992, alla presenza del cardinale Pappalardo:

«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!

Se egli è morto nella carne, ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze, se non si sono svegliate, debbono svegliarsi! La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal sacrificio della sua scorta (..) Occorre dare un senso alla morte di Giovanni Falcone, alla morte della dolcissima Francesca, alla morte dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera».

Borsellino è stato ucciso di domenica, il sabato era andato in chiesa a confessarsi (Luigi Guglielmoni, Borsellino. Il secondo della lista, su «Settimana», 17-24 luglio 1994, pp. 8-9), ed aveva ricevuto la Comunione nel suo ufficio.

Del «suo essere cristiano semplice e profondo» parla la moglie Agnese Borsellino, nella lettera al Papa (pubblicata dall'«Osservatore romano» del 6 maggio 1993, alla vigilia della visita papale in Sicilia), che contiene questo stupendo grido di amore di una donna cristiana per lo sposo martire: «Sapere che il sangue del mio Paolo oggi è seme di speranza e di liberazione per tutto questo nostro popolo mi riempie di gioia e di orgoglio e mi dà un senso della mia pochezza e della mia indegnità».

Ed ecco come ha parlato della fede cristiana di Borsellino - in un'altra commemorazione, in un'altra chiesa, quella di San Domenico a Firenze, il 19 agosto 1992 - l'amico e maestro Antonino Caponnetto: «Una fede totale, fatta di amore per il prossimo, amore per la famiglia, serenità interiore e, negli ultimi tempi, vocazione consapevole al sacrificio, annunciato e atteso».

«Gesù ha perdonato coloro che lo hanno crocifisso, io penso che tutte le persone buone della terra dovrebbero sempre perdonare i loro nemici, coloro che vogliono loro male. Così mio padre ha fatto e vuole che noi facciamo nei riguardi dei suoi attentatori»: così Manfredi Borsellino, figlio di Paolo, parla in un'intervista alla Radio vaticana trasmessa il 28 luglio 1992.

Di perdono ha parlato pure la sposa Agnese Borsellino, in una conversazione con le clarisse di Assisi, il 27 agosto del 1993, che parte dal racconto dì un'esperienza vissuta durante un pellegrinaggio parrocchiale al Santo Sepolcro, dove il «sepolcro vuoto» l'aveva aiutata a «sentire forte il richiamo del Risorto»: «La giustizia e la verità per i fatti accaduti, l'amore e il perdono per l'uomo che sbaglia (... ) Se c'è un insegnamento che mio marito mi ha dato è che nel cuore dell'uomo, anche di quello più cattivo, c'è sempre un angolo nascosto del buon Abele che, se opportunamente stimolato, può riaffiorare. La speranza allora si nutre della fiducia nell'uomo, anche verso chi sì considera e chi si comporta come un nemico».

Borsellino ha rivestito un considerevole ruolo all’interno della magistratura, è stato presidente della sezione della ANM di Palermo, Presidente del Consiglio Nazionale di Magistratura Indipendente (di cui rifiutò la presidenza perché troppo impegnato nella attività d’ufficio).

La sua nomina a Procuratore della Repubblica  di Marsala diede luogo ad una ingenerosa polemica.

Nel documento, redatto da Giovanni Falcone e con cui si concluse la assemblea della A.N.M. presieduta da Paolo Borsellino riunita a Palermo il 27 ottobre 1990, dopo l'assassinio di Rosario Livatino, si legge: "il fenomeno mafioso si colloca ormai in un ambito principalmente politico, perché sotto le vesti della democrazia, si intravedono sempre più rapporti di potere reale basati sul decadimento del costume morale e civile, su intrecci fra istituzioni deviate e organizzazioni occulte, su legami tra mafia e politica". Ed a queste parole ben si può affiancare il punto forse più significativo del messaggio letto dal Santo Padre ai magistrati italiani il 31 marzo 2000, laddove stigmatizza "tutte quelle iniziative di singoli e di gruppi organizzati che, non paghi di trasgredire la legge attentando alla vita ed ai beni altrui, si adoperano anche per ottenere modifiche dell'ordinamento in funzione dei propri interessi, al di là dei principi etici e della considerazione del bene comune. Ne viene minata alla radice anche la sicura e pacifica convivenza".

cfr. Paolo Borsellino, di Luciano Costantini Sost. Proc. Rep. Pistoia

Antonello Mura, Fausto Zuccarelli,  Roberto Castelli, Alfredo Mantovano, Ignazio De  Francisci, Luciano Costantini, Tommaso Virga, Mario Cicala, Marcello Maddalena, Giuseppe Buccaro,  La forza dell'esempio, numero dicembre 2001 di "Magistratura Indipendente"

via D'Amelio 19 luglio 1992:

"la forza dell'esempio", una iniziativa del Centro Borsellino e di Magistratura indipendente

Hanno partecipato i Ministri della Giustizia e degli Interni, il sottosegretario Mantovano, il Procuratore Nazionale Antimafia

una riflessione di Fausto Zuccarelli

l'omelia 19 luglio 2000 di Padre Giuseppe Bucaro

 un pensiero, di Mario Cicala

Capaci 23 maggio 1992 di Alberto Maria Picardi; una domenica a Palermo di Roberto Ripollino.

 

Paolo Borsellino ricorda Rocco Chinnici
quel giorno... di una 
      giovane laureata

 

AA.vv., Un cristiano: Paolo Emanuele Borsellino, numero speciale della rivista delle parrocchie di Santa Luisa de Marillac e di Sant'Ernesto, 19 settembre 1992, pp. 2-3, 34.

LUCENTINI, Paolo Borsellino, il valore di una vita, Mondadori, Milano, 1998

il sito del Centro Paolo Borsellino: www.borsellinocentro.it

 

 

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