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Il processo a Gesù è quello che forse ha dato luogo a più
discussioni, che è stato più attentamente studiato, analizzato sviscerato. Non
solo, come nota nella prefazione del libro Francesco Paolo Casavola,
da esso sono nati altri processi, contro Pilato, contro i Romani contro i
Giudei.
Nei Vangeli apocrifi che compongono il “ciclo di
Pilato” sono descritte le varie versioni delle vicende di Pilato che si
immagina processato e messo a morte dall’imperatore Tiberio, morte a volte
accompagnata da una conversione che ne fa’ un santo, a volte dalla
disperazione, dall’orrore, dal suicidio e
quindi dalla dannazione; in questa seconda ottica il suo corpo avrebbe attratto
“spiriti maligni e immondi” che “addensavano fulmini e tempeste, tuoni e
grandini” e sarebbe stato -dopo svariate peregrinazioni-
nascosto in qualche luogo desolato (uno fra i tanti “laghi di Pilato”,
circondati dalle montagne ove “ribolliscono diaboliche macchinazioni”).
Mentre
invece Anatole France giunge a presentarci (Il procuratore della Giudea) un
Pilato, in tarda età e a riposo, annoiato
e disturbato dal ricordo delle incomprensibili polemiche teologiche dei giudei,
addirittura dimentico della Passione: "Gesù, Gesù il Nazareno, non lo
ricordo".
Altri passi di apocrifi sviluppano gli spunti antigiudaici ritracciabili nel
testo canonico, e descrivono
l’atroce “Vendetta del Salvatore”; si
narra che Tiberio, indignato per la
morte di Gesù , e convertito al cristianesimo, avrebbe promosso la pia
devozione delle reliquie di Cristo, e nel contempo provveduto allo sterminio
degli ebrei, parte uccisi e parte venduti : «hanno venduto
il Salvatore per trenta denari, siano venduti trenta per un denaro». E
quest’opera feroce viene presentata come un atto di pietà foriera di meriti
per Roma
Non è possibile immaginare documento più probante
della difficoltà per i cristiani di liberarsi dell’ “uomo naturale” e di
comprendere il messaggio di Gesù: il Salvatore è tale proprio perché non
cerca la vendetta e neppure la giusta pena
per i suoi offensori, ma offre il perdono.
Quanto
al processo a Gesù, esso si
articola in un complesso di procedure attentamente analizzate nel libro.
In primo luogo abbiamo il
processo avanti al Sinedrio condotto secondo regole processuali ben definite e
nella sostanza rispettate, che si
conclude con la condanna dell’accusato per un reato commesso in udienza: la
affermazione, ritenuta blasfema, di essere il Figlio di Dio (Daniela Piattelli).
Allora il sommo sacerdote gli
disse: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo,
il Figlio di Dio”. “Tu l`hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d`ora innanzi vedrete il Figlio dell`uomo seduto alla destra di Dio, e
venire sulle nubi del cielo ”. Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti
dicendo: “Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco,
ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. E quelli risposero: “E` reo
di morte!” Barbara Fabbrini nota che il
Sommo Sacerdote con la sua provocazione consente al processo di raggiungere
l’obbiettivo desiderato, perché la fase precedente –condotta con scrupolo e
correttezza- tanto da portare alla inutilizzabilità dei testi in quanto
“non furono concordi” (Mc 14, 56 e 59).
Le autorità ebraiche non
potevano però comminare la pena di morte, come testimonia il fatto che era loro
concesso di ricorrere tale pena solo in un caso eccezionale:
A sua volta il processo avanti a Pilato si articola in
almeno quattro fasi: la “declinatoria di compentenza” in favore di Erode
(studiato da Massimo Miglietta), i
due giudizi avanti a Pilato il primo concluso con l’assoluzione "sappiate
che non trovo in lui nessuna colpa”., il secondo con la condanna su pressione
del Sinedrio (Barbara Fabbrini), quindi il tentativo di non applicare la pena di
morte, “patteggiando” con gli
accusatori la pena della fustigazione, offrendo la grazia a Gesù o Barabba
(Lucio Bove).
Infine
il supplizio nella forma più atroce ed infamante (Eva Cantarella).
Come sottolineano i due curatori nella “postfazione”
uno studio sul processo a Gesù, condotto con impeccabile utilizzo delle fonti
storiche e giuridiche, costituisce solo il punto di partenza della riflessione.
Un primo spunto nasce dallo lo scritto di Mordechai
Rabello, che getta molti dubbi sulla corrente interpretazione secondo cui Pilato
avrebbe resistito alle pressioni
dei Giudei con il solo obbiettivo
della salvezza dell’imputato innocente, e quindi si sarebbe piegato a
malincuore alla malvagità altrui.
Una valutazione della sua
personalità alla luce delle notizie storiche che possediamo suggerisce altre
ipotesi. Secondo Giuseppe Flavio, Pilato era un duro nemico degli ebrei, deciso a piegarli con ogni mezzo ma
sovente costretto a cedere di fronte alla loro ostinazioni come quando, dopo
aver introdotto a Gerusalemme nottetempo le
immagini di Cesare dovette allontanarle perchè gli ebrei dissero che
preferivano morire che assistere all’oltraggio della Città Santa. Non aveva
però esitato a far uccidere a tradimento gli israeliti che protestavano con
vivacità, ma senza ricorrere alla violenza, per la utilizzazione nella
costruzione di un acquedotto di denari raccolti per il tempio, mentre il Vangelo
stesso (Lc 13,1) ricorda alcuni galilei “il cui sangue era stato da Pilato
mescolato con quello dei loro sacrifici”.
Dunque la riluttanza di Pilato
a condannare Gesù potrebbe non essere espressione di scrupolo, ma
aver l’obbiettivo di far pesare sul Sinedrio la sua autorità,
e strappare agli ebrei manifestazioni
di lealismo nei confronti di Cesare; nonché la esplicita condanna della
aspirazione a un “re di Israele”. Perciò la scritta sulla croce:
“Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. Senza contare che la professione di
esser “figlio di Dio” e Dio per un pagano poteva significare la
rivendicazione di uno stato regale effettivo e non spirituale; imperatori e re
erano spesso ritenuti dei.
Ma queste considerazioni non hanno forse più una
significativa portata spirituale. Appaiono superate le polemiche sulla
“responsabilità della morte di Gesù”: Gesù è morto per i peccati di
tutti, nostri di Pilato, di Caifa, di Giuda, di Pietro
Spunti
più attuali ci suggerisce la constatazione
che la morte di Gesù non sia un “assassinio” ad opera di un sicario,
e neanche un “linciaggio”, ma la esecuzione, per mano dei carnefici, di una
sentenza di condanna, e probabilmente anche di una condanna "formalmente
giusta".
Infatti
il sinedrio esamina i testimoni con
scrupolo tanto -come già ricordato- da escluderne la rilevanza perché “non
furono concordi” . La condanna di Gesù si regge sul fatto che si è
proclamato "figlio di Dio"; ed ha così commesso quello che
tecnicamente viene definito un “reato in udienza”, cioè ha bestemmiato
al cospetto dei giudici. Ma ciò, secondo Mathieu, era necessario perché
la morte di Cristo doveva costituire una espiazione delle colpe non della
vittima, ma degli uomini, e perciò sotto questo profilo era un atto di
giustizia. Il Crocefisso non annulla la legge del taglione, la punizione come
retribuzione della colpa, la attua e la trascende nel sacrificio del Figlio di
Dio.
Altre
riflessioni nascono dalla constatazione delle modalità con cui viene eseguita
la pena.
Con
la crocifissione, la passeggiata ignominiosa attraverso la città, il diritto
penale romano negava ai non cittadini il diritto di “morire con dignità”.
Il
Deus Patiens, che tre giorni giace nel sepolcro, è la risposta cristiana allo
scandalo del “silenzio di Dio” di fronte al male. La morte di Cristo in
croce è una morte né eroica nè
socratica; è una morte molto «umana»,
segnata dalla sofferenza e dal dolore, contrassegnata dalla tristezza se non
dalla disperazione e dalla paura del Gestzemani (Mt 26,36). Perciò è risposta
adeguata al problema del male, ad ogni male; consente di affermare che il Dio
dei cristiani non è silenzioso, cioè impassibile di fronte alla sofferenza.
Egli è a fianco com-patisce, patisce insieme a tutti i vinti dalla vita; a
coloro che hanno affrontato morte e sofferenza con pacatezza e razionalità, o
quasi con piacere nell’impeto di una azione eroica, ma anche –e soprattutto-
insieme a coloro che hanno
pianto perché il male che li colpiva era superiore alle loro forze. Viene alla
mente la bellissima immagine di Francesco di Sales di un Dio “colpito al
cuore” dalle sventure degli uomini (richiamata
da Gesché, Il male, C. Balsamo,
1996, 32).
Sul
tema vedi anche Biblia, Il processo a Gesù, atti dei convegno di Pisa
11-13 aprile 1997 (contributi di Pietro Stefani, Bernardo Santalucia,
Daniela Piattelli, Giorgio Jossa, Domenico Maselli, Enrico Norelli), Firenze
1998. Via A. da Settimello 129 50040 Settimello (Firenze) |