Recensione:  Il processo contro Gesù

Lucio Bove, Eva Cantarella, Barbara Fabbrini, Massimo Miglietta, Daniela Piattelli, Alfredo Mordechai Rabello, Bermardo Santalucia,  Carlo Venturini, Il processo contro Gesù, a cura (e con postfazione) di Francesco Amarelli e Franco Lucrezi, con prefazione di Francesco Paolo Casavola, e nota bibliografica di Massimo Miglietta,   Jovene Napoli, 1999, pp XIV, 299, lire 48.000.  

Il processo a Gesù è quello che forse ha dato luogo a più discussioni, che è stato più attentamente studiato, analizzato sviscerato. Non solo, come nota nella prefazione del libro Francesco Paolo Casavola,  da esso sono nati altri processi, contro Pilato, contro i Romani contro i Giudei.

Nei Vangeli apocrifi che compongono il “ciclo di Pilato” sono descritte le varie versioni delle vicende di Pilato che si immagina processato e messo a morte dall’imperatore Tiberio, morte a volte accompagnata da una conversione che ne fa’ un santo, a volte dalla disperazione, dall’orrore, dal suicidio e quindi dalla dannazione; in questa seconda ottica il suo corpo avrebbe attratto “spiriti maligni e immondi” che “addensavano fulmini e tempeste, tuoni e grandini” e sarebbe stato -dopo svariate peregrinazioni-  nascosto in qualche luogo desolato (uno fra i tanti “laghi di Pilato”, circondati dalle montagne  ove “ribolliscono diaboliche macchinazioni”).

Mentre invece Anatole France giunge a presentarci (Il procuratore della Giudea) un Pilato, in tarda età e a riposo,  annoiato e disturbato dal ricordo delle incomprensibili polemiche teologiche dei giudei, addirittura dimentico della Passione: "Gesù, Gesù il Nazareno, non lo ricordo".

 Altri passi di apocrifi   sviluppano gli spunti antigiudaici ritracciabili nel testo canonico,   e descrivono l’atroce “Vendetta del Salvatore”; si narra che  Tiberio, indignato per la morte di Gesù , e convertito al cristianesimo, avrebbe promosso la pia devozione delle reliquie di Cristo, e nel contempo provveduto allo sterminio degli ebrei, parte uccisi e parte venduti : «hanno venduto  il Salvatore per trenta denari, siano venduti trenta per un denaro». E quest’opera feroce viene presentata come un atto di pietà foriera di meriti per Roma

Non è possibile immaginare documento più probante della difficoltà per i cristiani di liberarsi dell’ “uomo naturale” e di comprendere il messaggio di Gesù: il Salvatore è tale proprio perché non cerca la vendetta e neppure la giusta  pena per i suoi offensori, ma offre il perdono.

 Quanto al processo a Gesù, esso  si articola in un complesso di procedure attentamente analizzate nel libro.

In primo luogo abbiamo il processo avanti al Sinedrio condotto secondo regole processuali ben definite e nella sostanza rispettate, che  si conclude con la condanna dell’accusato per un reato commesso in udienza: la affermazione, ritenuta blasfema, di essere il Figlio di Dio (Daniela Piattelli).

Allora il sommo sacerdote gli disse: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. “Tu l`hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico:           d`ora innanzi vedrete il Figlio dell`uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo ”. Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: “Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. E quelli risposero: “E` reo di morte!” Barbara Fabbrini nota che  il Sommo Sacerdote con la sua provocazione consente al processo di raggiungere l’obbiettivo desiderato, perché la fase precedente –condotta con scrupolo e correttezza-  tanto da portare alla inutilizzabilità dei testi in quanto “non furono concordi” (Mc 14, 56 e 59).

Le autorità ebraiche non potevano però comminare la pena di morte, come testimonia il fatto che era loro concesso di ricorrere tale pena solo in un caso eccezionale: 

A sua volta il processo avanti a Pilato si articola in almeno quattro fasi: la “declinatoria di compentenza” in favore di Erode (studiato da Massimo Miglietta),  i due giudizi avanti a Pilato il primo concluso con l’assoluzione "sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”., il secondo con la condanna su pressione del Sinedrio (Barbara Fabbrini), quindi il tentativo di non applicare la pena di morte,  “patteggiando” con gli accusatori la pena della fustigazione, offrendo la grazia a Gesù o Barabba (Lucio Bove).

Infine il supplizio nella forma più atroce ed infamante (Eva Cantarella).

Come sottolineano i due curatori nella “postfazione” uno studio sul processo a Gesù, condotto con impeccabile utilizzo delle fonti storiche e giuridiche, costituisce solo il punto di partenza della riflessione.

Un primo spunto nasce dallo lo scritto di Mordechai Rabello, che getta molti dubbi sulla corrente interpretazione secondo cui Pilato avrebbe  resistito alle pressioni dei Giudei con il solo  obbiettivo della salvezza dell’imputato innocente, e quindi si sarebbe piegato a malincuore alla malvagità altrui.

Una valutazione della sua personalità alla luce delle notizie storiche che possediamo suggerisce altre ipotesi. Secondo Giuseppe Flavio, Pilato era un  duro nemico degli ebrei, deciso a piegarli con ogni mezzo ma sovente costretto a cedere di fronte alla loro ostinazioni come quando, dopo aver introdotto a Gerusalemme nottetempo  le immagini di Cesare dovette allontanarle perchè gli ebrei dissero che preferivano morire che assistere all’oltraggio della Città Santa. Non aveva però esitato a far uccidere a tradimento gli israeliti che protestavano con vivacità, ma senza ricorrere alla violenza, per la utilizzazione nella costruzione di un acquedotto di denari raccolti per il tempio, mentre il Vangelo stesso (Lc 13,1) ricorda alcuni galilei “il cui sangue era stato da Pilato mescolato con quello dei loro sacrifici”.

Dunque la riluttanza di Pilato a condannare Gesù potrebbe non essere espressione di scrupolo, ma  aver l’obbiettivo di far pesare sul Sinedrio la sua autorità,  e strappare agli ebrei manifestazioni  di lealismo nei confronti di Cesare; nonché la esplicita condanna della aspirazione a un “re di Israele”. Perciò la scritta sulla croce:   “Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. Senza contare che la professione di esser “figlio di Dio” e Dio per un pagano poteva significare la rivendicazione di uno stato regale effettivo e non spirituale; imperatori e re erano spesso ritenuti dei.

Ma queste considerazioni non hanno forse più una significativa portata spirituale. Appaiono superate le polemiche sulla “responsabilità della morte di Gesù”: Gesù è morto per i peccati di tutti, nostri di Pilato, di Caifa, di Giuda, di Pietro

Spunti più attuali ci suggerisce la constatazione  che la morte di Gesù non sia un “assassinio” ad opera di un sicario, e neanche un “linciaggio”, ma la esecuzione, per mano dei carnefici, di una sentenza di condanna, e probabilmente anche di una condanna "formalmente giusta".

Infatti il sinedrio esamina i testimoni  con scrupolo tanto -come già ricordato- da escluderne la rilevanza perché “non  furono concordi” . La condanna di Gesù si regge sul fatto che si è proclamato "figlio di Dio"; ed ha così commesso quello che tecnicamente viene definito un “reato in udienza”, cioè ha bestemmiato  al cospetto dei giudici. Ma ciò, secondo Mathieu, era necessario perché la morte di Cristo doveva costituire una espiazione delle colpe non della vittima, ma degli uomini, e perciò sotto questo profilo era un atto di giustizia. Il Crocefisso non annulla la legge del taglione, la punizione come retribuzione della colpa, la attua e la trascende nel sacrificio del Figlio di Dio.

Altre riflessioni nascono dalla constatazione delle modalità con cui viene eseguita la pena.

Con la crocifissione, la passeggiata ignominiosa attraverso la città, il diritto penale romano negava ai non cittadini il diritto di “morire con dignità”.

Il Deus Patiens, che tre giorni giace nel sepolcro, è la risposta cristiana allo scandalo del “silenzio di Dio” di fronte al male. La morte di Cristo in croce  è una morte né eroica nè socratica;  è una morte molto «umana», segnata dalla sofferenza e dal dolore, contrassegnata dalla tristezza se non dalla disperazione e dalla paura del Gestzemani (Mt 26,36). Perciò è risposta adeguata al problema del male, ad ogni male; consente di affermare che il Dio dei cristiani non è silenzioso, cioè impassibile di fronte alla sofferenza. Egli è a fianco com-patisce, patisce insieme a tutti i vinti dalla vita; a coloro che hanno affrontato morte e sofferenza con pacatezza e razionalità, o quasi con piacere nell’impeto di una azione eroica, ma anche –e soprattutto-  insieme a  coloro che hanno pianto perché il male che li colpiva era superiore alle loro forze. Viene alla mente la bellissima immagine di Francesco di Sales di un Dio “colpito al cuore” dalle sventure degli uomini  (richiamata da Gesché,  Il male, C. Balsamo, 1996, 32). 

Sul tema vedi anche Biblia, Il processo a Gesù, atti dei convegno di Pisa 11-13 aprile 1997 (contributi di Pietro Stefani, Bernardo  Santalucia, Daniela Piattelli, Giorgio Jossa, Domenico Maselli, Enrico Norelli), Firenze 1998.  Via A. da Settimello 129 50040 Settimello (Firenze)

 

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