ROSARIO LIVATINO DI MARIA DE LORENZO

PRESENTAZIONE

     Nel 1975, con l’esortazione apostolica  Evangelii  Nuntiandi,  Paolo  VI  aveva  affermato  in  tono lungimirante  che “l’uomo  contemporaneo  ascolta  più  volentieri   i  testimoni  che  i  maestri,  e  se  ascolta  i  maestri  lo  fa  perché sono dei  testimoni…” (n. 41).

     Oggigiorno,  difatti,  non  sono  molti  quelli  disposti  ad  accettare  con  spirito passivo dei  maestri per  la  propria  vita, mentre tanti sono invece  coloro  che  cedono  al  fascino  dei  testimoni, specie  tra  i  giovani, che  sono  da  sempre  i  più sensibili  nel  recepire  il profondo  mistero  e  la  radicalità  che  promana  da  certe  scelte  esistenziali  “forti”.

      Il maestro, infatti, sale in cattedra, addita una via, un ideale da seguire; il testimone, invece, è colui che vive questo ideale sulla propria pelle, che lo fa  suo senza aver paura di mettersi in gioco, di arrischiare  il  tutto  e  per  tutto. “A una  teoria  – ebbe a dire Evagrio Pontico – si può rispondere con un’altra  teoria. Ma chi potrà  mai confutare una vita?”  

     Rosario Livatino, dunque.  Un  giovane.  Un  giudice.  Un cristiano.  Non  un  “santino”  a  tutti  i  costi,  non  un  essere eccezionale, un “superuomo”, ma  un  giovane come mille altri. Innamorato della vita, della giustizia, della verità. Eroe per caso nella terra dei limoni e dei carretti,  della  lupara  e  del  tritolo  mafioso,   in  quella  parte  dell’Italia  che  guarda verso l’Africa.

     Rosario Livatino: un uomo che l’Italia conobbe solo all’indomani della sua morte, dalle pagine dei giornali. Prima infatti non  erano  in  molti  a  sapere  chi fosse; dopo il suo barbaro assassinio, la sua figura  ha cominciato a distinguersi nell’immaginario collettivo, a sedimentare nella memoria e  nel  cuore  del  popolo  non  solo  italiano, a risplendere come un faro davanti agli occhi delle nuove generazioni desiderose di riscatto sociale e di libertà, a ergersi come simbolo per coloro che vivono nell’Italia di oggi sognandone una diversa.

     Un servitore dello Stato, non un eroe per vocazione. “Un martire  della  giustizia  e,  indirettamente,  anche  della fede…”,  ha detto di lui Giovanni  Paolo II in occasione  della sua visita pastorale in Sicilia il 9 maggio del 1993.

     Un magistrato che credeva nella religione del dovere e nel diritto, riaffermato anche nei principi fondamentali della Costituzione, la carta del nostro ordinamento repubblicano, laddove  è scritto: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge…”       

     Per questo lavoro desidero ringraziare, in modo particolare, il dott. Vincenzo  e  la signora  Rosalia  Livatino,  genitori di Rosario, e con loro la professoressa Ida Abate, che fu  sua  insegnante al liceo, per la generosa e paziente disponibilità  con cui mi hanno messo a disposizione materiali e memorie  assai preziose alla realizzazione di questo profilo.

     Con  l’intenzione, la mia,  di tracciare un ritratto semplice e  veritiero  – come  mi  auguro    di  un  testimone dei nostri tempi: un uomo libero che ha pagato con la vita la sua dedizione al dovere e un’incrollabile fede nella Giustizia.

     Perché si può morire anche restando vivi, ed è la morte peggiore.

 

INDICE

 

Presentazione

Nota biografica

 

“Vorrei volare”

Il liceale affascinato da Dio

“Ho prestato giuramento”

Sicilia, Italia: un nido di tenebra

Giudicare con carità

Il “missionario” del diritto

Nel mirino di Cosa Nostra

“Qualcosa si è spezzato…”

In fondo al tunnel

Speranza contro speranza

Appendice

Dagli scritti

Hanno detto di lui

Cinema

Tracce per la riflessione

Bibliografia

 

giudicare con Carità

In Cicerone si legge che la retorica è nata in Sicilia, perché i siciliani sarebbero “gente d’ingegno acuto e sospettoso, nata per le controversie”. Grande è infatti  nell’isola  la  passione per il “giuridico”, pari  forse solo al disincanto: in  Sicilia  infatti, come si è già detto, il concetto di verità è assai opinabile.

     “Volevo la giustizia, un tempo, pensa un po’. Poi  mi arresi, preferii  ritagliarmi  dentro  la  Pozzanghera  Universale il mio millimetro cubo pulito…”, dice con  malcelata  amarezza un  personaggio  di  Gesualdo Bufalino. A  dimostrazione di quanto sia sentito, e sofferto, in Sicilia il bisogno di  giustizia.

     Ecco allora spiegata, probabilmente, nel giovane Saro tanta dedizione al proprio mestiere di “operatore”  del  diritto: “Egli sapeva bene che il destinatario del suo lavoro  è l’uomo della strada, che aspetta giustizia, e per lui calibrava il suo lavoro quotidiano” (Franco Provenzano).

      Il 7 aprile 1984 il giovane magistrato agrigentino parla del  “Ruolo  del  giudice  nella  società che cambia” in una conferenza promossa dal Rotary Club di Canicattì. Il discorso, che racchiude il suo credo morale e professionale, è considerato il suo testamento spirituale. E’ un testo da leggere con molta attenzione, per riuscire a comprendere come la pensava Rosario sulla società di allora, in così  rapida evoluzione (sono i frenetici anni Ottanta), e  soprattutto sul problema della giustizia e  i doveri del giudice.

    “L’indipendenza del giudice – sostiene Livatino – non  è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà  ai  principi,  nella sua capacità di sacrifizio,  nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza  e  linearità delle sue decisioni,  ma anche nella  sua moralità,  nella  trasparenza  della  sua  condotta  anche  fuori dalle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttochè  consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o  per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il  pericolo della  interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a  conquistare nel travaglio delle sue decisioni  in ogni  momento  della  sua attività…”

     E a proposito della “immagine esterna” del magistrato dice:

     “Si è bene detto che il giudice, oltre che essere deve anche apparire  indipendente… è  importante  che  egli  offra  di  se  stesso  l’immagine  non  di persona austera  o severa  o compresa del suo ruolo e della  sua  autorità o di  irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria, sì, di persona equilibrata,  sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire. 

     “Soltanto se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare ch’egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha…”.

 

     Ma giudicare non è affatto semplice. Richiede distacco, indipendenza,  rettitudine,  discernimento. Richiede grande lucidità e  la consapevolezza di svolgere un servizio a tutela della collettività. Su questi principi  Rosario  è  categorico:  il giudice deve non solo essere ma anche apparire indipendente in ogni manifestazione della propria vita; il giudice deve  essere  sempre super  partes; il giudice deve affermare  il  diritto  in  ogni  frangente ma senza nulla perdere della propria umanità, della propria  compassione  e carità.                                                                                                                                                        

     In proposito il famoso giurista Piero Calamandrei scriveva in una delle sue pagine più  belle che  “sotto il ponte della giustizia passano tutti i dolori, tutte le miserie, tutte le aberrazioni, tutte  le opinioni politiche, tutti  gli  interessi  sociali;  e  si vorrebbe che il giudice fosse in grado di rivivere in  sé,  per comprenderli, ciascuno di questi sentimenti:  aver  provato  lo  sfinimento di chi ruba per sfamarsi, o  il tormento di chi uccide per gelosia; essere, volta a volta, inquilino e locatore, mezzadro e proprietario di terre, operaio scioperante e padrone d’industria…”

     Giudicare, pertanto,  non è applicare  alla  lettera  la legge, senza  emozione,   senza  sentimento,   ma  decidere  secondo verità. Poiché il “diritto per il diritto” non  ha  senso,  è soltanto un’aberrazione del sistema giuridico: un pericolo  da cui lo metteva in guardia, già tempo addietro, il suo insegnante  di  filosofia,  Peritore,  ribadendo    e  in  questo Rosario avrebbe concordato con lui – che la legge più  che un  fine è  “un mezzo per realizzare la giustizia sociale”.

     Carità e giustizia, quindi, vanno a braccetto: l’una non può prescindere dall’altra.  Rosario lo sa bene, e su questi concetti  torna in una relazione dal titolo Fede e Diritto che svolge due anni più tardi, il  30  aprile  1986, nella  sala-conferenze delle Suore Vocazioniste di Canicattì su invito del locale Movimento Culturale Cristiano. 

     E’ il manifesto del suo impegno di magistrato credente, un programma umano e professionale che si potrebbe riassumere  nel  precetto: “fare  a  tutti  la  carità  della  verità” (cfr. Ef  4, 25).

     “Il  compito  dell’operatore del diritto, del  magistrato,  è quello  di  decidere:  orbene,  decidere è scegliere e a  volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è  una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare…Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può  trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto,  perché  il  rendere giustizia è  realizzazione di sé, è preghiera , è dedizione di sé a Dio…”.

     E ne spiega anche la ragione, sostenendo che “la giustizia  è  necessaria, ma  non  sufficiente, e  può  e  deve  essere  superata dalla  legge  della  carità  che  è  la  legge  dell’amore,  amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi  in  modo  non  riducibile  alla  mera solidarietà umana…”.

     “Compito del magistrato – dice allora  – non  deve  quindi essere  solo  quello  di  rendere  concreto  nei  casi di specie il comando  astratto della legge ma anche  di dare  alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge  è  un  mezzo e non un fine…”

     Ancora una volta  il discrimine  è dato dalla carità:  “E ancora una volta sarà la legge dell’amore, la forza vivificatrice della fede a risolvere il problema radicalmente. Ricordiamo le parole del Cristo all’adultera: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”; con esse egli ha additato la ragione profonda della difficoltà: il peccato è ombra  e  per giudicare occorre la luce e nessun uomo  è  luce assoluta…”

     Sono concetti che ritroviamo pure espressi in modo mirabile nel messaggio di Giovanni Paolo II per la giornata  mondiale della pace 1998 (Dalla giustizia  di ciascuno nasce  la  pace per tutti) , laddove  si  afferma  che  “…la giustizia è, allo stesso tempo,  virtù morale e concetto legale…è virtù dinamica e viva: difende e promuove l’inestimabile dignità della persona e si fa carico del  bene  comune …La  giustizia  restaura,  non  distrugge;  riconcilia,  piuttosto che spingere alla vendetta. La sua ultima ragione, a ben guardare,  è situata  nell’amore, che ha la sua espressione più significativa nella misericordia. La giustizia, pertanto, staccata dall’amore misericordioso, diventa fredda e lacerante…”

      Per giudicare secondo carità, allora, ci vogliono un  cuore puro e un occhio limpido, rischiarato da una potente  luce interiore. Ma nessun uomo, purtroppo,  è  luce  assoluta. “Stai dunque  attento  che  la  luce  che  è  in  te,  non  sia  tenebra” (Lc 11, 35).  

 

 

                                                                       

  TRACCE PER LA RIFLESSIONE

 

     La giustizia non è di questo mondo?  Quella mattina di settembre il giudice Rosario Livatino, sostituto procuratore in terra di mafia, da dodici anni in prima linea, cade vittima di un agguato mafioso. Contro di lui i giovanissimi killer venuti apposta dalla Germania esplosero sette colpi a bruciapelo lungo la strada che egli percorreva ogni giorno, metodicamente, con la sua utilitaria per andare al lavoro, la strada che da Canicattì introduce alla Valle dei Templi.

     Il gruppo di fuoco, per ordine della stidda agrigentina, uccide un giudice “pericolosamente” onesto. Un giudice inflessibile, che non si piega al malaffare, che della legge ha  un’idea altissima. La sua passione per il dovere  era legata alla certezza che il male e l’ingiustizia sono destinati ad essere vinti dalla forza del bene e dalla verità. E ha pagato con la vita la propria dedizione al bene, alla giustizia.

     Ma che cos’è veramente la giustizia?

     Il Santo Padre nel messaggio per la giornata mondiale della pace 1998, dal titolo Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti, ha dichiarato in modo inequivocabile in cosa consiste la vera giustizia, affermando che essa “ è, allo stesso tempo, virtù morale e concetto legale, (…) difende e promuove l’inestimabile dignità della persona e si fa carico del bene comune…La giustizia restaura, non distrugge; riconcilia,  piuttosto che spingere alla vendetta. La sua ultima ragione, a ben guardare, è situata nell’amore, che ha la sua espressione più significativa nella misericordia…”. Parole che sembrano riecheggiare il pensiero di Rosario Livatino, il quale era solito sostenere che da sola “la  giustizia  è  necessaria,  ma  non  sufficiente,  e  può  e  deve  essere superata dalla  legge  della carità”, perché il compito fondamentale di ogni magistrato non è “solo quello di rendere concreto nei casi di specie il  comando astratto della legge ma anche di dare alla legge un’anima,  tenendo sempre presente che  la  legge  è  un  mezzo  e non un fine...”.

     Questo modo di ragionare del giudice Livatino, chiaramente fondato nella sua fede cristiana, va circoscritto soltanto ai magistrati credenti o non è piuttosto un principio valido per ogni operatore del diritto?

     Mario Cicala, magistrato e docente universitario, sostiene:  “La presenza dei credenti nel mondo giudiziario è oggi assai poco significativa. Giudici e avvocati, anche quando frequentano una chiesa, si sentono sacerdoti di un dio laico. Un dio a volte enigmatico e bizzarro che premia le tesi più assurde, più lontane dalla logica comune. Un dio che sovente si mostra capace di operare secondo giustizia, ma pretende di attingere tale giustizia da se stesso, da un diritto positivo disancorato totalmente dal diritto naturale, ed ancor più dal diritto divino. Un dio che verrebbe fedelmente servito solo da chi entrando nelle aule giudiziarie depone in anticamera, assieme al cappotto e al cappello, la sua Fede in Dio creatore del mondo, e accantona il monito di Gesù “voi siete il sale della terra; ma se il sale  perdesse il sapore con che cosa lo si potrà render salato?”(Mt 5, 13)” (cfr. La  brezza  di  Dio.  Giustizia  e  diritto  nelle  Sacre  Scritture, Atti  del  Convegno “Etica  cristiana  e  servizio   dello  Stato”(Roma, 26 ottobre 1995), in “Già e non ancora”, a. II- n. 1 / aprile 1997).

 

     Ma la giustizia, allora,  non è di questo mondo?

     Nel corso dei tempi la Chiesa ha avuto sempre una particolare attenzione alla difesa e alla promozione della giustizia, sviluppatasi attraverso il magistero dei Papi. Ricordiamo l’enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII, in cui si afferma la scoperta dello stato di diritto, cioè lo sviluppo della concezione giuridica dello Stato che si reputa preposto alla realizzazione del bene comune. L’uomo viene prima dello Stato: questa concezione personalistica della società si precisa e si afferma con notevole forza nel magistero di papa Giovanni XXIII. Ricordiamo anche uno dei frutti del pontificato di Paolo VI, la Pontificia Commissione Iustitia et Pax da lui istituita nel 1967, l’organo della Sede Apostolica che ha come scopo lo studio e l’approfondimento, sotto l’aspetto dottrinale, pastorale e apostolico, dei problemi relativi alla giustizia e alla pace nel mondo.

     “Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una città stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni”(Gaudium et spes , 43). Se la Giustizia, quella con la maiuscola, non è di questo mondo, ciò non consente agli inquilini della terra, e a maggior ragione ai cristiani, di incrociare le braccia, pensando che tanto è tutto inutile, e che è meglio attendere il Regno che verrà dove “misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 84, 11).

     “La legge morale, il senso di giustizia – asserisce Mario Cicala –  rivelano l’impronta di Dio nell’uomo e perciò postulano l’esistenza di Dio. Questa è a me sempre parsa la più convincente prova dell’esistenza di Dio. Senza di Lui la giustizia sarebbe un atroce inganno posto in essere dalla natura contro gli onesti, rendendoli preda degli immorali e dei disonesti…”.

     Oggigiorno, tranne alcuni casi, da più parti si guarda con apprensione e un certo scetticismo all’operato della Magistratura. Forte è nell’opinione pubblica la sensazione di trovarsi davanti a una nomenclatura giudiziaria non sempre imparziale, vassalla di oscuri interessi economici e politici, quindi non credibile al cento per cento.

     “Riformare la giustizia – aveva scritto Rosario Livatino –, è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica…Recuperare il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza”.

     In questo mondo allora non si può incontrare che raramente la giustizia?

     E’ una cosa su cui bisogna riflettere. La giustizia, noi lo sappiamo, è un attributo di Dio e giudicare non è un’azione facile. Giudicare, infatti, non vuol dire applicare  alla  lettera  la legge, senza alcuna emozione o sentimento, ma vuol dire decidere secondo verità. Perché il “diritto per il diritto” non  ha  senso,  in quanto tale esso sarebbe soltanto un’aberrazione del sistema giuridico, di quel “sacerdozio laico” che è la magistratura verso cui si appunta frequentemente lo sguardo dubbioso e diffidente della gente comune. 

     Processi archiviati  per oscuri cavilli giuridici, imputati rimessi in libertà, magistrati sottoposti a pesanti inchieste disciplinari… Che cosa pensare della giustizia? E in quale giustizia credere quando il tributo pagato all’illegalità è una lunga scia di sangue?

     Si è detto che è molto infelice quel popolo che ha bisogno di eroi. Perché vuol dire che esso non ha nel presente sufficienti energie morali per affermare il principio della legalità se deve attingere forza da un passato pieno di croci. Chi è impegnato nelle strutture pubbliche per dare attuazione a quelle regole di diritto naturale presenti nella legge dello Stato, adempie dunque ad un dovere cristiano.

 

     Costruire la legalità. A partire da un sogno, lungamente accarezzato, a cui dare compimento, un giorno, tutti insieme, e per il bene di tutti. Ce lo spiega Giancarlo Caselli, il magistrato che  per molti anni ha guidato la Procura più a rischio d’Italia, quella di Palermo, nella lotta contro la mafia: “Il sogno di riuscire a saldare davvero parole e vita, portando il messaggio evangelico fuori dalle sacrestie, fuori dai recinti delle comodità che tentano ciascuno di noi, per “abitare” il territorio, offrendo un modello di Chiesa nuova, capace di “armare” di fiducia soprattutto i giovani, altrimenti destinati – inesorabilmente – a restare invischiati nelle incertezze e nell’inesperienza…Il sogno di potere adempiere al proprio dovere, quotidianamente, in maniera semplice e piana: senza candidarsi a diventare per ciò stesso eroi o vittime sacrificali…”

     “Illegalità, soprusi e mafie sono ancora interlocutori vincenti nei territori che non conoscono una presenza dello Stato che sappia garantire diritti e qualità di vita ad ogni cittadino. Il vero terreno su cui le mafie costruiscono il loro controllo è quello lasciato libero da una presenza capace di contrastare, sul piano del lavoro, della casa, della salute, dell’istruzione, della socializzazione libera e spontanea… (dei diritti, per dirla in breve) l’espandersi illegale di risposte a bisogni di fatto reali.

     “Non è certamente un caso che le presenze significative, di coloro che hanno avviato una forte azione per riappropriarsi di un territorio spesso quasi “disabitato” (dal punto di vista della legalità e dei diritti), siano state spazzate via dalla violenza mafiosa. Fare l’elenco di tutti i morti che questa drammatica guerra ha ormai lasciato sul campo – conclude Caselli – non basta. Questi morti sono, e devono restare, memoria viva e inquietante. Dobbiamo ricordare – sempre – che se essi sono morti è anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi. Non abbiamo vigilato, non ci siamo sufficientemente scandalizzati dell’ingiustizia”.