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Riflessioni sulla morte
Da IN DIFESA DELLE VITTIME
Di Luigi Cariota Ferrara, in Riv. di diritto civile 1967,I, 260
Si presenta non evitabile un problema di ampio respiro che impegna, per
l'esattezza della sua impostazione e per la ricerca della sua giusta soluzione,
prima che il pensiero giuridico, quello. medico, scientifico e filosofico e,
perché no, si colloca in un orizzonte carico di tristezza e di poesia. Il
problema si pone cosí: la morte, innanzi a cui trema la vita, come dice il
poeta persiano Oschelaleddin Rumi, in quale relazione è con la vita che si
spegne? il momento della morte appartiene all'una o all'altra?
L'interesse del tema per i giuristi, e proprio per i suoi riflessi
giuridici, è molteplice: colui che muore può acquistare ancora il diritto a
che gli sia risarcito il valore della vita che gli è tolta? può acquistare
diritti che in quel momento nascono o si costituiscono? Eventi legati a quello
della morte come al loro momento ultimo, possono pensarsi attuabili prima di
questa e cioè in vita?
Tralasciando qui il problema giuridico, oggetto di apposito studio,
pubblicato in altra parte di questa Rivista, ricordiamo che, indagando in vari
rami dello scibile non senza fervore, attratti dal mistero di questa finale e
terribile realtà che è il passaggio dalla vita alla morte o, se si vuole, il
precipitare dell'una nell'altra, constatiamo che si fa sentire una sorta di
preponderanza, a seconda dei vari pensieri, della vita sulla morte o della morte
sulla vita. Ricordiamo: si legge nella Bibbia (Genesi, 35) della morte di
Rachele « come l'anima sua partiva (per ciò che ella mori) »; e, poi, di
Isacco: « Isacco trapassò e mori »; e, poi, nei Salmi, 5, 7: « nella morte
non v'è memoria di te Signore », ove si vede che morire è un piú e un poi
rispetto al trapassare; più piú tardi, via, via, la morte la si ravvisa come
un attimo solo (Pascoli), o, invece, come un dolce staccarsi dalla vita (Vergani),
o come l'estrema fine della vita, o come il segno dell'inizio dell'eternità o
il varco dell'uscita (Dossi), o come Colei che agguanta e getta nell'al di là.
Ed ecco distinguere anche tra morte e morire, per dire che solo quest'ultimo è
terribile (Fielding), o per precisare che la morte non ci riguarda da vivi
perché esistiamo, non da morti perché non esistiamo piú (Montaigne). Al
trapasso, nel momento in cui sta per venire e in cui si pensa di essere, cosí,
per sempre sommersi nel Signore, ci si domanda «perché dovrei indugiare? Nelle
tue mani rimetto il mio spirito » (cosí Davide Re, morente, Schnitt), Talora
sì anticipa la morte: « la morte è già dentro di lei, dentro il suo corpo
dormiente » (Pirandello). I piú guardano alla morte, in quanto fine della
vita, fine lenta o repentina (Tildier), spesso come ad inizio dell’al di là o
dell'eternità: la morte deve segnare l'inizio dell'eternità (Pascal). I
filosofi, del pari, ravvisano nella morte il segnale per il passaggio da uno
stato all'altro, che dura un attimo (Davíd Hume) ma fissano pure ciò che
accade in punto di morte: è morte il venir fuori dello Spirito (Hegel). Secondo
la teologia cattolica la morte consiste nella separazione dell'anima immortale
dal corpo.
Sembra di potersi pensare che, dunque, la morte non è nella vita e che essa,
anche se può presentarsi come subitanea o improvvisa, in realtà si evolve in
modo latente (Bronardel) ed anche nei casi di eventi fulminai lascia sempre un
momento del tempo tra la sua causa (ferimento, ictus) e l'ultimo sospiro che è
l'arresto dei battiti del cuore (cor ultimum moriens).
Pertanto, vi è sempre un momento in cui, sia pur per un ultimo barlume di
coscienza, nell'attimo che la separa dalla vita, la vittima si sente colpita
nello spirito, per la consapevolezza del prossimo, terribile morire (Fielding)
dovuto all'ingiustizia altrui. avvertendo il tragico distaccarsi dalla vita e la
perdita, con questa, di ogni cosa diletta piú caramente e, nel distacco amaro e
tormentato, la prossima separazione dai suoi cari, da questa «bella d'erba
famiglia e d'animali », dalle « dolci armonie» (Foscolo). La Società non
può non tener conto di tanto ingiusto soffrire e di così dolorosa perdita, in
omaggio alla vittima e a condanna del responsabile.
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