G. Cantoni, Aspetti in ombra della legge sociale dell’islam (per una critica della vulgata “islamicamente corretta”), Cristianità, Caltanissetta, 2000.

 

L’islamismo è  un sistema insieme religioso e politico, una rivelazione religiosa che intende farsi comunità politica, vuole inverarsi in (o negli) stati. E di fatto oggi raggiunge questo suo obbiettivo in crescente  numero di  ordinamenti, manifestando una forte capacità espansiva.

 Questo crea una oggettiva difficoltà nei rapporti fra la comunità mussulmana e lo stato laico che costituisce oggi  il comodo contenitore ove coesistono le comunità religiose occidentali (Cfr. Baget-Bozzo,. Di fronte all’Islam - il grande conflitto, Marietti, Genova, 2001; il punto viene in evidenza anche nelle –molto diplomatiche- risposte alle non meno diplomatiche domande di Montefoschi  e Nikrenstein  al professore mussulmano Mustafa Abu Sway in Un solo Dio, Milano, 2001) .

Nello stato laico moderno sono ormai acquisiti il principio di uguaglianza ed una ampia libertà di coscienza; è comunemente accettato che le controversie relative ai contenuti delle leggi siano risolte attraverso il voto popolare, lasciando se possibile ai dissidenti una via  per sfuggire in qualche misura alla applicazione delle leggi sgradite, invocando l’obbiezione di coscienza.

In questo sistema giuridico hanno oramai –in linea di massima- trovato pacifica sistemazione le comunità religiose ebraiche e cristiane.

Del resto, l’ebraismo biblico, pur presentandosi come portatore di verità universalmente valide, intende organizzare  la vita politica di un  popolo  abituato da secoli a costituire una minoranza, e quindi a temere l’intolleranza più che a praticarla. Solo all’interno dello Stato di Israele il fodamentalista ebraico che pretenda di applicare alla lettera le norme contenute nelle Sacre Scritture, potrà in qualche modo ledere la libertà di coscienza altrui o disconoscere il principio di uguaglianza.

A sua volta, il Vangelo è sì rivolto a tutti gli uomini, ma non contiene in sé un sistema giuridico-politico, bensì soltanto –secondo la concezione cattolica- la istituzione di un comunità religiosa (Chiesa) distinta dallo Stato.

Le principali istituzioni cristiane hanno poi da tempo accettato i principi di uguaglianza e di libertà, pur non rinunciando alla intenzione di ispirare leggi conformi al messaggio divino di cui sono portatrici.

Inoltre il fodamentalista cristiano per costruire un sistema di intolleranza religiosa deve richiamarsi a considerazioni logico-sociologiche, o al primo Testamento, nel Vangelo non troverà alcun punto consistente d’appoggio per  la persecuzione  (anzi piuttosto troverà l’invito contrario). Il Vangelo consente solo di espellere dalla comunità religiosa i colpevoli di taluni fatti, o  minaccia  per loro di una pena  ultraterrena.

Questo non ha certo impedito ai cristiani (tra cui San Tommaso e Sant’Agostino)  di teorizzare l’intolleranza (Cfr. Bellini, La coscienza del principe, Giappichelli, Torino, 2000, 288 e ss). Ma Erasmo da Rotterdam ha potuto agevolmente ridicolizzare coloro che volevano vedere nella frase di Cristo “chi ha un mantello lo venda e acquisti una spada” (Lc 22,36), un invito alla guerra santa. E con perfetta coerenza evangelica il Cristo di Giovannino Guareschi risponde a Don Camillo che invoca le folgori divine contro su un oratore comunista: “Don Camillo, non posso, è una questione di coerenza, se non ho folgorato chi mi inchiodava sulla croce, come potrei folgorare.chi ti disturba?”.

Il mussulmanesimo tende invece ancor oggi a coinvolgere tutta l’umanità, anche i non credenti (o coloro che non credano più), in un sistema giuridico delineato direttamente dal testo sacro.

Questo sistema pone fra i suoi elementi fondanti il ripudio della libertà di coscienza almeno quale noi la concepiamo nel nostro mondo occidentale.

Uno dei punti costitutivi della libertà di coscienza, cioè la “libertà di cambiare di religione o di credo” (art. 18 della dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, inserita su proposta del cristiano  Charles Habib Malik, ambasciatore del Libano)  è espressamente respinto dal Corano, con un precetto non di carattere meramente spirituale, ma  di contenuto squisitamente giuridico. L’islamico che ripudi la sua fede è soggetto secondo la interpretazione più rigorosa alla pena di morte, secondo le tesi più permissive ad un insieme di sanzioni di pesante impatto sociale.

Cook, (Il Corano, Einaudi, Torino, 2001, 49) riferisce delle dure persecuzioni cui sono andati soggetti professori universitari “dissenzienti” dalla classica interpretazione del Corano in un paese relativamente libero come l’Egitto (uno di costoro aveva dubitato della esistenza dei geni o ginn).

Questa situazione rende ad esempio  estremamente difficile –per non dire impossibile- l’apertura di nuovi templi cristiani nei paesi islamici.

Quanto ai non mussulmani che vivano all’interno di uno stato islamico, essi possono ottenere una forma di tolleranza (almeno quando non siano idolatri, ma appartengano ad uno dei “popoli del libro”, siano cioè ebrei o cristiani), ma la loro partecipazione –su un piede di parità- al governo politico dello Stato sembra esclusa. Non mancano poi gli stati islamici come l’Arabia Saudita e l’Afganistan ove è vietato il semplice culto cristiano; ed il fatto assume notevole peso specie in Arabia Saudita ove vivono e lavorano molti cristiani, spesso privi di adeguata tutela diplomatica. Forse la norma ha minore rilievo pratico  in Afganistan ove certo ben pochi cristiani hanno occasione di recarsi;  ma i giornali dei  primi di  agosto del 2001 hanno parlato dell’arresto in Afganistan di alcuni operatori occidentali addetti ad un programma di aiuti, accusati di aver sottoposto ad una famiglia mussulmana un CDRom sul cristianesimo, dell’arresto dei membri di quella famiglia, dell’invio in riformatorio di una cinquantina di bambini per essere “purgati” di ogni influenza cristiana (cfr. in particolare lo “International Herald Tribune” del 9  e del 10 agosto 2001).  

Per quanto attiene ai paesi occidentali, la presenza al loro interno di comunità mussulmane che pretendano di autoorganizzarsi pone dunque un quesito: se sia possibile ottenere da queste comunità una accettazione, almeno pragmatica, dello stato laico, che forzatamente non riconosce, anzi ripudia alcuni dei principi affermati nel Corano, almeno così come finora interpretato.

Sono problemi molto simili a quelli sorti nel secolo scorso nei rapporti fra Chiesa cattolica e stato laico, per i mussulmani –come già ricordato- aggravati dalla diretta derivazione di taluni principi confessionali da un testo sacro che vuole  anche essere legge giuridica di validità universale.

Il nodo più delicato sembra essere costituito dalla libertà di coscienza con le sue implicazioni; mentre sembra i mussulmani non rivendichino più il riconoscimento legale della poligamia. E  in ogni caso non riesco a capire perché stati che consentono il matrimonio fra omosessuali debbano proibire la poligamia e la poliandria (un accostamento fra i due istituti mi sembra sia ragionevolmente ipotizzato da   W. R. Mattox j. In Usa To Day 22 agosto 2001, come noto in Usa il problema della poligamia si manifesta nei confronti dei mormoni fedeli al primitivo insegnamento della loro setta).  La tolleranza può infatti costituire solo fino ad un certo punto il surrogato della uguaglianza e della libertà specie nelle ipotesi di matrimoni misti, da  cui nascano figli. Ed ulteriori snodi delicati sono costituiti ad esempio dalla adozione di bambini mussulmani da parte di cristiani, consentita dalle nostre leggi ma fieramente avversata dai mussulmani.

Sullo sfondo resta il punto di fondo, e più ostico: il reciproco riconoscimento di una pari dignità di tutti gli uomini e del reciproco rispetto delle confessioni religiose che determini un giudizio negativo circa il trattamento riservato ai cristiani in molti paesi mussulmani, circa gli strumenti violenti con cui il mussulmanesimo tende a diffondersi nelle aree geografiche ove dispone di una superiorità sul piano militare (Molucche, Sudan ..) Occorre dunque al ripudio da parte dei cristiani delle guerre sante, delle crociate, faccia seguito il ripudio da parte islamica della Jihad. Ed il raggiungimento di simile obbiettivo appare oggi piuttosto remoto,anche perché, a quel che sembra, le istituzioni mussulmane appaiano ben poco interessate al dialogo interconfessionale, che viene portato avanti da singoli, si pur prestigiosi, esponenti di quel mondo, sovente combattuti ed isolati nella società in cui vivono.

A ragione dunque il Cardinale di Bologna   in una sua recente lettera pastorale ha sottolineato che “il caso dei musulmani va trattato con una particolare attenzione. Essi hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino ad ammettere e praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione ri­gorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se di solito a proclamarla e farla valere aspettano prudentemente di essere diventati preponderanti”.  E senza dubbio si attua un'intrusione lesiva della libertà di coscienza dei cattolici  “per esempio, quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici, cari alla stragrande maggioranza, per la presenza di alcuni alunni di altre religioni”  (Giacomo Card.Biffi, La città di S.Petronio nel 3° millennio- nota pastorale 12 settembre 2000, Bologna 2000)