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“Io
sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per
rendere testimonianza alla Verità”(Gv.
18, 37); queste sono le parole che Gesù pronunzia dinanzi al suo giudice,
Ponzio Pilato.
La verità: è questo il tormento di ogni
giudice; come fare per avvicinarsi il più possibile al vero e rendere
giusta la sentenza emessa.
Seguire l’esempio di Pilato e chiedersi,
senza però ricercare una risposta, che cosa sia la verità, oppure
comportarsi come il centurione sotto la croce: osservare con umiltà il
reale e trarne il giudizio:“Veramente quest’uomo era il figlio di
Dio!”.
Quale umiltà, e soprattutto, quando
l’umiltà è condizione per la conoscenza e, quindi, per il retto giudizio?
“Guai a quel giudice
–ha scritto tempo fa un magistrato- che
a somiglianza del fariseo di fronte al pubblicano è soddisfatto della sua
sentenza perché sente di essere un uomo giusto di fronte a una schiera
illimitata di peccatori. Pessime sarebbero le sentenze pronunziate con
tale spirito, che è quello vuoto del vanitoso, superbo peccatore. Saggio
invece quel giudice che farà sentire alle parti come la sua decisione,
inflessibile ed equilibrata, rispecchia il profondo sentimento cristiano
dell’amore, perché egli non si sente affatto dissimile da coloro che
giudica”.
L’umiltà del giudice postula, dunque,
umanità.
L’umanità intesa non come vuota clemenza,
lavacro delle proprie e delle altrui colpe, ma come abito mentale,
abitudine a tener presente che la legge è per l’uomo e non l’uomo per
la legge (Pio XII).
E porre l’uomo al di sopra delle leggi
scritte, significa innanzitutto riconoscere i limiti propri e quindi
quelli delle persone da giudicare; ma vuol dire anche sacrificare le
libertà degli uomini se e nella misura in cui ciò sia giustificato dal
diritto, così come non applicare la legge ingiusta e smettere la toga se
le norme comprimono, senza giustificazione, i diritti che ciascuno porta
scritti dentro di sé.
Che fare, allora?
Come acquisire, cioè, questo abito, che è,
in definitiva, il modo stesso di essere del giudice?
“Il magistrato è ottimo –è stato
detto- quando si affidi alla diligenza più che all’ingegno per
avvicinarsi alla verità”.
Quanto poco esaltante, all’apparenza, è
una prospettiva di tal fatta.
Ma quanto impegnativa!
E’ il giudice diligente, infatti, che
matura la capacità di accostarsi con rispetto ai fatti, al processo, alle
parti; e così facendo si spoglia dei propri pre-giudizi, del proprio senso
di onnipotenza, combatte l’ipertrofia dell’io e riduce al massimo
l’erroneità del giudizio.
Ugo Betti, in Corruzione a Palazzo di
Giustizia, ci ha dato un ritratto, davvero mirabile, di vecchio
magistrato sul finire della carriera: “Per lunghi anni, ascoltando in
silenzio molte bugie, essi hanno esaminato azioni umane di straordinaria
sottigliezza e perfidia. La loro esperienza è immensa. La gente vede,
oltre il tavolo, dei signori un po’ logorati e cerimoniosi. Ma in realtà
(…) sono dei lottatori (…).
Generalmente hanno il sonno difficile,
e così…covano le loro idee a lungo. Sono capaci di ascoltare attentamente,
tenaci, prudentissimi”.
Dunque: umiltà tenace; è questa la strada.
Come fare, però, per conservare quest’abito,
farlo diventare uno stile di vita professionale?
Conservando intatta la sofferenza del
giudicare.
“E’ questo monologo interiore
–ha scritto non un magistrato-
che nobilita il giudice anche nell’errore. Quando le cause non passano più
per i punti obbligati della scienza e della coscienza, il magistrato
diventa un funzionario come tanti. La sua fatica si riduce nel saper
aprire il codice alla pagina giusta. Il codice diventa il libro dei libri,
l’enciclopedia di Stato dei delitti e delle pene”.
Disporre dell’onore, della libertà, degli averi, dell’avvenire, della vita
dei propri simili; basterebbe riflettere, solo per un attimo, sugli
effetti del giudicare, per esclamare, da un lato: quali funzioni sublimi!,
ma dall’altro: quali terribili compiti!
Allora, la sofferenza del giudicare è, forse, condizione prima per
maturare la capacità di accostarsi il più possibile al vero, per la
capacità stessa di giudicare.
Smarrire questa sofferenza,
cloroformizzarla, o, peggio ancora, esorcizzarla piegando il giudizio al
perseguimento di un obiettivo ritenuto superiore per ideologia o per
interesse, è il dramma del giudice, la vera questione morale della
magistratura.
Per il giudice cattolico, vi è un
sollievo; egli sa che quella sofferenza, che lo accompagnerà durante tutta
la vita, non è senza significato; riparare, per quanto è dato alla sua
condizione di creatura, l’oltraggio alla Verità compiuto da Ponzio Pilato,
nella certezza che alla fine la Giustizia, quella Vera, trionferà.
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