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edizioni
Dehoniane Bologna, 2000
da
pag. 21 a pag. 26
cfr.
sul tema:
Le sfide del nostro tempo
36. Le
"difficili sfide del nostro
tempo" sono già in atto, e la città
di san Petronio deve commisurarsi con loro senza panico e senza superficialità:
i generici allarmismi non servono; ma tanto meno servono le banalizzazioni
ansiolitiche e le giulive minimizzazioni.
Riuscirà Bologna anche nel Terzo Millennio -e a che prezzo e con
quali efficaci accorgimenti- a conservare la propria identità, a
svilupparsi secondo la sua vocazione umana e cristiana, a irradiare ancora nel
mondo la sua civiltà?
"Troverà
il Figlio dell'uomo alla Sua venuta fede sotto le Due Torri?" (cf. Lc
18,8): I'inquietante interrogativo, che Gesù ha lasciato senza risposta, ci
aiuterà -così attualizzato- a proseguire nella riflessione con la
necessaria serietà.
Le
"sfide" che già ci sovrastano sono
principalmente due: il crescente afflusso di genti che vengono a noi da paesi
lontani e diversi; il diffondersi di una cultura non cristiana tra le
popolazioni cristiane. Ne trattiamo distintamente nella forma più chiara e
succinta possibile.
1. La questione dell'immigrazione
Una sorpresa
37. Dobbiamo riconoscere che il fenomeno di una massiccia immigrazione ci
ha colti un po' tutti di sorpresa.
E stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l'impressione di
smarrimento e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire
razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli
ambiti propri di un'ordinata convivenza civile.
E sono state colte di sorpresa anche le comunità cristiane ammirevoli in
molti casi nel prodigarsi ad alleviare disagi e pene, ma sprovviste finora di
una visione non astratta, non settoriale, abbastanza concorde. Le generiche
esaltazioni della solidarietà e del primato della carità evangelica - che in sé e in linea di principio sono legittime e anzi doverose- si
dimostrano piuttosto bene intenzionate che utili quando non si confrontano
davvero con la complessità del problema e la ruvidezza della realtà
effettuale.
L'annuncio del Vangelo
38. Deve essere ben chiaro che non è di per sé compito della Chiesa
come tale risolvere ogni problema sociale che la storia di volta in volta ci
presenta. Le nostre comunità e i nostri fedeli non devono perciò nutrire
complessi di colpa a causa delle emergenze imperiose che essi con loro forze non
riescono ad affrontare. Sarebbe un implicito, ma comunque grave e intollerabile
il credere che le aggregazioni ecclesiali possano essere
responsabilizzate di tutto. Compito nostro inderogabile è invece l'annuncio del
Vangelo e l'osservanza del comando dell'amore.
39. Prima di tutto l'annuncio del Vangelo. Dovere statutario della Chiesa
Cattolica, e in essa di ogni battezzato, è di far conoscere a tutti
esplicitamente Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, oggi
vivo e Signore dell'universo, unico Salvatore dell'umanità intera.
Tale missione può essere efficacemente coadiuvata, ma non può essere in
alcun modo surrogata da qualsivoglia attività assistenziale. Essa suppone la
nostra attitudine al dialogo sincero, aperto, rispettoso con tutti, ma non può
mai risolversi nel solo dialogo. Può essere favorita dalla nostra conoscenza
oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera soltanto quando noi riusciamo a
portare all'esplicita conoscenza di Cristo quei nostri fratelli, che
sventuratamente ancora non ne sono beneficiati.
Non bisogna poi dimenticare che l'azione evangelizzatrice è di sua
natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari:
"predicate il Vangelo ad ogni creatura"
(cf. Mc 16,15), ci ha detto
il Risorto. E non è mai giustificata una rassegnata rinuncia a questo
proposito, nemmeno quando, umanamente parlando, sembri poco prevedibile il
conseguimento di qualche risultato positivo: chi crede nella forza sovrumana
dello Spirito Santo, non desiste mai dall' annunciare la strada della salvezza.
40. E molto importante infine che tutti i cattolici si rendano conto di
questa loro indeclinabile responsabilità, che essi hanno nei confronti di tutti
i nuovi arrivati (musulmani compresi).
Per essere però buoni evangelizzatori essi devono crescere sempre più
nella gioiosa intelligenza degli immensi tesori di verità, di sapienza, di
consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è un'effusione di luce
divina, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle
varie religioni e dall'Islam; e noi siamo chiamati a renderne partecipi
appassionatamente e instancabilmente tutti i figli di Adamo.
41. Senza dubbio dovere nostro è anche l'esercizio della carità
fraterna. Di fronte a un uomo in difficoltà - quale che sia la sua razza, la
sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza- i discepoli di
Gesù hanno l'obbligo di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro
concrete possibilità. Di questa responsabilità noi siamo tenuti a rendere
conto al Signore; ma solo a lui, e a nessun altro.
Approccio realistico
42. Nel variegato panorama dell'immigrazione, le comunità cristiane non
possono non valutare attentamente i singoli e i diversi gruppi, in modo da
assumere poi realisticamente gli atteggiamenti più pertinenti e opportuni.
Agli immigrati cattolici - quale che sia la loro lingua e il colore della
loro pelle- bisogna far sentire nella maniera più efficace che all'interno
della Chiesa non ci sono
: essi a pieno titolo entrano a far parte della nostra famiglia di
credenti e vanno accolti con schietto spirito di fraternità. Quando sono
presenti in numero rilevante e in aggregazioni omogenee consistenti, andranno
sinceramente incoraggiati a conservare la loro tipica tradizione cattolica, che
sarà oggetto di affettuosa attenzione da parte di tutti.
Ai cristiani delle antiche Chiese orientali, che non sono ancora nella
piena comunione con la sede di Pietro, esprimeremo simpatia e rispetto. E, in
conformità agli accordi generali e secondo l'opportunità, potremo favorirli
anche dell'uso di qualche nostra chiesa per le celebrazioni.
Gli appartenenti alle religioni non cristiane vanno amati e, quanto è
possibile, aiutati nelle loro necessità. Non va però in nessun modo disatteso
quanto è detto nella Nota CEI del 1993: “Le comunità cristiane, per
evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono
mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese,
cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati
alle attività parrocchiali» (Ero forestiero e mi avete visitato 34).
Considerazione generale
43. Possiamo aggiungere un'annotazione, che riguarda da vicino
soprattutto il comportamento auspicabile dello Stato e di tutte le varie autorità
civili.
I criteri per ammettere gli immigrati non possono essere solamente
economici e previdenziali (che pure hanno il loro peso).
Occorre che ci si preoccupi seriamente di salvare l'identità
propria
della nazione. L'Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia,
senza tradizioni vive e vitali, senza un'inconfondibile fisionomia culturale e
spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio
tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.
In vista di una pacifica e fruttuosa convivenza, se non di una possibile
e auspicabile integrazione, le condizioni di partenza dei nuovi arrivati non
sono ugualmente propizie. E le autorità civili non dovrebbero trascurare questo
dato della questione.
In ogni caso, occorre che chi intende risiedere stabilmente da noi sia
facilitato e concretamente sollecitato a conoscere al meglio le tradizioni e
l'identità della peculiare umanità della quale egli chiede di far parte.
44. Sotto questo profilo, il caso dei musulmani va trattato con una
particolare attenzione. Essi hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui
poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile
col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino ad ammettere
e praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente
integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra
religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile,
anche se di solito a proclamarla e farla valere aspettano prudentemente di
essere diventati preponderanti.
Mentre spetta a noi evangelizzare, qui è lo Stato - ogni moderno Stato
occidentale - a dover far bene i suoi conti.
Cattolicesimo "religione nazionale storica"
45. Da ultimo, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il
cattolicesimo - che non è più la
"religione ufficiale dello Stato"- rimane
nondimeno la "religione storica"
della nazione italiana,
oltre che la fonte precipua della sua identità e l'ispirazione determinante
delle nostre più autentiche grandezze.
Perciò è del tutto incongruo assimilarlo alle altre forme religiose o
culturali, alle quali dovrà sì essere assicurata piena libertà di esistere
e di operare, senza però che questo comporti o provochi un livellamento
innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra
civiltà.
Va anche detto che è una singolare concezione della democrazia il far
coincidere il rispetto delle minoranze con il non rispetto delle maggioranze,
così che si arriva di fatto all'eliminazione di ciò che è acquisito e
tradizionale in una comunità umana. Si attua un' "intolleranza
sostanziale"
, per esempio, quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi
cattolici, cari alla stragrande maggioranza, per la presenza di alcuni alunni di
altre religioni.
2. Il diffondersi di una cultura non cristiana
46. Più dell'immigrazione, ci interpella e ci sollecita a una risposta
il diffondersi tra le popolazioni di antica fede cristiana, come la nostra, di
una diffusa indifferenza. Il fenomeno -è evidente - non riguarda solo Bologna: ha dimensioni
continentali e addirittura planetarie.
La cultura estranea al cristianesimo
47. C'è prima di tutto una cultura che, pur non essendo nativamente e
programmaticamente ostile alla visione cristiana, prescinde da essa ed è ad
essa estranea.
C'è, per esempio l'affermarsi di una razionalità scientifico-
tecnologica, intesa a elaborare un pensiero funzionale e operativo, che
implicitamente censura ogni approccio alla verità in se stessa.
C'è in campo economico e sociale l'emergenza di una
"globalizzazione"
la quale non può non
preoccupare per le sue possibili conseguenze sul mondo del lavoro che di fronte
agli anonimi potentati finanziari rischia di incorrere in un invincibile stato
di alienazione.
C'è lo sviluppo sempre più sofisticato dei mezzi di comunicazione: esso
porta con sé il predominio di una cultura visiva e intuitiva che è prigioniera
della percezione e dell'attualità, a scapito della riflessione personale, della
memoria storica e della capacità di progettare il futuro.
C'è la ricerca di una "libertà
senza verità"
, che finisce col mortificare la dimensione etica della vita. In
conseguenza di questa libertà incondizionata e vuota di valori, I'uomo è
insidiato nella sua stessa dignità e perfino nella sua sopravvivenza: le
fantasie genetiche, il crollo della natalità, il disprezzo della vita umana
(soprattutto con la vergognosa legalizzazione dell'aborto), la glorificazione
delle devianze sessuali, la corrosione dell'istituto della famiglia e il
permissivismo dilagante ne sono i segni più manifesti.
48. Si comprende agevolmente che in questa multiforme tendenza culturale,
che per larga parte appare incontrastabile, molti aspetti non sono accettabili;
però non tutto è perverso e non tutto è irredimibile. Occorre dunque
un'abitudine alla valutazione e al discernimento che ci dica di volta in volta
che cosa si possa accogliere, che cosa si debba apertamente contrastare e che
cosa sia plausibile orientare cristianamente; valutazione e discernimento che
dovranno obbedire non a criteri "politici"
(come la determinazione a
cercare accordi e consonanze a ogni costo), ma all'assoluta fedeltà nei
confronti dell'immutabile verità rivelata e della nostra identità di
credenti.
L'attacco esplicito al fatto cristiano
49. Oggi è in atto una delle più gravi e ampie aggressioni al
cristianesimo (e quindi alla realtà di Cristo) che la storia ricordi. Tutta
l'eredità del Vangelo viene progressivamente ripudiata dalle legislazioni,
irrisa dai "signori
dell'opinione" , scalzata dalle coscienze specialmente giovanili.
Di tale ostilità, a volte violenta a volte subdola, non abbiamo
ragione di stupirci né di aver troppa paura, dal momento che il Signore e i
suoi apostoli ce l'hanno ripetutamente preannunziata:
(lGv l,26).
Ci si può meravigliare invece degli uomini di Chiesa che non sanno o non
vogliono prenderne atto: in realtà, la sola cosa, di cui può temere chi è
ben deciso a operare nella fede, è l'insipienza dei "figli
della luce"
i quali talvolta non si
accontentano di "rallegrarsi con chi è allegro e di piangere con chi
piange"
(cf. Rm 12,15), ma finiscono
anche a smarrirsi con chi si
smarrisce.
In conclusione
50. In un'intervista di una decina d'anni fa mi è stato chiesto con
invidiabile candore: "Ritiene anche Lei che l'Europa sarà cristiana o non
sarà?"
. La risposta di allora può aiutarmi a chiarire il mio pensiero di oggi.
"Io
penso -dicevo- che l'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà mussulmana.
Ciò che mi pare senza avvenire è la "cultura del niente", della
libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come
conquista intellettuale, che sembra essere l'atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi
di mezzi e poveri di verità.
Questa "cultura del niente" (sorretta dall'edonismo e dalla
insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all'assalto ideologico
dell'Islam che non mancherà: solo la riscoperta dell"'avvenimento
cristiano" come unica salvezza per l'uomo e quindi solo una decisa
risurrezione dell'antica anima dell'Europa - potrà offrire un esito
diverso a questo inevitabile confronto».
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