Il Giudice e il Crocefisso

 

Le polemiche sull’operato del  magistrato dell'Aquila che ha ordinato la rimozione del Crocefisso dalle aule scolastiche mi hanno richiamato alla memoria la vecchia storiella di due anziani contadini che dovevano recarsi al paese vicino con un asino.

Prima era salita sull'asino la donna, e la gente aveva detto: ma che donna crudele, se ne va comodamente sull'asino mentre il povero marito che ha zappato per tante ore se ne deve andare a piedi. Sentite le critiche della gente, la donna scese dall'asino e fece salire il marito. E la gente mormorò: che cattivo marito! Se ne va comodamente sull'asino e fa fare tutta la strada a piedi alla povera moglie. I due coniugi salirono tutti e due sull'asino, e la gente commentò: come sono crudeli, si mettono in due su quel povero asinello! Allora, per non essere criticati i due coniugi decisero di andare a piedi. Ma neanche questo andò bene alla gente che diceva: che scemi! Hanno l'asino e se ne vanno tutti e due a piedi!

Anche nel caso del Crocefisso nelle scuole, qualunque soluzione fosse stata scelta, non si sarebbe salvata dalle critiche dell’opinione pubblica.

Conosciamo le critiche che sono seguite all'ordinanza di rimozione del Crocefisso.

Ma egualmente vi sarebbero state critiche se il giudice avesse deciso che sulla parete della scuola doveva restare il Crocefisso, e solo quel simbolo religioso. Infatti, si sarebbe sostenuto autorevolmente che mantenere il Crocefisso costituiva un'offesa alla libertà di culto degli stranieri e dei cittadini che professano altre religioni. Si sarebbe affermato che il giudice aveva violato il principio della laicità dello stato e vari diritti sanciti dalle norme costituzionali: eguaglianza, libertà di culto, etc.

Peggio che andar di notte, poi, se il giudice avesse deciso che accanto al Crocefisso dovessero essere inserite le immagini sacre di altre religioni (Budda, Confucio, la dea Visnù o la dea Kalì) purché tali simboli fossero di dimensioni esattamente eguali a quella del Crocefisso, per non creare ingiustificate disparità di trattamento. E magari la cornice col versetto della Sura, come pure il ricorrente del processo dell'Aquila aveva chiesto ed ottenuto in un primo momento. Questa sorta di "collezione murale" di simboli religiosi non avrebbe accontentato nessuno, perché sarebbe stata ritenuta, dagli uni e dagli altri, blasfema.

Sarebbe stato, poi, ritenuto sicuramente cervellotico e bislacco disporre l’alternanza quotidiana delle immagini di religioni diverse: il Crocefisso il lunedì, Budda il martedì, etc.

Sicché, alla fine, la migliore soluzione del caso avrebbe dovuto essere la classica soluzione "all'italiana", quale quella che è stata escogitata dalla Corte Costituzionale.

 Infatti, come ho letto in un articolo di stampa - collezionato nella rassegna del CSM - il Crocefisso dell'aula delle udienze della Corte Costituzionale non c'è più. Il giornalista autore dell’articolo aveva allora chiesto in cancelleria se ne era stata ordinata dal Presidente della Corte la rimozione e la risposta era stata: “no, è stato portato via perché rotto!”

Quanto ai veri cristiani, che il crocefisso lo portano nel cuore e nella mente ed ispira le azioni della loro vita, la controversia giudiziaria aquilana e la sua contestata soluzione, non dovrebbe avere particolare rilievo.

 

 

                                                         Vincenzo Faravino