LA TENTAZIONE DEL SERPENTE

Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!  Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male»

una pagina di Gianluigi Prato ed una pagina di Gherardo Colombo

Biblia, "Là sui fiumi di Babilonia": la Bibbia e l'impero di Nabucodonosor,  Atti del convegno di Sirmione del 25 - 27 febbraio 1999, Firenze 2000 (contributi di Frederick Mario  Fales, J. Alberto Soggin, Gian Luigi Prato,  Daniele Garrone,  Innocenzo  Cardellini,  Paolo De  Benedetti, Amos Luzzatto, Enzo Pace)  Via A. da Settimello 129 50040, Settimello (Firenze), pp 193 s.i.p.

Gherardo Colombo, Il vizio della memoria, Feltrinelli Milano, 1996

 

A pag. 76 del libro "Là sui fiumi di Babilonia",  Gianluigi Prato  sottolinea che “ uno dei tanti problemi che concernono l'esito della creazione in Gen. 2,4b-3,24 è quello relativo alla conoscenza e alla morte, che si esprime attraverso l'immagine dei due alberi del giardino. 

“Può sembrare strano inoltre che Dio all'inizio proibisca all'uomo di mangiare del primo (2,16), ma che l'uomo di fatto ne mangi e quest'albero non gli sia più vietato in seguito.  L'albero della vita, invece, all'inizio non è proibito, poiché dovrebbe far parte di quelli di cui l'uomo può mangiare (2,16), ma alla fine risulta essere l'unico a cui l'uomo viene impedito l'accesso (3,22)”.

Dunque all’uomo non è interdetta la conoscenza ma è interdetto l’albero della vita, e quindi è destinato alla morte, quella che Tolkied chiama l’amaro dono di Dio agli uomini.

Analoga situazione emerge dal mito babilonese di  Adapa e che è presente anche nel poema di Gilgamesh.

Secondo Prato lo si può riassumere lapidariamente nell'affermazione con cui inizia il racconto di Adapa in uno dei suoi testimoni letterari che lo documentano: "A lui (= ad Adapa) sapienza concesse, una vita eterna non concesse".

Anche a  Gilgamesh, del resto, viene rifiutata la possibilità di ringiovanire con l'erba rubatagli dal serpente, ma egli deve tornare alla vita normale e civile, noi diremmo nella quotidianità più usuale.  Non gli viene negato il diritto di esplorare l'universo:

  "Egli andò alla ricerca dei Paesi più lontani e  in ogni cosa raggiunse  la completa  saggezza. Egli vide cose segrete,  scoprì  cose nascoste”  

Ma alla sua ansiosa ricerca di una soluzione del problema della morte, che si concretizza poi nel viaggio (risultato vano) verso l'eroe Utanapishtim, sopravvissuto al diluvio, la taverniera risponde con le  parole che formano quasi la sintesi dell'intero poema:

  "Gilgamesh, dove stai andando?  La vita che tu cerchi, tu non la troverai.  Quando gli dèi crearono l'umanità, essi assegnarono la morte per l'umanità, tennero la vita nelle loro mani.  Così, Gilgamesh, riempi il tuo stomaco, giorno e notte datti alla gioia, fai festa ogni giorno.  Giorno e notte canta e danza, che i tuoi vestiti siano puliti, che la tua testa sia lavata: lavati con acqua, gioisci del bambino che tiene (stretta) la tua mano, possa tua moglie godere al tuo petto: questo è retaggio" (Tavoletta di Berlino e Londra 60-75).

 Dunque l’uomo possiede la conoscenza del bene e del male, e la possibilità di fare il  male, ma incombe su di lui la coscienza della morte, ciascuno alimenta nel suo cuore la segreta speranza di essere l’unico a non morire.

Il desiderio di “farsi dio” e divenire così immortale attraverso l’esercizio arbitrario del potere è secondo questa bella pagina di Gherardo Colombo (Il vizio della memoria, pag. 166)  la radice del peccato del male:  

Nelle campagne intorno Milano ho visto le celle attrezzate per segregare ostaggi.  Loculi angusti, cunicoli di nudo cemento, corridoi di tre metri per niente, scavati sotto terra, nei quali è impossibile ergersi in piedi, che hanno costituito per mesi l'intero universo dei segregati.  E se non bastasse, la psiche di questi sottoposta a continue torture, per ottenerne la soggezione completa.  E non capivo il comportamento normale dei carcerieri, nel vivere la vita di tutti i giorni come se nulla esistesse.  Alzarsi, accudire le vacche, lavorare nei campi, tornare, pranzare, uscire di nuovo, tornare, cenare, badare ai bambini, coricarsi con le proprie consorti, e come intermezzo aprire una botola, calarsi in un buco profondo, bussare a una porta, imporre all'ostaggio di impedirsi la vista, porgergli il pranzo, richiudere la porta, tornare al livello del suolo, e chiudere la botola, celarla agli sguardi indiscreti, e poi continuare la vita normale, proprio come se nulla d'altro esistesse.  E anche al processo, normali, senza alcuna vergogna, senza un ripensamento, un gesto di scusa.

Non capivo più tardi, da giudice istruttore, gli intrighi e gli inganni, l'occulto, i ricatti di cui si nutriva la loggia P2.  Non capivo la bramosia, il compromesso, lo scavalcare qualunque valore, qualunque rispetto di sé e degli altri, pur di ottenere, e poi mantenere, denaro e potere. E ancora non capivo Sindona, gli allettamenti prima, le minacce, gli attentati e infine la morte, l'omicidio gratuito, per conservare cose già perse.

Non capivo i comportamenti ambigui di vari colleghi, che parevano non accorgersi, non vedere, non comprendere, non collegare, non dedurre, non essere curiosi, non interessarsi, non avere stimoli nella ricerca, e concludevano sminuendo, minimizzando, sorvolando, archiviando.

Dietro a tutti il potere, la voglia, la fame di denaro e insieme di potere. 0 il desiderio di compiacere il potere, come in un anelito a esserne contagiati.

Non capivo.  Non so se adesso ho capito davvero, mettendo in relazione il potere e la morte.  

La percezione di essere finiti, del destino di dovere morire; la disperazione, l'impulso di voler fuggire la morte; l'immaginazione; e la nostra parte selvaggia rifiuta, cerca una strada per negare la morte.

La morte è annunciata in ogni vivente, ciascuno la vede, come anticipazione della propria sorte, in ogni essere umano, ed è consapevole della sua ineluttabilità.

Non è possibile imbrogliarsi, mentirsi quanto al destino degli altri.  Per quanto si ricorra alla fantasia e all'immaginario, non si può eludere, non si può nascondere una circostanza che viene confermata ogni giorno dall'informazione, dalla perdita di amici, dal venir meno delle persone più vicine e più care.  Ma per la morte propria è diverso, non avendola mai sperimentata.

  L:irrazionale si divincola dall'esperienza degli altri.  Quasi inconsapevolmente partorisce un'inesistente via di salvezza.  Respinge la constatazione più semplice, che le persone che ci circondano muoiono tutte.  E si chiede se gli toccherà lo stesso destino.  Qui si insinua l'assurdo: ma io, io sono proprio uguale agli altri?

Se si riconosce la nostra uguaglianza, non c'è via di scampo.

Subdolamente, qui si insinua il potere. l:unica speranza di salvezza si fonda sul disconoscere quell'uguaglianza: chi può di più, chi ha più potere, è diverso dagli altri.  Tanto più se può condizionarli, comandarli, soggiogarli.  Diventa evidente, manifesto: può quello che gli altri non possono.

Tanto maggiore è il potere, tanto più grande è il distacco, la differenza.  Chi può determinare il destino degli altri, mentre questi non possono determinare il suo, appare a se stesso diverso.  Il potere avvicina alla condizione di Dio, fa più simili a lui, che determina il destino degli uomini, a Dio che è immortale.  La corsa al potere è la corsa verso l'illusione di essere immortali.

Ma quale potere?  Il potere derivante da una carica, temporaneo, che passa, che si trasferisce ad altri ciclicamente, il potere governato da regole, sottoposto a controlli, i quali in qualsiasi momento possano evidenziare gli abusi, le distorsioni e gli eccessi, insomma, il potere legale di un moderno stato di diritto?

No. Quel potere non rende sufficientemente diversi.  La differenza sta proprio nella possibilità di fare quello che gli altri non possono, nel non essere sottoposti a controlli: nell'uso arbitrario di tale potere; nel rifiutare di essere sottoposti alle regole.

Alla fine, a render diversi è l'arbitrio, meglio ancora se ammesso e consentito da chi lo subisce.  Che gli altri vedano, capiscano, e condividano quell'esser diversi.  Perché se esiste anche per gli altri, allora la differenza è vera, e diverse potranno essere anche le conseguenze del proprio essere umani.  L’ affannosa ricerca del potere si identifica con l'ultima, la più grande ribellione alla condizione dell'uomo, la più ottusa.

 

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