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1. Etica e ragion di Stato.
“Tu
sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d`Israele, tu splendido
onore della nostra gente. Tutto questo hai compiuto con la tua mano,
egregie cose hai operato per Israele, di esse Dio si è compiaciuto. Sii
sempre benedetta dall`onnipotente Signore”. Con queste parole cui
tutto il popolo d’Israele risponde “Amen!”,
il sommo sacerdote Ioakìm, e il consiglio degli anziani degli
Israeliti, rendono omaggio
a Giuditta, dopo la sua impresa ai danni di Oloferne.
Si
tratta di un’impresa che di per sè non appare oggettivamente
apprezzabile. E da cui mi par logico prender le mosse per una riflessione
sui rapporti fra morale e “ragion
di Stato” ; per domandarsi se ed
in qual misura l’esigenza di fronteggiare il male, consenta l’uso di
mezzi che al male stesso
possono essere in qualche misura assimilati.
Quando
riceve l’elogio che ho dianzi riportato, Giuditta ha appena messo nel
sacco quel giuggiolone di Oloferne, che sedotto dalla
bellezza di lei ed ingannato con la speranza di apprendere
i segreti degli israeliti, la ha accolta con cortesia ed un certo
rispetto. Oloferne la ha desiderata perché lei ha spregiudicatamente
mirato a sedurlo, presentandosi a lui coperta di profumo, indossando uno
splendito abito di lino e coperta di
più gioielli; ma
non ha esercitato su di lei, inerme ed indifesa all’interno del capo
assiro, nessuna violenza.
Giuditta
gli ha mentito senza pudore,
dicendogli “Io non dirò il falso al mio signore in questa
notte
Certo, se vorrai seguire le parole della tua serva, Dio agirà
magnificamente con te e il mio signore non fallirà nei suoi progetti.
Perché, per la vita di Nabucodònosor, re di tutta la terra, e
per la potenza di lui che ti ha inviato a riordinare ogni essere
vivente, non gli uomini soltanto per mezzo tuo lo servono, ma (niente
po' po' di meno!) anche le bestie selvatiche e gli armenti e gli uccelli
del cielo vivranno in grazia della tua forza per l`onore di Nabucodònosor
e di tutta la sua casa. Abbiamo già conosciuto per fama la tua saggezza
e le abili astuzie del tuo genio ed è risaputo in tutta la terra che tu
sei il migliore in tutto il regno, esperto nelle conoscenze e
meraviglioso nelle imprese militari”; e gli promette che
gli rivelerà il momento in cui gli Israeliti nutrendosi delle
offerte consacrate avranno perso il favore di Dio con queste parole
“la tua serva è religiosa e serve notte e giorno al Dio del cielo.
Ora io intendo restare con te, mio signore, ma uscirà la tua serva di
notte nella valle; io pregherò il mio Dio ed egli mi rivelerà quando
essi avranno commesso i loro peccati. Allora verrò a riferirti e tu
uscirai con tutto l`esercito e nessuno di loro potrà opporti
resistenza. Io ti guiderò attraverso la Giudea, finché giungerò
davanti a Gerusalemme e vi porrò in mezzo il tuo trono. Tu li potrai
condurre via come pecore senza pastore e nemmeno un cane abbaierà
davanti a te. Queste cose mi sono state dette prima, io ne ho avuto la
rivelazione e l`incarico di annunziarle a te”.
E’
un discorso menzognero ed abile; con cui Giuditta si legittima non come
una volgare traditrice del suo popolo, ma come una perfetta
“collaborazionista”, che trova cioè proprio nelle concezioni
religiose del popolo ebraico le ragioni di un trionfo assiro. Le
argomentazioni di Giuditta appaiono tanto più gradite (e perciò
credibili) ad Oloferne perché poggiano
sullo stesso presupposto del discorso di
Achior; anche Achior
aveva ricordato agli
assiri che gli
israeliti non
potevano essere vinti finchè rimanevano fedeli al patto con Dio; ma ne
aveva tratto una previsione di sconfitta per Oloferne .
Achior
aveva detto al potente Oloferne una sgradita verità, mentre
Giuditta gli somministra un misto di lusinghe iperboliche e
di gradevoli menzogne, condite con il suo fascino femminile. Ed
è notorio che “veritas odium parit”, mentre la menzogna…
Il
buon Oloferne viene convinto
dalla parlantina di Giuditta,e dalla esplicita disponibilità della
donna a congiungersi con lui. Quindi resta solo nella tenda con la pia
vedova ed ubriaco si addormenta. Allora lei prega:
“Signore, Dio d`ogni potenza, guarda propizio in quest`ora
all`opera delle mie mani per l`esaltazione di Gerusalemme. E` venuto il
momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per
la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi”. Quindi avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte
del capo di Oloferne, ne stacca la scimitarra di lui; ed accostatasi al
letto, afferra la testa di lui per la chioma e dice: “Dammi forza,
Signore Dio d`Israele, in questo momento”. E con tutta la violenza
di cui è capace lo colpisce due volte al collo e gli stacca la
testa, che consegna
alla sua ancella, la quale la mette nella bisaccia dei viveri.
Quindi escono tutt`e due per
la preghiera; attraversano il campo, fanno un giro nella valle,
salgono sul monte verso Betulia e giungono allegre e trionfanti
alle porte della città.
La
esposizione della testa dell'ingenuo Oloferne getterà nel panico i suoi
soldati, e guadagnerà a Giuditta, vera antesignana del Mossad, oltre
alla qualifica di prima femminista della storia,
la ammirazione delle generazioni future, l’onore di aver
intitolato un libro delle Sacre Scritture, nonchè un considerevole
numero di proposte di matrimonio.
L'episodio di Giuditta ricalca poi in qualche misura
quello della buona Giaele che alletta il generale cananeo Sisara
fuggiasco con queste
parole: “Fermati, mio signore, fermati da me: non temere”, lo
nasconde con una coperta, e dopo che il povero
Sisara sfinito si è addormentato
gli conficca un picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in
terra. "Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì"
(Giudici 4,22).
Anche Giaele si merita l'encomio del Giudice Debora e
di Barak: "Sia
benedetta fra le donne Giaele /la moglie di Eber il Kenita/ benedetta
fra le donne della tenda! / Acqua egli chiese, latte essa diede
/ in una coppa da principi offrì latte acido. / Una mano essa
stese al picchetto / e la destra a un martello da fabbri, /e colpì
Sisara, lo percosse alla testa, /ne fracassò, ne trapassò la tempia.
/Ai piedi di lei si contorse, ricadde, giacque; / ai piedi di lei si
contorse, ricadde, / dove si contorse, là ricadde finito".
Certo analoghi comportamenti tenuti per un fine anche
lecito, ma meno nobile, avrebbero reso Giuditta e Giaele meritevoli del
disprezzo che colpisce Dalida; se non addirittura dell'orrore che
proviamo avanti all'assassinio del buon re Duncano per mano di Macbeth.
Ma allora i
racconti di Giuditta e Giaele non precorrono Machiavelli?.
Giuditta
e Giaele esercitano appieno la "virtù" così come esaltata
dal Machiavelli: allo scopo di garantire la sicurezze dello Stato
agiscono con l'astuzia della volpe e la ferocia del leone. Attuano il
precetto "non debe uno signore prudente osservare la fede, quando
tale osservanza gli torni contro". La loro azione si differenzia da
quella di Macbeth solo per l'obbiettivo perseguito.
Macbeth
vuole diventare re; opera per ambizione personale. Giuditta
agisce nel quadro di una precisa visione etica e politica fondata
sulla assoluta fedeltà al Dio di Israele ed alla comunità ebraica:
Giuditta vuole che Betulla serbi
fede al patto con le altre città ebraiche e resisto fino alla vittoria
o allo sterminio totale dei suoi abitanti. In coerenza con questa
visione Giuditta critica con aspre parole i capi della città che, per
timore del popolo, avevano posto a Dio una sorta di ricatto: o ci liberi
dal nemico o ci arrenderemo.
Grazie
alla forza morale che gli conferisce la sua coerente visione politica,
Giuditta non perderà il sonno, né passerà il resto dei suoi giorni
tentando di lavare macchie di sangue dalle sue mani.
Possiamo
trascurare l'episodio
di Giuditta collocandolo fra i molti eventi biblici che sbrigativamente
escludiamo dalla nostra etica collegandoli alle eccezionali ed
irripetibili circostanze che rendevano necessaria la costituzione la
sopravvivenza di un'organizzazione politica ispirata al monoteismo?;
oppure fra quegli episodi che vengono riferiti e non approvati?.
Oppure
invece dobbiamo constatare
che il principio "il fine giustifica i mezzi" non è del tutto
estraneo alla nostra morale?.
2.
Male e comunità
Il
quesito che ho testè enunciato si collega ad un più ampio
problema di filosofia
del diritto.
La
natura sociale dell’uomo lo conduce ad elaborare forme collettive per
affrontare i più diversi problemi. Con l’organizzazione del lavoro
accresce, o tenta di accrescere, la quantità di beni e servizi
disponibili, assicura la conservazione e la diffusione della conoscenza,
assiste le persone in difficoltà, si propone di fronteggiare il male.
Specifici
problemi suscitano le organizzazioni umane che nascono per così dire
“a contatto” con i fenomeni di male derivante dalla colpa, cioè dal
peccato.
Siccome
il “male da peccato” appare a molti un “bene”, accade che
taluni uomini si organizzino per meglio perseguire
loro fini criminosi. Nascono così mafie, camorrie, dranghete, e
quant’altro. Esse quanto più si allargano tanto più sono costrette
ad operare al loro interno secondo criteri di equità
se non di giustizia, a tentare di darsi una giustificazione, una
ideologia, dei riti, a garantire alcuni diritti agli associati, quali ad
esempio la assistenza in
carcere, ed alle loro famiglie, o l’indennizzo a chi resti mutilato in
una azione piratesca.
Tuttavia
la radice violenta e prevaricatrice che fonda le istituzioni criminali
cagiona – per fortuna degli onesti- una continua lotta all’interno
del mondo criminale e quindi un suo indebolimento: si suol dire che
quando a Palermo o a Catania cresce a dismisura
il numero dei morti ammazzati, la mafia è impegnata nelle sue
“elezioni”. La discordia fra i malfattori è sempre meno pericolosa
della loro concordia.
3.
Male e Stato
Anche
lo Stato nasce “a contatto con il peccato”, ancorché per limitarlo
e fronteggiarlo.
Lo
Stato sorge come struttura destinata a fronteggiare il male ed in
particolare il male che proviene dall’uomo, cioè dal peccato; con
esso una collettività umana rivendica e difende con la forza, nei
confronti di altri uomini, ciò
che ritiene suo “diritto”: la vita, la disponibilità, la giusta
distribuzione di un insieme di beni. Nel corso dei secoli lo Stato ha
assunto compiti molteplici, ad
esempio nel campo della sanità e della istruzione, ma in passato si
sono visti stati che hanno lasciato tali materie ad istituzioni
religiose, alla Chiesa; anche nel primo testamento la constatazione
della esistenza e della guarigione dalla lebbra, e perciò del venir
meno delle esigenze di isolamento sanitario del malato,
competeva ai sacerdoti (Lv. 13-14).
Ad
una sola funzione, come sottolinea San Paolo,
lo Stato non può abdicare:
reggere la spada. Infatti gli
israeliti vogliono un re “perché ci guidi in battaglia”. Uno
Stato senza forza cesserebbe di essere tale perché perderebbe la
capacità di fronteggiare il male..
Lo
Stato è dunque fra le istituzioni non delinquenziali quella che nasce
più a contatto con il “male da peccato” ed anche quella che
maggiore facilità può esserne contaminata.
Invero,
fronteggiare la violenza importa l’uso della forza e questa condiziona
lo Stato. Lo avevano ben compreso i Greci quando affermavano che Bia cioè
la forza bruta e Kratos cioè la forza al servizio di un ordine politico
sono sorelle.
Lo
Stato è dunque per sua natura una istituzione ambigua, sotto un certo
profilo voluta da Dio quando ha dato all’uomo capacità razionale ed
organizzativa, sotto altro profilo frutto di Satana nel momento in cui
getta nell’umanità il peccato. Nella sua lotta contro il male, lo
Stato è costretto ad utilizzare in qualche misura gli strumenti del
male e da esso resta contaminato e coinvolto, anche quando non si fa
esso stesso coscientemente strumento di affermazione del male.
4.
Lo Stato fra Dio e Satana
E’
a tutti noto il passo di Paolo (RM 13, ) «non c’è autorità che non
venga da Dio, e quelle che esistono sono da Dio» che riecheggia
Daniele (4,22) secondo cui Nabucodonosor sarà punito "fin
quando non riconosca che l'Altissimo tiene in suo potere il governo
degli uomini e lo può dare a chi vuole".
L’autorità di Paolo è stato invocata per secoli a
sostegno del principio di autorità.
Mentre meno è stato ricordata la visione dell'Apocalisse secondo cui lo
Stato riceve la
forza, e la sua potestà grande dal drago, cioè da Satana
precipitato sulla terra (Ap. 13).
E non mi sembra casuale che Hobbes denomini lo Stato moderno come il
"Leviatano",
cioè con il mostro biblico
che in senso figurato rappresenta l'antitesi di Dio;
tanto che nel libro di Giobbe (3, 8) si allude agli stregoni "che
maledicono il giorno, e sono pronti ad eccitare il Leviatano" (cioè
il mostro primordiale).
I due punti di vista non sono in sé incompatibili; essendo
Dio onnipotente Satana in
tanto ha potere in quanto ciò è consentito da Dio. Satana stesso
quando tenta Gesù promettendogli la gloria "di tutti i regni della
terra" (che quindi da lui direttamente dipendono) afferma che tale
gloria è stata "messa
nelle sue mani" da qualcuno evidentemente più potente di lui.
Come
già sottolineato, la natura ambigua
dello Stato nasce dalla circostanza che egli utilizza uno
strumento a sua volta
ambivalente: la forza. Da cio derivano gravi pericoli, anche quando
colui che esercita la forza è animato da buone intenzioni.
Invero
il Buon Samaritano, il padre che perdona il figliuol prodigo,
agiscono senza dubbio “bene”.
Anche se il beneficato dal Buon Samaritano fosse un simulatore, se il
figliolo non fosse pentito, ma fosse solo alla ricerca di altri doni, il
valore del gesto del
Buon Samaritano e del padre misericordioso non
sarebbe sminuito; sebbene il
padre debba affrontare la non del tutto irragionevole contestazione del
figlio rimasto in casa.
Ma,
per tornare all’episodio del Buon Samaritano, è pur necessario che
qualcuno dia la caccia ai predoni, o comunque li fronteggi se torneranno
per cercare altro bottino. E questo “qualcuno” dovrà usare armi,
infliggere ferite, comminare delle pene (cioè accrescere il male
presente nel mondo). E sorge il rischio di un errore, che siano puniti o
comunque colpiti degli innocenti, che i soldati si diano a loro volta
alla rapina…
Nel
corso dei secoli sono stati elaborati molti accorgimenti per incanalare,
mitigare, gestire con maggiore giustizia, i male inflitto dallo Stato.
Si sono bandite la rappresaglia, le pene applicate ai familiari, si è
sono distinte e separate le forze di polizia dai giudici, si sono
inventate procedure garantiste…
Spesso
però tutti questi
accorgimenti vengono vanificati; e comunque essi mitigano, non escludono
il ricorso alla forza da parte dello Stato.
La
legge di guerra vieta oggi di colpire le popolazioni civili attraverso
il saccheggio e la rappresaglia, ma
–anche quando queste norme vengono rispettate- le nuove micidiali armi
inventate dalla tecnologia infliggono ad
intere città danni
ben più pesanti di quelli
che potevano essere cagionati dai tre giorni di libero saccheggio in
passato concessi all’esercito vittorioso armato di archibugi e di
lance. E’ stato ironicamente detto: “come si fa a non credere nel
progresso? In ogni guerra ci ammazziamo con armi più efficienti di
quelle che usavamo nel precedente conflitto”. La seconda guerra
mondiale è stata di gran lunga più spietata e sanguinosa della prima;
nonostante tutte le convenzioni per rendere la guerra più umana
elaborate nel frattempo.
5. La ragion di Stato
Sembra
dunque che sia nella natura stessa della comunità politica vivere a
cavalcioni fra Dio e Sanata ed in qualche misura render leciti i mezzi
di Sanata (che “fu omicida fin dal principio”).
Torniamo
allora a Giuditta da cui siamo partiti. Possiamo definirla seduttrice,
spia, traditrice, omicida.
Come
Dalida, come la maga Viviana, utilizza la seduzione femminile per
ottundere la capacità di difesa e di autotutela del maschio, per
indurlo a quella disponibilità verso la femmina che si colora di
suicidio. Peggio di Dalida che forse viene indotta al tradimento dalla
minaccia di rappresaglie
da parte dei filistei, e che in fondo mirava solo a neutralizzare la
forza di Sansone; peggio di Viviana che si limita a richiudere Merlino
in una prigione di aria, Giuditta uccide direttamente e senza tentennamenti il
sedotto. Peggio di lady Mchbeth, Giuditta
e Gioele non hanno rimorsi, non risulta abbiano mai provato un poco di
pietà per i due generali
uccisi fra le loro braccia.
Tuttavia
Giuditta e Gioele sono senza alcun dubbio o tentennamento lodate dal
testo sacro; e qualcosa di questa approvazione è a tutt’oggi valido.
Se
così è, non possiamo sconfessare del tutto l’affermazione “il fine
giustifica i mezzi”.
Rinchiudere
in uno spazio angusto una persona è certamente in sé "male",
ma è giustificato trattenere in prigione un delinquente pericoloso. E San Paolo ci dice che
l'autorità civile legittimamente "porta la spada; è
infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il
male”.
Dunque
la "ragion di
Stato" sembrerebbe
render leciti comportamenti che in assenza di tale fine giudicheremmo
bassi o ignobili.
6.
La ragion di stato ed i suoi limti
La (eventuale) risposta positiva alla domanda che ci siamo or
ora posti non conclude la discussione. Sposta il problema. Esiste un
limite alla “ragion di Stato”?; vi sono cioè condotte talmente
negative da non essere consentite neppure in stato di estrema necessità?
Il
giuspositivismo risponde di "no". Se lo Stato è la struttura
suprema e necessaria, lo Stato non può rifiutare, a priori, nessun
mezzo per assicurare la sua sopravvivenza poiché "salus rei
publicae suprema lex".
Ricordiamo
le polemiche circa la liceità dell'arma atomica (ma, dopo la fine della
seconda guerra mondiale, decine
di milioni di persone sono state uccise in guerra con armi
“tradizionali” di modesto costo), della pena di morte. Per il
diritto internazionale le
convezioni per limitare l'uso di talune armi valgono solo se
il nemico le rispetta; cedono di fronte all'esigenza della
rappresaglia.
Abbiamo
così toccato uno dei più delicati problemi
di una cristiana filosofia del diritto.
Il
giudizio circa la liceità dei mezzi utilizzati della collettività per
il raggiungimento dei suoi fini, e per la sua sopravvivenza, deve,
secondo la morale cristiana, avvenire
nel quadro di una visione etica.
Riconoscere
le radici etiche del diritto non comporta affatto un’apertura nei
confronti dello “Stato etico” di ispirazione nazista o marxista. Lo
“Stato etico” è un ordinamento che si pone come sorgente
dell’etica; che pretende di rendere “etici” i propri obbiettivi ed
i propri interessi. Quindi
allo Stato etico è consentito assumere qualunque obbiettivo e
perseguirlo con qualsiasi mezzo.
In
particolare gli stati etici rivoluzionari (marxisti e nazisti) si sono
proposti di trasformare l'uomo, di creare un "uomo nuovo" ed
hanno ritenuto che uno scopo così alto giustificasse il ricorso al
terrore ed allo sterminio. Lo stato totalitario di stampo marxista o
nazista si pone come strumento di utopie rivoluzionarie e quindi
giustifica le più sanguinose operazioni di sterminio e di
manipolazione dell’uomo, in quanto utili
per raggiungere lo scopo di rigenerare l’umanità.
Anche
stati assai meno totalitari ed oppressivi hanno preteso di piegare
l’etica alle proprie esigenze; se
del caso calpestando i valori religiosi
Invece,
nella visione biblica e cristiana l’ordinamento civile
si pone al servizio
di un "bene comune", è espressione di un’etica superiore,
che esalta la dignità e la libertà dell’uomo;
dunque l’etica -se intesa rettamente in tutti i suoi risvolti-
non costituisce una fonte di totalitarismo dello Stato, ma, al
contrario, un limite alla sua presunta onnipotenza.
Per
formulare un esempio possiamo ricordare la forse più nota
asserzione della superiorità della ragion di Stato rispetto
alle credenze religiose, sintetizzata nella frase attribuita ad
Enrico IV “Parigi val bene una Messa”. Cui rispose Benedetto Croce:
“no! una Messa val più di Parigi” perchè una messa è questione di
coscienza”.
Benedetto Croce aveva ragione, non solo alla luce
delle parole divine “che vale ad un uomo guadagnar tutto il mondo se
perde sè stesso?”. Ma anche alla luce della Storia.
La conversione al cattolicesimo di Enrico IV di
Borbone giovò molto alle fortune sue e della sua famiglia, circostanza
assai rilevante sul piano personale, ma sul piano storico sancì la
permanenza della Francia nel mondo cattolico.
Ma
forse è la contrapposizione stessa fra etica e ragion di Stato ad
essere discutibile; forse una ragion di Stato senza etica si spappola in
una miriade di cinici atti di convenienza individuale, pomposamente
coperti dal richiami a superiori esigenze della collettività, ma che
alla collettività non giovano e dunque sono addirittura contrari
alla ragion di Stato.
Dietro la finestra si affaccia e si lamenta la madre di Sisara,
dietro la persiana: Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché
così a rilento procedono i suoi carri? Le più sagge sue
principesse rispondono e anche lei torna a dire a se stessa: Certo
han trovato bottino, stan facendo le parti: una fanciulla, due
fanciulle per ogni uomo; un bottino di vesti variopinte per Sisara,
un bottino di vesti variopinte a ricamo; una veste variopinta a due
ricami è il bottino per il mio collo...Così periscano tutti i tuoi
nemici, Signore!
La
madre di Sisara è guardata con occhio meno benevolo rispetto
all'atteggiamento di Eschilo verso la regina di Persia (tragedia I
Persiani).
si veda il
toccante episodio del sacrificio della vergine figlia
di Jefte uccisa per un voto scellerato del padre (Giu 11, 39)
"Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa
usanza: ogni anno le fanciulle d`Israele vanno a piangere la figlia
di Iefte il Galaadita, per quattro giorni".
Ben diverso è l’episodio di Abramo ed Isacco (Gn. 22).
Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste,
sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La
bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come
quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago (cioè
Satana precipitato dal Cielo) le diede la sua forza, il suo trono
e la sua potestà grande. Allora la terra intera presa
d`ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il
drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia
dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?»
(ap. 13). ), che - secondo molti interpreti- è del resto l'impero
di Roma cioè lo stato meglio organizzato, e forse il meno
"ingiusto", dell'antichità. (Cfr. Corsari, L'apocalisse e
gli apocalittici nel Nuovo Testamento, Bologna 1997; Corsini,
Vittorioso Re dei re,in Il Nostro Tempo 23 novembre 1997).
Al Leviatàn hai spezzato
la testa, lo hai dato in pasto ai mostri marini (Sal 74,14). In quel
giorno il Signore punirà/ con la spada dura, grande e forte,/
il Leviatàn serpente guizzante,/ il Leviatàn serpente
tortuoso/ e ucciderà il drago che sta nel mare (Is. 27,1)
Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i
regni della terra, gli disse: «Ti darò tutta questa potenza e la
gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io
la do a chi voglio. Se
ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo» (Lc 4).
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