Le Sacre Scritture parlano al nostro cuore ed alla nostra volontà; ma mentre le parole di Gesù  ci  appaiono con immediata evidenza buone e degne di essere accettate, sovente le parole del Primo Testamento suonano al nostro orecchio aspre, severe, ferrigne.

Il  Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, il Primo Testamento ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, in sostanza non è “politicaly correct”; quindi è abbastanza diffusa la tendenza a escludere dalla riflessione religiosa  il Primo Testamento, o almeno quella parte di Esso in cui non vengono anticipati i precetti evangelici. Salvo poi nella condotta pratica comportarci come Lamek che si vantava di vendicare una sua contusione con l’assassinio di un ragazzo.

Sono invece convinto che abbiamo il dovere di confrontarci con tutta la parola di Dio, comprese le pagine più dure; meditando su quale parte di esse sia ancora valida, perché tutta la realtà umana deve essere trasfigurata e redenta dalla Croce, ma dalla Croce non viene cancellata.

Perciò dedico queste riflessioni alla figura di Giuditta, sperando di aprire con la mia provocazione  un dibattito fra gli amici.

 

UNA PROVOCAZIONE: GIUDITTA O DELLA   RAGION DI STATO

di Mario Cicala

1.  Etica e ragion di Stato. 

“Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d`Israele, tu splendido onore della nostra gente. Tutto questo hai compiuto con la tua mano, egregie cose hai operato per Israele, di esse Dio si è compiaciuto. Sii sempre benedetta dall`onnipotente Signore”. Con queste parole cui tutto il popolo d’Israele risponde “Amen!”,   il sommo sacerdote Ioakìm, e il consiglio degli anziani degli Israeliti,  rendono omaggio a Giuditta, dopo la sua impresa ai danni di Oloferne.

Si tratta di un’impresa che di per sè non appare oggettivamente apprezzabile. E  da cui mi par logico prender le mosse per una riflessione  sui rapporti fra morale e  “ragion di Stato” ; per domandarsi se  ed in qual misura l’esigenza di fronteggiare il male, consenta l’uso di mezzi  che al male stesso possono essere in qualche misura assimilati.

Quando riceve l’elogio che ho dianzi riportato, Giuditta ha appena messo nel sacco quel giuggiolone di Oloferne, che sedotto dalla  bellezza di lei ed ingannato con la speranza di apprendere  i segreti degli israeliti, la ha accolta con cortesia ed un certo rispetto. Oloferne la ha desiderata perché lei ha spregiudicatamente mirato a sedurlo, presentandosi a lui coperta di profumo, indossando uno splendito abito di lino e coperta di  più  gioielli; ma non ha esercitato su di lei, inerme ed indifesa all’interno del capo assiro,  nessuna violenza.

Giuditta gli ha mentito senza pudore,   dicendogli “Io non dirò il falso al mio signore in questa notte. Certo, se vorrai seguire le parole della tua serva, Dio agirà magnificamente con te e il mio signore non fallirà nei suoi progetti.  Perché, per la vita di Nabucodònosor, re di tutta la terra, e per la potenza di lui che ti ha inviato a riordinare ogni essere vivente, non gli uomini soltanto per mezzo tuo lo servono, ma (niente po' po' di meno!) anche le bestie selvatiche e gli armenti e gli uccelli del cielo vivranno in grazia della tua forza per l`onore di Nabucodònosor e di tutta la sua casa. Abbiamo già conosciuto per fama la tua saggezza e le abili astuzie del tuo genio ed è risaputo in tutta la terra che tu sei il migliore in tutto il regno, esperto nelle conoscenze e meraviglioso nelle imprese militari”; e gli promette che  gli rivelerà il momento in cui gli Israeliti nutrendosi delle offerte consacrate avranno perso il favore di Dio con queste parole “la tua serva è religiosa e serve notte e giorno al Dio del cielo. Ora io intendo restare con te, mio signore, ma uscirà la tua serva di notte nella valle; io pregherò il mio Dio ed egli mi rivelerà quando essi avranno commesso i loro peccati. Allora verrò a riferirti e tu uscirai con tutto l`esercito e nessuno di loro potrà opporti resistenza. Io ti guiderò attraverso la Giudea, finché giungerò davanti a Gerusalemme e vi porrò in mezzo il tuo trono. Tu li potrai condurre via come pecore senza pastore e nemmeno un cane abbaierà davanti a te. Queste cose mi sono state dette prima, io ne ho avuto la rivelazione e l`incarico di annunziarle a te”.

 

E’ un discorso menzognero ed abile; con cui Giuditta si legittima non come una volgare traditrice del suo popolo, ma come una perfetta “collaborazionista”, che trova cioè proprio nelle concezioni religiose del popolo ebraico le ragioni di un trionfo assiro. Le argomentazioni di Giuditta appaiono tanto più gradite (e perciò credibili) ad Oloferne perché poggiano  sullo stesso presupposto del discorso di  Achior; anche Achior        aveva  ricordato agli assiri che  gli  israeliti  non potevano essere vinti finchè rimanevano fedeli al patto con Dio; ma ne aveva tratto una previsione di sconfitta per Oloferne .

Achior  aveva detto al potente Oloferne una sgradita verità, mentre Giuditta gli somministra un misto di lusinghe iperboliche e  di gradevoli menzogne, condite con il suo fascino femminile. Ed è notorio che “veritas odium parit”, mentre la menzogna…

Il buon Oloferne viene  convinto dalla parlantina di Giuditta,e dalla esplicita disponibilità della donna a congiungersi con lui. Quindi resta solo nella tenda con la pia vedova ed ubriaco si addormenta. Allora lei prega:  “Signore, Dio d`ogni potenza, guarda propizio in quest`ora all`opera delle mie mani per l`esaltazione di Gerusalemme. E` venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi”.    Quindi avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne stacca la scimitarra di lui; ed accostatasi al letto, afferra la testa di lui per la chioma e dice: “Dammi forza, Signore Dio d`Israele, in questo momento”. E con tutta la violenza  di cui è capace lo colpisce due volte al collo e gli stacca la testa, che  consegna   alla sua ancella, la quale la mette nella bisaccia dei viveri. Quindi escono tutt`e due  per la preghiera; attraversano il campo, fanno un giro nella valle,  salgono sul monte verso Betulia e giungono allegre e trionfanti alle porte della città.

La esposizione della testa dell'ingenuo Oloferne getterà nel panico i suoi soldati, e guadagnerà a Giuditta, vera antesignana del Mossad, oltre alla qualifica di prima femminista della storia,  la ammirazione delle generazioni future, l’onore di aver intitolato un libro delle Sacre Scritture, nonchè un considerevole numero di proposte di matrimonio.

L'episodio di Giuditta ricalca poi in qualche misura quello della buona Giaele che alletta il generale cananeo Sisara  fuggiasco  con queste parole: “Fermati, mio signore, fermati da me: non temere”, lo nasconde con una coperta, e dopo che il povero  Sisara sfinito si è addormentato  gli conficca un picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. "Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì" (Giudici  4,22).

Anche Giaele si merita l'encomio del Giudice Debora e di Barak:  "Sia benedetta fra le donne Giaele /la moglie di Eber il Kenita/ benedetta fra le donne della tenda! / Acqua egli chiese, latte essa diede  / in una coppa da principi offrì latte acido. / Una mano essa stese al picchetto / e la destra a un martello da fabbri, /e colpì Sisara, lo percosse alla testa, /ne fracassò, ne trapassò la tempia. /Ai piedi di lei si contorse, ricadde, giacque; / ai piedi di lei si contorse, ricadde, / dove si contorse, là ricadde finito"[1]. 

Certo analoghi comportamenti tenuti per un fine anche lecito, ma meno nobile, avrebbero reso Giuditta e Giaele meritevoli del disprezzo che colpisce Dalida; se non addirittura dell'orrore che proviamo avanti all'assassinio del buon re Duncano per mano di Macbeth.

Ma allora  i racconti di Giuditta e Giaele non precorrono Machiavelli?.

Giuditta e Giaele esercitano appieno la "virtù" così come esaltata dal Machiavelli: allo scopo di garantire la sicurezze dello Stato agiscono con l'astuzia della volpe e la ferocia del leone. Attuano il precetto "non debe uno signore prudente osservare la fede, quando tale osservanza gli torni contro". La loro azione si differenzia da quella di Macbeth solo  per l'obbiettivo perseguito.

Macbeth vuole diventare re; opera per ambizione personale. Giuditta  agisce nel quadro di una precisa visione etica e politica fondata sulla assoluta fedeltà al Dio di Israele ed alla comunità ebraica: Giuditta vuole che Betulla  serbi fede al patto con le altre città ebraiche e resisto fino alla vittoria o allo sterminio totale dei suoi abitanti. In coerenza con questa visione Giuditta critica con aspre parole i capi della città che, per timore del popolo, avevano posto a Dio una sorta di ricatto: o ci liberi dal nemico o ci arrenderemo.

Grazie alla forza morale che gli conferisce la sua coerente visione politica, Giuditta non perderà il sonno, né passerà il resto dei suoi giorni tentando di lavare macchie di sangue dalle sue mani.

Possiamo  trascurare  l'episodio di Giuditta collocandolo fra i molti eventi biblici che sbrigativamente escludiamo dalla nostra etica collegandoli alle eccezionali ed irripetibili circostanze che rendevano necessaria la costituzione la sopravvivenza di un'organizzazione politica ispirata al monoteismo[2]?; oppure fra quegli episodi che vengono riferiti e non  approvati[3]?.

Oppure invece  dobbiamo constatare che il principio "il fine giustifica i mezzi" non è del tutto estraneo alla nostra morale?.

 2. Male e comunità

 Il quesito che ho testè enunciato si collega ad un più ampio  problema di  filosofia del diritto.

La natura sociale dell’uomo lo conduce ad elaborare forme collettive per affrontare i più diversi problemi. Con l’organizzazione del lavoro accresce, o tenta di accrescere, la quantità di beni e servizi disponibili, assicura la conservazione e la diffusione della conoscenza, assiste le persone in difficoltà, si propone di fronteggiare il male.

Specifici problemi suscitano le organizzazioni umane che nascono per così dire “a contatto” con i fenomeni di male derivante dalla colpa, cioè dal peccato.

Siccome  il “male da peccato” appare a molti un “bene”, accade che taluni uomini si organizzino per meglio perseguire  loro fini criminosi. Nascono così mafie, camorrie, dranghete, e quant’altro. Esse quanto più si allargano tanto più sono costrette ad operare al loro interno secondo criteri di equità  se non di giustizia, a tentare di darsi una giustificazione, una ideologia, dei riti, a garantire alcuni diritti agli associati, quali ad esempio la assistenza  in carcere, ed alle loro famiglie, o l’indennizzo a chi resti mutilato in una azione piratesca.

Tuttavia la radice violenta e prevaricatrice che fonda le istituzioni criminali cagiona – per fortuna degli onesti- una continua lotta all’interno del mondo criminale e quindi un suo indebolimento: si suol dire che quando a Palermo o a Catania cresce a dismisura  il numero dei morti ammazzati, la mafia è impegnata nelle sue “elezioni”. La discordia fra i malfattori è sempre meno pericolosa della loro concordia.

 

3. Male e Stato

 

Anche lo Stato nasce “a contatto con il peccato”, ancorché per limitarlo e fronteggiarlo.

 Lo Stato sorge come struttura destinata a fronteggiare il male ed in particolare il male che proviene dall’uomo, cioè dal peccato; con esso una collettività umana rivendica e difende con la forza, nei confronti di altri uomini,  ciò che ritiene suo “diritto”: la vita, la disponibilità, la giusta distribuzione di un insieme di beni. Nel corso dei secoli lo Stato ha assunto compiti molteplici,  ad esempio nel campo della sanità e della istruzione, ma in passato si sono visti stati che hanno lasciato tali materie ad istituzioni religiose, alla Chiesa; anche nel primo testamento la constatazione della esistenza e della guarigione dalla lebbra, e perciò del venir meno delle esigenze di isolamento sanitario del malato,  competeva ai sacerdoti (Lv. 13-14).

Ad una sola funzione, come sottolinea San Paolo,  lo Stato non può abdicare:  reggere la spada. Infatti gli  israeliti vogliono un re “perché ci guidi in battaglia”. Uno Stato senza forza cesserebbe di essere tale perché perderebbe la capacità di fronteggiare il male..

 Lo Stato è dunque fra le istituzioni non delinquenziali quella che nasce più a contatto con il “male da peccato” ed anche quella che maggiore facilità può esserne contaminata.

Invero, fronteggiare la violenza importa l’uso della forza e questa condiziona lo Stato. Lo avevano ben compreso i Greci quando affermavano che Bia cioè la forza bruta e Kratos cioè la forza al servizio di un ordine politico sono sorelle.

Lo Stato è dunque per sua natura una istituzione ambigua, sotto un certo profilo voluta da Dio quando ha dato all’uomo capacità razionale ed organizzativa, sotto altro profilo frutto di Satana nel momento in cui getta nell’umanità il peccato. Nella sua lotta contro il male, lo Stato è costretto ad utilizzare in qualche misura gli strumenti del male e da esso resta contaminato e coinvolto, anche quando non si fa esso stesso coscientemente strumento di affermazione del male.

 

4. Lo Stato fra Dio e Satana

 

E’ a tutti noto il passo di Paolo (RM 13, ) «non c’è autorità che non venga da Dio, e quelle che esistono sono da Dio» che riecheggia  Daniele (4,22) secondo cui Nabucodonosor sarà punito "fin quando non riconosca che l'Altissimo tiene in suo potere il governo degli uomini e lo può dare a chi vuole".

L’autorità di Paolo è stato invocata per secoli a sostegno del principio di autorità[4]. Mentre meno è stato ricordata la visione dell'Apocalisse secondo cui lo Stato  riceve la  forza, e la sua potestà grande dal drago, cioè da Satana precipitato sulla terra (Ap. 13) [5]. E non mi sembra casuale che Hobbes denomini lo Stato moderno come il "Leviatano"[6], cioè con il mostro  biblico che in senso figurato rappresenta l'antitesi di Dio[7]; tanto che nel libro di Giobbe (3, 8) si allude agli stregoni "che maledicono il giorno, e sono pronti ad eccitare il Leviatano" (cioè il mostro primordiale).

 I due punti di vista non sono in sé incompatibili; essendo Dio onnipotente  Satana in tanto ha potere in quanto ciò è consentito da Dio. Satana stesso quando tenta Gesù promettendogli la gloria "di tutti i regni della terra" (che quindi da lui direttamente dipendono) afferma che tale gloria  è stata "messa nelle sue mani" da qualcuno evidentemente più potente di lui[8].

 

Come già sottolineato, la natura ambigua  dello Stato nasce dalla circostanza che egli utilizza uno strumento  a sua volta ambivalente: la forza. Da cio derivano gravi pericoli, anche quando colui che esercita la forza è animato da buone intenzioni.

Invero  il Buon Samaritano, il padre che perdona il figliuol prodigo, agiscono senza dubbio  “bene”. Anche se il beneficato dal Buon Samaritano fosse un simulatore, se il figliolo non fosse pentito, ma fosse solo alla ricerca di altri doni, il valore del gesto   del Buon Samaritano e del padre misericordioso non  sarebbe sminuito; sebbene  il padre debba affrontare la non del tutto irragionevole contestazione del figlio rimasto in casa.

Ma, per tornare all’episodio del Buon Samaritano, è pur necessario che qualcuno dia la caccia ai predoni, o comunque li fronteggi se torneranno per cercare altro bottino. E questo “qualcuno” dovrà usare armi, infliggere ferite, comminare delle pene (cioè accrescere il male presente nel mondo). E sorge il rischio di un errore, che siano puniti o comunque colpiti degli innocenti, che i soldati si diano a loro volta alla rapina…

Nel corso dei secoli sono stati elaborati molti accorgimenti per incanalare, mitigare, gestire con maggiore giustizia, i male inflitto dallo Stato. Si sono bandite la rappresaglia, le pene applicate ai familiari, si è sono distinte e separate le forze di polizia dai giudici, si sono inventate procedure garantiste…

Spesso però   tutti questi accorgimenti vengono vanificati; e comunque essi mitigano, non escludono il ricorso alla forza da parte dello Stato.

La legge di guerra vieta oggi di colpire le popolazioni civili attraverso il saccheggio e la rappresaglia,  ma –anche quando queste norme vengono rispettate- le nuove micidiali armi inventate dalla tecnologia infliggono ad  intere città  danni ben  più pesanti di quelli che potevano essere cagionati dai tre giorni di libero saccheggio in passato concessi all’esercito vittorioso armato di archibugi e di lance. E’ stato ironicamente detto: “come si fa a non credere nel progresso? In ogni guerra ci ammazziamo con armi più efficienti di quelle che usavamo nel precedente conflitto”. La seconda guerra mondiale è stata di gran lunga più spietata e sanguinosa della prima; nonostante tutte le convenzioni per rendere la guerra più umana elaborate nel frattempo.

 

 

5. La ragion di Stato

 

Sembra dunque che sia nella natura stessa della comunità politica vivere a cavalcioni fra Dio e Sanata ed in qualche misura render leciti i mezzi di Sanata (che “fu omicida fin dal principio”).

Torniamo allora a Giuditta da cui siamo partiti. Possiamo definirla seduttrice, spia, traditrice, omicida.

Come Dalida, come la maga Viviana, utilizza la seduzione femminile per ottundere la capacità di difesa e di autotutela del maschio, per indurlo a quella disponibilità verso la femmina che si colora di suicidio. Peggio di Dalida che forse viene indotta al tradimento dalla  minaccia di  rappresaglie da parte dei filistei, e che in fondo mirava solo a neutralizzare la forza di Sansone; peggio di Viviana che si limita a richiudere Merlino in una prigione di aria,  Giuditta uccide direttamente e senza tentennamenti il sedotto. Peggio di lady Mchbeth,  Giuditta e Gioele non hanno rimorsi, non risulta abbiano mai provato un poco di pietà per  i due generali uccisi fra le loro braccia.

Tuttavia Giuditta e Gioele sono senza alcun dubbio o tentennamento lodate dal testo sacro; e qualcosa di questa approvazione è a tutt’oggi valido.

Se così è, non possiamo sconfessare del tutto l’affermazione “il fine giustifica i mezzi”.

Rinchiudere in uno spazio angusto una persona è certamente in sé "male", ma è giustificato trattenere in prigione un delinquente pericoloso.  E San Paolo ci dice che  l'autorità civile legittimamente "porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male”.

Dunque la  "ragion di Stato"  sembrerebbe render leciti comportamenti che in assenza di tale fine giudicheremmo bassi o ignobili.

 

6. La ragion di stato ed i suoi limti

 

La  (eventuale) risposta positiva alla domanda che ci siamo or ora posti non conclude la discussione. Sposta il problema. Esiste un limite alla “ragion di Stato”?; vi sono cioè condotte talmente negative da non essere consentite neppure in stato di estrema necessità?

Il giuspositivismo risponde di "no". Se lo Stato è la struttura suprema e necessaria, lo Stato non può rifiutare, a priori, nessun mezzo per assicurare la sua sopravvivenza poiché "salus rei publicae suprema lex". 

Ricordiamo le polemiche circa la liceità dell'arma atomica (ma, dopo la fine della seconda guerra mondiale,  decine di milioni di persone sono state uccise in guerra con armi “tradizionali” di modesto costo), della pena di morte. Per il diritto internazionale  le convezioni per limitare l'uso di talune armi valgono solo se  il nemico le rispetta; cedono di fronte all'esigenza della rappresaglia.

Abbiamo così toccato uno dei più delicati problemi   di una cristiana filosofia del diritto.

Il giudizio circa la liceità dei mezzi utilizzati della collettività per il raggiungimento dei suoi fini, e per la sua sopravvivenza, deve, secondo la morale cristiana,  avvenire nel quadro di una visione etica.

Riconoscere le radici etiche del diritto non comporta affatto un’apertura nei confronti dello “Stato etico” di ispirazione nazista o marxista. Lo “Stato etico” è un ordinamento che si pone come sorgente dell’etica; che pretende di rendere “etici” i propri obbiettivi ed i propri interessi.  Quindi allo Stato etico è consentito assumere qualunque obbiettivo e perseguirlo con qualsiasi mezzo.

In particolare gli stati etici rivoluzionari (marxisti e nazisti) si sono proposti di trasformare l'uomo, di creare un "uomo nuovo" ed hanno ritenuto che uno scopo così alto giustificasse il ricorso al terrore ed allo sterminio. Lo stato totalitario di stampo marxista o nazista si pone come strumento di utopie rivoluzionarie e quindi  giustifica le più sanguinose operazioni di sterminio e di manipolazione dell’uomo, in quanto utili  per raggiungere lo scopo di rigenerare l’umanità.

Anche stati assai meno totalitari ed oppressivi hanno preteso di piegare l’etica alle proprie esigenze;  se del caso calpestando i valori religiosi

Invece, nella visione biblica e cristiana l’ordinamento civile  si pone  al servizio di un "bene comune", è espressione di un’etica superiore, che esalta la dignità e la libertà dell’uomo;  dunque l’etica -se intesa rettamente in tutti i suoi risvolti- non costituisce una fonte di totalitarismo dello Stato, ma, al contrario, un limite alla sua presunta onnipotenza.

Per formulare un esempio possiamo ricordare la forse più nota  asserzione della superiorità della ragion di Stato rispetto  alle credenze religiose, sintetizzata nella frase attribuita ad Enrico IV “Parigi val bene una Messa”. Cui rispose Benedetto Croce: “no! una Messa val più di Parigi” perchè una messa è questione di coscienza”.

Benedetto Croce aveva ragione, non solo alla luce delle parole divine “che vale ad un uomo guadagnar tutto il mondo se perde sè stesso?”. Ma anche alla luce della Storia.

La conversione al cattolicesimo di Enrico IV di Borbone giovò molto alle fortune sue e della sua famiglia, circostanza assai rilevante sul piano personale, ma sul piano storico sancì la permanenza della Francia nel mondo cattolico.

Ma forse è la contrapposizione stessa fra etica e ragion di Stato ad essere discutibile; forse una ragion di Stato senza etica si spappola in una miriade di cinici atti di convenienza individuale, pomposamente coperti dal richiami a superiori esigenze della collettività, ma che alla collettività non giovano e dunque sono addirittura contrari  alla ragion di Stato.

 



[1] Dietro la finestra si affaccia e si lamenta la madre di Sisara, dietro la persiana: Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché così a rilento procedono i suoi carri? Le più sagge sue principesse rispondono e anche lei torna a dire a se stessa: Certo han trovato bottino, stan facendo le parti: una fanciulla, due fanciulle per ogni uomo; un bottino di vesti variopinte per Sisara, un bottino di vesti variopinte a ricamo; una veste variopinta a due ricami è il bottino per il mio collo...Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore!

La madre di Sisara è guardata con occhio meno benevolo rispetto all'atteggiamento di Eschilo verso la regina di Persia (tragedia I Persiani).

[2] Dio rimprovera gli israeliti per non aver sterminato Cananei ed Amorrei proprio con la motivazione “i loro dei vi saranno di inciampo”  (Gdc. 2,3).

[3] si veda il  toccante episodio del sacrificio della vergine figlia  di Jefte uccisa per un voto scellerato del padre (Giu 11, 39) "Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: ogni anno le fanciulle d`Israele vanno a piangere la figlia di Iefte il Galaadita, per quattro giorni".  Ben diverso è l’episodio di Abramo ed Isacco (Gn. 22).

[4] Il passo è da molti ritenuto una glossa di scuola paolina (Sacchi, Colpa e pena in Rm  13,1-7, nel contesto del messaggio evangelico, in Colpa e pena?, Milano, 1998, 91). L’A. nota comunque  che era tradizione degli ebrei offrire suffragi in favore dei governanti pagani che non fossero loro ostili (Esd. 6,10). Ciò non impedì però sovente le persecuzioni: Caligola si doleva che gli Ebrei pregassero Dio in favore di Caligola, e non Caligola come dio.

[5] Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago (cioè Satana precipitato dal Cielo) le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Allora la terra intera presa d`ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?» (ap. 13). ), che - secondo molti interpreti- è del resto l'impero di  Roma cioè lo stato meglio organizzato, e forse il meno "ingiusto", dell'antichità. (Cfr. Corsari, L'apocalisse e gli apocalittici nel Nuovo Testamento, Bologna 1997; Corsini, Vittorioso Re dei re,in Il Nostro Tempo 23 novembre 1997).

[6] Nell'immagine del Leviatano scelta da Hobbes, esso è un gigante composto da molti piccoli uomini.

[7] Al Leviatàn hai spezzato la testa, lo hai dato in pasto ai mostri marini (Sal 74,14). In quel giorno il Signore punirà/ con la spada dura, grande e forte,/     il Leviatàn serpente guizzante,/ il Leviatàn serpente tortuoso/ e ucciderà il drago che sta nel mare (Is. 27,1)

[8] Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio.  Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo» (Lc 4).

 

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