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Racconta Giovannino Guareschi (novella “Paura”) che nel difficile e
sanguinario clima del dopoguerra (è stato appena ucciso, per odio
personale camuffato da vendetta politica un agricoltore, il Pizzi); Don
Camillo e Peppone si incontrano in Chiesa e si confessano reciprocamente
di avere paura, come tutti nel paese: “ognuno ha paura dell’altro”. E
Peppone confessa: “mi sento come in galera”.
Don Camillo chiede a Peppone di aiutarlo a preparare il Presepe. E Peppone
sente nella mano il tepore del Bambino Gesù. “E dimenticò la galera”.
“Uscendo Peppone si trovò nella cupa notte padana, ma ormai era
tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del
Bambinello rosa”.
“Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era
anch’esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo
e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei
miliardi di sassi in fondo all’acqua, c’erano voluti mille anni”.
“E soltanto tra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto”.
“ E tra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine
a razzo superatomico e per che cosa? Per arrivare in fondo all’anno e
rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una
di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato con il pennellino”.
A noi che viviamo nel 2000, consumi, fretta, tensioni, odi fanno spesso
dimenticare cosa sia il Natale.
Non saprei fare a Voi ed a me augurio più bello di tornare a sentire nel
cuore “il tepore del Bambinello”.
Mario
Buon Natale a tutti,
ai malati come ai
sani,
ed anche ai colleghi
talebani !
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