CENTRO PAOLO BORSELLINO – MAGISTRATURA INDIPENDENTE

 

19 luglio 1992 – 19 luglio 2001

 

 

 

 

LA FORZA DELL’ESEMPIO

 

I MAGISTRATI DI FRONTE ALLA FIGURA DI PAOLO BORSELLINO

 

Una riflessione, di Fausto Zuccarelli 

In quella afosa mattina di fine giugno 1992 i suoi occhi, mobilissimi, si volgevano di continuo verso il cellulare, che con il suo incessante squillo interrompeva sempre più la nostra conversazione sul “dopo- Falcone”, i diari di Giovanni , la Procura Nazionale Antimafia, i pentiti e le strategie di contrasto  a Cosa nostra. Ad un tratto  mi disse: “Sia chiaro, se mi capita qualcosa, non troverete miei memoriali”.

 Non so se Paolo Borsellino avesse letto “Cronaca di una morte annunciata” di Garcia Marquez, ma colsi nel suo profondo sguardo e nel suo ironico sorriso la consapevolezza della ineluttabilità di un fato avverso, che solo il profondo credo religioso e la incrollabile fede nel dovere di magistrato gli facevano sopportare.

          Venti giorni dopo il suo sangue e quello degli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina schizzò sulle mura dei fabbricati di via D’Amelio, ove la ferocia della mafia reiterò il suo barbaro rito di morte.

          Il Paese intero rinnovò le sue lacrime di sgomento, sdegno e rabbia. La società civile alzò ancor di più la testa, si strinse intorno alle istituzioni, alle quali, compatta, chiese regole più incisive, aiuto per i magistrati e le Forze dell’ordine, processi rapidi e pene severe.

          Di quel tragico 19 luglio 1992 oggi ricorre il nono anniversario, ma non vorrei che nel termine fosse insito un senso di formale reiterazione di una cerimonia già vista. Invero il titolo, che abbiamo  scelto per questa riflessione in ricordo di Paolo, intende rappresentare non solo l’intimo rapporto tra l’esemplarità della Sua figura ed i magistrati, che da essa devono trarre insegnamento, coraggio e spirito di emulazione, ma sopratutto esprime un forte senso di amore e di gelosa appartenenza. E’ come se tutta la magistratura, costantemente tesa ad inverare i valori della Costituzione, volesse rivendicare di fronte alla comunità nazionale che Paolo Borsellino era un magistrato, un uomo di diritto e di giustizia, che faceva parte di un “ordine” di uomini, che con lui si identifica e lo reclama come esempio.

          Pensando e parlando di Paolo mi torna sempre in mente la frase di Erodoto: “Un uomo si giudica dalla sua morte”. Ad oltre trent’anni di distanza dagli studi liceali questa frase acquista un significato ed una verità storica, che le toglie quella patina di retorica scolastica, che allora suscitava in me. La  morte, come momento di giudizio sulla vita, esprime la matura consapevolezza, la lucida previsione di un evento fatale, che non cade a caso come nella maggior parte della vita.

Certamente Paolo Borsellino, come uomo e come magistrato, era assolutamente consapevole dei rischi ai quali il suo impegno di giudice e la ferocia cieca dei mafiosi lo esponevano. Nulla è accaduto fortuitamente nella sua vita di magistrato, neanche quell’ultimo fatale momento in cui gli fu strappata la vita. E consapevoli, come lui, e non semplicemente caduti nell’adempimento del loro dovere, erano i giovani agenti, che lo avevano accompagnato nella vita e lo hanno seguito nella morte.

L’incapacità di rinunciare all’esercizio del Suo dovere inteso come realizzazione del diritto per rendere vera la giustizia, la passione per un lavoro che era al servizio di tutta la comunità, la sicura considerazione che nutriva per la vita e la libertà come valori fondanti per l’individuo, il Suo amore per la famiglia, che non era il “familismo” all’italiana che rende capaci di ogni compromesso , bensì generosità, disponibilità e rispetto per i Suoi cari, tutti questi valori erano così profondamente connessi e dosati nella Sua persona che la Sua tragica morte ci appare degna di essere portata ad esempio, a modello di una vita che è stata realizzata e donata per i valori di autonomia ed indipendenza, di cui la magistratura italiana si è sempre dimostrata e si dimostra gelosa custode.

“Beati i popoli che non hanno bisogni di eroi”, scrisse Bertold Brecht nella “Vita di Galileo”. Siamo proprio sicuro che ciò sia vero? Siamo sicuri che esista un popolo, che non abbia avuto bisogno di eroi : di uomini che abbiano combattuto per la verità, la giustizia e la libertà?  Mai nella storia umana è esistito un popolo così beato! E dunque un popolo senza eroi è niente più che un aggregato di individui e non una nazione. I cittadini di una nazione riconoscono la propria identità nel saldo legame che li unisce nella propria storia, che è fatta di lacrime e sangue. “Semen erit sanguis martyrum”, scrisse Claudio Claudiano, poeta cristiano della tarda latinità. Ogni volta che un cittadino compie il supremo sacrificio della vita in nome dei valori propri di tutti gli uomini liberi, si rinnova fra costoro l’alleanza, che ne fà una nazione. Essi si riconoscono nella patria comune ed avvertono la necessità di rendere onore a che ha testimoniato con la vita la fede nei valori fondanti dello Stato, nello Spirito della patria.

Una riflessione, questa, in ricordo di Paolo Borsellino: per non dimenticare. Ed io – e sono sicuro tutti i magistrati italiani con me – non voglio dimenticare.