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In
quella afosa mattina di fine giugno 1992 i suoi occhi, mobilissimi, si
volgevano di continuo verso il cellulare, che con il suo incessante
squillo interrompeva sempre più la nostra conversazione sul “dopo-
Falcone”, i diari di Giovanni , la Procura Nazionale Antimafia, i
pentiti e le strategie di contrasto a Cosa nostra. Ad un tratto
mi disse: “Sia chiaro, se mi capita qualcosa, non troverete miei
memoriali”.
Non so se Paolo Borsellino avesse letto “Cronaca di una
morte annunciata” di Garcia Marquez, ma colsi nel suo profondo sguardo e
nel suo ironico sorriso la consapevolezza della ineluttabilità di un fato
avverso, che solo il profondo credo religioso e la incrollabile fede nel
dovere di magistrato gli facevano sopportare.
Venti giorni dopo il suo sangue e quello degli agenti Emanuela Loi,
Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina schizzò
sulle mura dei fabbricati di via D’Amelio, ove la ferocia della mafia
reiterò il suo barbaro rito di morte.
Il Paese intero rinnovò le sue lacrime di sgomento, sdegno e
rabbia. La società civile alzò ancor di più la testa, si strinse
intorno alle istituzioni, alle quali, compatta, chiese regole più
incisive, aiuto per i magistrati e le Forze dell’ordine, processi rapidi
e pene severe.
Di quel tragico 19 luglio 1992 oggi ricorre il nono anniversario,
ma non vorrei che nel termine fosse insito un senso di formale
reiterazione di una cerimonia già vista. Invero il titolo, che abbiamo
scelto per questa riflessione in ricordo di Paolo, intende
rappresentare non solo l’intimo rapporto tra l’esemplarità della Sua
figura ed i magistrati, che da essa devono trarre insegnamento, coraggio e
spirito di emulazione, ma sopratutto esprime un forte senso di amore e di
gelosa appartenenza. E’ come se tutta la magistratura, costantemente
tesa ad inverare i valori della Costituzione, volesse rivendicare di
fronte alla comunità nazionale che Paolo Borsellino era un magistrato, un
uomo di diritto e di giustizia, che faceva parte di un “ordine” di
uomini, che con lui si identifica e lo reclama come esempio.
Pensando e parlando di Paolo mi torna sempre in mente la frase di
Erodoto: “Un uomo si giudica dalla sua morte”. Ad oltre trent’anni
di distanza dagli studi liceali questa frase acquista un significato ed
una verità storica, che le toglie quella patina di retorica scolastica,
che allora suscitava in me. La morte,
come momento di giudizio sulla vita, esprime la matura consapevolezza, la
lucida previsione di un evento fatale, che non cade a caso come nella
maggior parte della vita.
Certamente
Paolo Borsellino, come uomo e come magistrato, era assolutamente
consapevole dei rischi ai quali il suo impegno di giudice e la ferocia
cieca dei mafiosi lo esponevano. Nulla è accaduto fortuitamente nella sua
vita di magistrato, neanche quell’ultimo fatale momento in cui gli fu
strappata la vita. E consapevoli, come lui, e non semplicemente caduti
nell’adempimento del loro dovere, erano i giovani agenti, che lo avevano
accompagnato nella vita e lo hanno seguito nella morte.
L’incapacità
di rinunciare all’esercizio del Suo dovere inteso come realizzazione del
diritto per rendere vera la giustizia, la passione per un lavoro che era
al servizio di tutta la comunità, la sicura considerazione che nutriva
per la vita e la libertà come valori fondanti per l’individuo, il Suo
amore per la famiglia, che non era il “familismo” all’italiana che
rende capaci di ogni compromesso , bensì generosità, disponibilità e
rispetto per i Suoi cari, tutti questi valori erano così profondamente
connessi e dosati nella Sua persona che la Sua tragica morte ci appare
degna di essere portata ad esempio, a modello di una vita che è stata
realizzata e donata per i valori di autonomia ed indipendenza, di cui la
magistratura italiana si è sempre dimostrata e si dimostra gelosa
custode.
“Beati
i popoli che non hanno bisogni di eroi”, scrisse Bertold Brecht nella
“Vita di Galileo”. Siamo proprio sicuro che ciò sia vero? Siamo
sicuri che esista un popolo, che non abbia avuto bisogno di eroi : di
uomini che abbiano combattuto per la verità, la giustizia e la libertà?
Mai nella storia umana è esistito un popolo così beato! E dunque
un popolo senza eroi è niente più che un aggregato di individui e non
una nazione. I cittadini di una nazione riconoscono la propria identità
nel saldo legame che li unisce nella propria storia, che è fatta di
lacrime e sangue. “Semen erit sanguis martyrum”, scrisse Claudio
Claudiano, poeta cristiano della tarda latinità. Ogni volta che un
cittadino compie il supremo sacrificio della vita in nome dei valori
propri di tutti gli uomini liberi, si rinnova fra costoro l’alleanza,
che ne fà una nazione. Essi si riconoscono nella patria comune ed
avvertono la necessità di rendere onore a che ha testimoniato con la vita
la fede nei valori fondanti dello Stato, nello Spirito della patria.
Una
riflessione, questa, in ricordo di Paolo Borsellino: per non dimenticare.
Ed io – e sono sicuro tutti i magistrati italiani con me – non voglio
dimenticare.
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