CERCANSI CANDIDATI .
PER IL CONSIGLIO DI PRESIDENZA DELLA GIUSTIZIA TRIBUTARIA

un interrogativo

con la risposta di Giuseppe Cariti e Mario Cicala



   Le elezioni per il rinnovo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria sono previste per il prossimo mese di novembre e molti Colleghi, legittimamente,   stanno intensificando la loro "attività" per ottenere un "posto" per loro (o per  alcuni loro amici) nell' Organo di governo dei giudici tributari.

   E' auspicabile, nell'interesse della Categoria e della giustizia tributaria,  che questi Colleghi  non siano mossi soltanto da motivazioni personalistiche ma che abbiano anche dei "programmi", in particolare, per un diverso trattamento  economico  e per un migliore status giuridico dei giudici tributari.  In ogni caso, nessun candidato dovrebbe chiedere e, soprattutto, ricevere "deleghe in bianco".

   Le elezioni dovranno essere un occasione di confronto di idee e di programmi e non un'occasione per accordi  tra gruppi di potere.

   I candidati "cercano" il voto degli elettori, noi, invece, senza alcuna preclusione nei confronti dei "togati" o dei "laici", cerchiamo sei candidati che possano meritare la nostra fiducia  e il nostro sostegno.

   A questi candidati chiediamo di condividere  il principio della "pari dignità" di tutti i giudici tributari -a parole, ma soltanto a parole, accettato da molti- e, a tal fine, chiediamo di dichiarare il loro impegno per il perseguimento, almeno di due obiettivi "qualificanti": il primo di carattere giuridico e di competenza dello stesso Organo di governo e il secondo di carattere economico e per il cui raggiungimento è necessario "sollecitare" il Legislatore.

   Nomine  e incarichi nelle Commissioni tributarie.
   Le nomine nelle Commissioni tributarie, per coloro che non sono già magistrati tributari, sono regolate dagli artt. 3, 4 e 5 del D.Lvo n. 545/92, ma gli incarichi per coloro che, al momento della domanda, sono già componenti di commissione tributaria, secondo il nostro convincimento, potrebbero e dovrebbero essere conferite in base al disposto di cui all'art. 11, comma 1, del citato Decreto, il quale prevede che "I componenti delle commissioni tributarie (tutti e non soltanto alcuni) sono nominati con precedenza .in posti (in tutti i posti e non soltanto in alcuni) che si rendono vacanti (nella stessa o) in altre commissioni secondo i criteri ed i punteggi di cui alle tabelle E ed F.".
   Nella citata disposizione -particolare di non poca rilevanza- non si fa alcun riferimento alle disposizioni di cui agli artt. 3, 4 e 5.
   D'altra parte, senza questa "ragionevole" interpretazione  -e in conformità al "discutibile" orientamento del Consiglio di presidenza uscente- si dovrebbero addirittura escludere dalla possibilità di un incarico presso altra Commissione, analogo a quello finora ricoperto,  tutti coloro che sono presidenti di sezione senza essere "magistrati ordinari, amministrativi o militari, in servizio o a riposo".
   Il riconoscimento della "pari dignità" non può in alcun modo prescindere della possibilità di accesso (ovviamente sulla base delle Tabelle E ed F) alle presidenze e alle vice presidenze per tutti i giudici tributari, per la quale non è necessaria la modifica dell'art. 3, ma è sufficiente la corretta interpretazione ed applicazione della disposizione -finora ignorata o sottovaluta- di cui all'art. 11, comma 1, del D.L. vo n. 545/92.

  Trattamento economico dei presidenti delle Commissioni tributarie e dei giudici tributari.
    Le Commissioni tributarie dovrebbero essere soltanto  Organi di
giurisdizione, invece, paradossalmente e anacronisticamente sono anche dei "feudi", perché, con artifici economici, assicurano a pochi privilegiati delle rendite, a volte molto elevate, moralmente e razionalmente prive di giustificazione.

    In una Repubblica democratica fondata sul lavoro i presidenti delle commissioni tributarie provinciali e regionali (oltre cento) sono retribuiti prevalentemente non per l'attività da loro svolta, ma per l'attività svolta dai componenti della "loro" commissione.
    Ai presidenti delle commissioni tributarie, infatti, viene corrisposto un certo compenso (circa 4 euro) per ogni ricorso deciso dai giudici della "loro" commissione.  Alcuni presidenti di commissione -con questo sistema- hanno percepito e possono percepire oltre  trecento milioni di lire all' anno: vi sono presidenti che, per l'elevato numero di ricorsi pendenti presso la "loro" commissione, potrebbero ottenere rendite superiori a 500.000 euro (al miliardo delle vecchie lire). con il lavoro degli altri!
    Paradossalmente, però, non sono i presidenti delle commissioni tributarie regionali coloro che hanno le rendite più elevate, pur essendo giudici di appello o di grado più elevato, ma alcuni presidenti di commissione tributaria provinciale (giudici di primo grado).
    Trattasi di una situazione  che crea (o dovrebbe creare) disagio ed imbarazzo in coloro che, senza alcuna colpa, ne traggono vantaggio.
    Vi sono presidenti di commissione che soltanto in pochi giorni o in
qualche settimana percepiscono quello che la stragrande maggioranza dei giudici tributari percepisce in un anno!
    Ai presidenti delle commissioni tributarie dovrebbero essere corrisposti compensi mensili,  ovviamente "congrui" e differenziati a seconda della "consistenza" e quindi del numero delle sezioni delle diverse commissioni, ma in nessun modo collegati al lavoro di altri.

    La modifica della normativa sul trattamento economico dei presidenti delle commissioni tributarie (art. 13 D.L.vo n. 545/92) richiede un intervento del Legislatore, il quale però, per intervenire, dovrebbe essere sollecitato (o sensibilizzato) dall'Organo di governo degli stessi giudici tributari  (Consiglio di presidenza della giustizia tributaria).
    Un diverso trattamento economico per i presidenti delle commissioni tributarie  avrebbe, di certo, effetti immediati sul trattamento economico -attualmente poco "trasparente" ed "aleatorio"  - dei membri del Consiglio di presidenza,  e non potrebbe non avere effetti positivi anche per tutti gli altri giudici tributari, per i quali occorre pensare ad un sistema retributivo diverso dal "cottimo", incompatibile con la funzione giurisdizionale.

    Il conseguimento della "pari dignità" passa necessariamente  anche attraverso la modifica del trattamento economico dei presidenti di commissione, attualmente detentori di privilegi di stampo feudale.

   Vogliamo sperare che questi due obiettivi che, per noi sono essenziali e "qualificanti",  possano essere -esplicitamente e senza riserve- condivisi e perseguiti da alcuni candidati, in assenza dei quali saremo costretti ad astenerci dal voto per non avallare un sistema anacronistico e discriminatorio.
    11 luglio 2002


Mario Piscitello (v. presidente di sezione - CTP di Milano)
Alfio Seminara (giudice - CTP di Novara)
Alfredo Quarchioni (giudice - CTR di Perugia)
Nino Duchi (giudice  - CTP di Asti)
Arturo Sardi (v. presidente di sezione  - CTP di Brescia)
Pietro Cusati (giudice - CTP di Salerno)
Andrea Di Maso (v. presidente di sezione - CTR di Firenze)
Salvatore Cardillo (v. presidente di sezione - CTP di Catania)
Serafino Colaiuda (giudice  - CTR di Roma)
Sergio Carnielli (giudice - CTP di Verbania)
Gianfranco Rosato (giudice - CTP di Bari)
Vladimiro Grinta (giudice - CTP di Pesaro)
 

la risposta di Giuseppe Cariti e Mario Cicala

In relazione alle osservazioni di Mario Piscitello e degli altri colleghi
sul trattamento economico dei presidenti delle Commissioni tributarie, esposte nella nota dal titolo "Cercansi candidati per il Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria" (30 agosto 2002), riteniamo di dover esprimere la nostra opinione, sollecitata nella stessa nota.
Siamo senz'altro d'accordo sulla necessità di una revisione del trattamento economico dei presidenti delle Commissioni tributarie, regionali e provinciali.
I "meccanismi retributivi più razionali" di cui è stata rilevata la necessità nel nostro documento "programmatico" si riferiscono essenzialmente a questo aspetto, dei compensi cioè corrisposti ai presidenti delle Commissioni tributarie, posto che, al di là dei necessari adeguamenti, non sembra modificabile il meccanismo dei compensi agli altri componenti, per i quali appare ineludibile - non trattandosi di un'attività a tempo pieno - che una parte sia commisurata all'attività svolta (nella quale andrebbero peraltro compresi provvedimenti diversi delle sentenze, quali, ad esempio, le ordinanze sulle istanze di sospensione).
Per i presidenti delle Commissioni l'ipotesi più logica è quella prospettata nella nota, e cioè quella di compensi fissi, ma "congrui e differenziati" a seconda del numero delle sezioni della Commissione.
Si potrebbe, ad esempio, pensare a compensi differenziati per commissioni fino a dieci sezioni, da dieci a venti, da venti a trenta, oltre le trenta.
La soluzione, oltre che più giusta e razionale, potrebbe anche, tutto sommato, essere gradita agli interessati, considerata anche la costante diminuzione delle controversie tributarie alle quali è oggi ancorato il compenso variabile.
Naturalmente, i presidenti delle Commissioni continuerebbero a percepire i compensi variabili ad essi spettanti quali presidenti di sezione; mentre dovrebbero essere coerentemente eliminati anche i compensi previsti per i presidenti ed i vicepresidenti di sezione in percentuale sull'attività della sezione.
                                        Giuseppe Cariti
                                        Mario Cicala