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Con il cortese consenso dell’Autore (che ringraziamo) diffondiamo
l’intervento, tratto da una mailing-list, del prof. Lotario Dittrich
(professore di ordinamento giudiziario alla Statale di Milano):
Voglio esporre da "laico" qualche dubbio, su cui mi piacerebbe si
accendesse un dibattito.
Lo spunto mi è offerto dal dott. De Franco, che paventa la reintroduzione
dei concorsi "a ruoli chiusi" come il peggiore dei mali.
L'esperienza universitaria mi ha insegnato che l'unica selezione effettiva
è quella effettuata su posti effettivamente messi a concorso. Quando il
sistema vira verso forme più o meno ampie di idoneità, la selezione si
stempera e altri criteri vengono inevitabilmente a prendere il
sopravvento.
Quale che sia l'esito delle selezioni, mi pare certo che la selezione per
idoneità fornisce sempre risultati qualitativi peggiori di quella per
concorso.
Si dirà che il problema è quello delle modalità di selezione, che hanno
sempre un margine di arbitrio: ma questo è un problema di tutti i giudizi,
a cominciare dalla pagella di mio figlio. Credo inoltre (anche perchè, a
differenza di altri, ho fiducia nei magistrati italiani) che le eventuali
commissioni di merito ben potrebbero svolgere dei giudizi corretti,
eventualmente anche con la partecipazione minoritaria di membri laici.
Con il concorso a ruoli chiusi l'avanzamento verrebbe di fatto a
comportare anche una maggiore mobilità interna e una maggiore facilità di
copertura delle sedi disagiate.
I concorsi interni per l'avanzamento di carriera hanno anche una ulteriore
serie di vantaggi, tra i quali quello (secondo me, importantissimo) che
magistrati relativamente giovani e più motivati possono aspirare ad una
carriera più veloce del magistrato che sia, per ventura, meno preparato o
legittimamente meno interessato alla carriera. A sua volta questo
significa che l'elettorato passivo per i posti dirigenziali si amplierebbe
a favore di soggetti significativamente più giovani di quanto non accada
oggi, dove, nonostante alcuni recenti maggiori sforzi del CSM, l'anzianità
è ancora il criterio prevalente.
Non è cosa da poco: mi risulta infatti che oggi i posti dirigenziali
vengono occupati, normalmente per il poco tempo che manca alla pensione,
da magistrati avanti con l'età e che dunque hanno quantomeno poco tempo
per organizzare il lavoro dell'ufficio che sono chiamati a dirigere.
Francamente mi chiedo se vi sarebbe stata Mani pulite, se il dott.
Borrelli non fosse giunto a capo della procura milanese poco dopo i
sessant'anni, grazie al fatto di aver vinto concorsi per merito prima
della legge "Breganze".
Anche la Cassazione ne trarrebbe vantaggio: inutile negare che spesso
certe sentenze sembrano il frutto di un immobilismo dettato anche dalla
non giovanissima età di formazione dei magistrati che vi siedono.
Ma soprattutto se ne gioverebbe l'immagine della magistratura, che oggi è
facilmente esposta all'accusa di assicurare un deresponsabilizzante
automatismo di carriera ai suoi membri. Tale particolarità stride oggi in
maniera sempre meno sopportabile con un contesto dove l'accento è sempre
più posto sulla produttività e sui relativi controlli.
Mi chiedo allora se sia saggia una posizione di totale chiusura su questo
punto, e se per ventura non sia nell'interesse soprattutto dei magistrati
più preparati e sensibili aprire un dialogo tecnico sulle possibili
modalità di funzionamento di un sistema di questo genere.
Grazie ancora per l'ospitalità nella Vostra mailing list, dalla quale
spero di non essere "cacciato" dopo questo mio intervento, che vuole solo
essere un contributo alla discussione.
prof. Lotario Dittrich
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