|
Un
pensiero, di Mario Cicala
A
Paolo ritengo si attaglino le parole di Cristo: «Che cosa siete andati a
vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? E allora, che cosa siete
andati a vedere; un
uomo vestito di porpora ? Ma gli uomini
che portano vesti sontuose stanno
alla corte dei re. Siete venuti ad ascoltare la voce di uno che grida nel deserto. Un profeta” (Lc 7,24).
Paolo
non era certo né una canna agitata dal vento (non si adattava a lui il
saggio proverbio “piegati canna che passa il vento”), né un “uomo
vestito di porpora”. Era un profeta, nel senso biblico e cristiano del
termine, era
un uomo “che grida
nel deserto”, che grida là ove ciascuno ode la voce della sua coscienza
(il deserto nei testi evangelici non è il vuoto e il luogo della
interiorità e della riflessione); era un uomo che con le sue azioni prima
ancora che con le sue parole indica la via della giustizia. Che ci insegna
ciò che dobbiamo fare per esser degni dell’ ”onore del magistrato”.
Chi
ha avuto l’amaro privilegio di assistere al flusso ininterrotto di
palermitani nella Chiesa ove
era posta la sua salma, di partecipare alle Sue esequie rese solenni dalla
partecipazione di popolo e dalla scarsa presenza di Autorità, comprende
cosa intendiamo dire. E ben
può comprendere perché noi vogliamo porci a confronto con la figura di
Lui e di tutti i colleghi che in questa terra di Sicilia hanno dato la
vita per respingere la rassegnazione ed
il fatalismo,
diciamolo pure, per lottare contro la mafia.
Paolo
Borsellino era, in primo luogo, uomo d’azione, concreto. La Sua non era
la contemplazione indignata ma sterile e quasi compiaciuta del male,
propria di tanti esperti “antimafia”; in lui la conoscenza, la
riflessione erano strumentali all’impegno contro la criminalità
organizzata.
In
questo quadro Paolo non era un giudice “silenzioso”; le sue parole
erano strumenti per fronteggiare la criminalità organizzata. Come in
Bruno Caccia (mi sia consentito questo ricordo da piemontese)
il suo dire era, evangelicamente, «sì» o «no». il «ni» non
entrava nel suo vocabolario. Possedeva quella prudenza cristiana che è
trasformata e pervasa dall’amore per la verità e la giustizia e quindi
non conduce né alla
timidezza né al silenzio dell’indifferente che si sgrava dalle
responsabilità dicendo: “sono forse io il custode di mio fratello”
(J. Pieper, La prudenza, Morcelliana, Brescia, 1999).
Paolo,
non rifuggiva dalle analisi severe ed impietose; nel documento, redatto
da Giovanni Falcone e con cui si concluse la assemblea della A.N.M.
presieduta da Paolo Borsellino riunita a Palermo il 27 ottobre 1990, dopo
l'assassinio di Rosario Livatino, si legge: "il fenomeno mafioso si
colloca ormai in un ambito principalmente politico, perché sotto le vesti
della democrazia, si intravedono sempre più rapporti di potere reale
basati sul decadimento del costume morale e civile, su intrecci fra
istituzioni deviate e organizzazioni occulte, su legami tra mafia e
politica".
E
come non ricordare le dure parole con cui Paolo denunciò
situazioni che pregiudicavano l’impegno contro la mafia, parole
che spinsero qualcuno a chiedere una sua censura da parte del Consiglio
Superiore? (Lucentini, Paolo
Borsellino, il valore di una vita, Mondadori, Milano, 1998). La
firma in calce al documento di critica al disegno di legge sulla
procura nazionale antimafia, di cui pur era promotore il suo amico, il suo
fratello Giovanni Falcone? La sua ultima testimonianza, scritta per gli
studenti di una scuola media, poche ore prima della sua morte in cui
ricorda di essere giunto alle funzioni inquirenti quasi per caso,
abbandonando una originaria vocazione alle funzioni giudicanti civili (con
la “separazione delle carriere” Paolo
Borsellino non avrebbe mai assunto le funzioni di pubblico ministero)
Paolo
non rispondeva all’immagine del “buon giudice tranquillo” teorizzato
da molti. Anche sotto un altro profilo non era un giudice “dabbene”:
era inserito nella vita associativa, presiedette a lungo attivamente
la sezione ANM di Palermo, fu presidente del Consiglio Nazionale di
Magistratura Indipendente; ricordo le sue telefonate per comunicarci
l’esito (sempre per noi positivo) delle votazioni a Palermo.
In
questo, come in ogni profilo
della sua attività, portò l’ottica del servizio: nel timore di essere
in qualche misura distratto dalla sua attività di indagine
non volle essere presidente della corrente, componente del
Direttivo Centrale, rinunciò persino al Consiglio Superiore della
Magistratura, e forse di questo si pentì perché certo
un CSM in cui il distretto di Palermo fosse rappresentato da
Borsellino avrebbe nominato Giovanni Falcone Consigliere Istruttore di
Palermo.
Nella
così detta “carriera” Paolo antepose sempre il senso della funzione
alla propria affermazione personale, nel giugno del 1992 rifiutò la
Direzione Nazionale Antimafia. Ma questo suo atteggiamento non gli
risparmiò l’amara, ingiusta accusa di “professionista
dell’antimafia”, lanciatagli contro in un articolo di
Sciascia (Leonardo
Sciascia: “I professionisti dell'antimafia”
in "Il Corriere della Sera" del
10 gennaio 1987). E questo
mi pare un ulteriore amaro insegnamento.
Anche
nella accettazione delle incomprensioni e delle polemiche, Paolo, con la
Sua vita e la Sua morte, ci ha insegnato che, secondo le parole di
Tucidite “la felicità è nella libertà e la libertà è nel
coraggio”
Pubblicato su "Il Nostro Tempo" n° 29 del 22
luglio 2001
Pietro Scaglione,
Procuratore della
Repubblica a Palermo Assassinato il
5 maggio 1971 dalla mafia a Palermo Cesare Terranova,
Consigliere Istruttore di Palermo Assassinato il 24 luglio
1979 dalla mafia a Palermo, Gaetano
Costa, Procuratore della
Repubblica a Palermo Assassinato il
5 agosto 1980
dalla mafia a Palermo, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Sostituto
Procuratore della Repubblica di Trapani Assassinato il
13 gennaio 1983
dalla mafia a Trapani, Rocco Chinnici, Consigliere Istruttore
di Palermo Assassinato il 29
luglio 1983 dalla mafia a Palermo, Antonino Saetta, Presidente della
Corte d’Assise di Caltanissetta Assassinato, con il figlio Stefano,
a Canicattì il 26
settembre 1988 dalla
mafia, Rosario Livatino, Giudice del Tribunale di Agrigento
Assassinato il 21 settembre 1990
a Agrigento dalla mafia Giovanni
Falcone, Direttore Generale degli Affari Penali,
Francesca Morvillo, Giudice del Tribunale di Palermo
assassinati il 23 maggio 1992
dalla mafia a Palermo) Paolo Borsellino, Procuratore aggiunto della
Repubblica a Palermo Assassinato il 19 luglio 1992 dalla mafia a
Palermo
|