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E'
con grande piacere che raccolgo l'invito di Tindari Baglione di scrivere
poche righe in occasione del nono anniversario della scomparsa di Paolo
Borsellino, con il quale ho avuto la fortuna e l'onore di condividere
un'indimenticabile esperienza di lavoro presso la Procura della
Repubblica di Marsala, ma è al contempo con altrettanto profondo dolore
che, voltandomi indietro a ripercorrere quegli anni e quei terribili
eventi, constato come quella rabbia e sdegno che seguì agli efferati
eccidi dell'estate 1992 abbia lasciato il posto ad una stanca apatia che
scivola (temo) verso l'oblio. Vivo e lavoro ormai lontano dalla Sicilia
e le mie opinioni si formano solamente sulla base di una lettura dei
fatti di cronaca riportati dai giornali e su un esame critico dei
provvedimenti legislativi fioriti in questi anni, oltre che su
conversazioni (ahimè, sempre più sporadiche) con i colleghi che ancor
lavorano in quei luoghi, ed al termine delle mie riflessioni, non posso
che pervenire alla conclusione che forse il giorno in cui la mafia sarà
debellata è ancora molto lontano. E, con un sapore amaro, mi ritornano
in mente le parole di Paolo che, invece, nel suo inguaribile ottimismo
sosteneva con convinzione che “cosa nostra” era destinata ad
un'ineluttabile sconfitta. Il suo ragionamento non era, però,
destituito di fondamento, ma si basava (come sempre, del resto) su
elementi di fatto incontestabili in quei tempi. Osservava Paolo che uno
della sua generazione non poteva essere pessimista perchè quando lui
era ancora un bambino che giocava nel quartiere della Kalsa di Palermo
chi nominava la mafia era considerato uno che voleva diffamare la
Sicilia ed i siciliani perchè, secondo l'opinione comune, "la
mafia non esisteva" e non doveva esistere. Con il passare degli
anni egli, invece, aveva potuto constatare
che nelle vie di Palermo i giovani hanno iniziato a parlare della mafia,
ne hanno ammesso l'esistenza e, nel contempo, hanno cominciato a negarle
il consenso. Se quindi è vero, come sosteneva Paolo Borsellino, che
discutere di mafia, anzi, il solo fatto di nominarla costituisce il
primo ineludibile gradino per combatterla e sconfiggerla, l'assordante
silenzio sul cancerogeno fenomeno mafioso ascoltato nei programmi
elettorali e di governo mi induce a ritenere che si è fatto certamente
un passo indietro rispetto alle realistiche previsioni formulate dal
compianto collega. Oggi la lotta alla mafia rappresenta una vuota
"clausola di stile" da inserire nei discorsi propagandistici
ed il contrasto ai poteri criminali non è più inteso come impegno
della comunità nel suo intero, ma solo come attività demandata
all'esclusivo ed encomiabile impegno di magistrati totalmente isolati
dal resto della società e delle istituzioni. Mi è stato sollecitato un
ricordo di Paolo Borsellino ed io non posso che rammentare la sua bontà.
Molte persone, non appena vengono a sapere dell'esperienza di lavoro che
ho vissuto con Paolo, mi chiedono un giudizio personale su di lui. lo
rispondo sempre: "Paolo era un uomo buono" e tale affermazione
mi pare che deluda i miei interlocutori, i quali mi sembra che la
intendano come riduttiva della figura di questo straordinario
magistrato. lo, invece, ancora oggi ritengo che nessun'altra definizione
meglio si attagli a ciò che Paolo è stato. Con questo non voglio
sottacere le straordinarie doti professionali di Paolo, magistrato
insigne, dotato di grande carisma, in grado di individuare subito il
punto fondamentale di ogni questione che gli si poneva di fronte e
capace di risolverla sempre nel modo più equo e conforme a giustizia.
Di lui ho saputo apprezzare l'eccezionale capacità di garantire a noi
sostituti una completa autonomia, facendoci sempre, nel contempo,
sentire la sua vigile presenza protettiva e considero come fondamentale
insegnamento di civiltà giuridica le sue continue esortazioni a
rispettare la legge e ad applicarla con rigore ed equità. Del resto, i
successi professionali di Paolo Borsellino sono noti a tutti: basti
pensare alla sentenza-ordinanza del primo maxi- processo alla mafia,
scritta, insieme a Giovanni Falcone, durante un'estate trascorsa
all'interno dell'istituto penitenziario dell'Asinara, ove lo Stato li
aveva costretti ad alloggiare in quanto impossibilitato a garantirgli
altrove un'idonea protezione, oppure agli ordini di cattura emessi
sempre nell'ambito di quel processo e dei quali, con orgoglio, Paolo
amava ripetere che erano passati indenni al seppur severo vaglio della
Corte di Cassazione. Nonostante ciò, però, io continuo a ritenere
che la dote più rilevante di Paolo Borsellino sia stata la bontà
d'animo ed in questo sono stato confortato da quanto riferitomi anche da
sua moglie Agnese che mi ha parlato di quel "fanciullino di
pascoliana memoria" che albergava nell'animo si suo marito. Paolo
era un puro d'animo, un uomo di specchiata onestà e di grande integrità
morale, una persona che ha vissuto una vita cristallina. lo ho sempre
ammirato la sua abilità di individuare la parte più debole di ogni
vicenda umana in cui per ragioni personali o professionali si imbatteva
e la sua capacità di schierarsi immediatamente a fianco di chi aveva
subito dei torti. Lo rammento come un uomo di grande sensibilità e
tra tutti i ricordi che si affastellano nella mia mente mi piace
ricordare un episodio che ha visto come protagonista una bimba, perchè
in esso ritrovo la sintesi più mirabile delle qualità di Paolo e perchè
ritengo che solo una persona munita di grande sensibilità, come era
lui, è in grado di stabilire un rapporto così intenso con chi, come i
bambini, costituisce l'espressione più alta della purezza dei
sentimenti e della ingenuità. Ero appena arrivato a Marsala e Paolo
alla fine di una giornata di lavoro mi invitò a cena insieme agli altri
colleghi. Mi disse che voleva portarmi a mangiare in un posto
incantevole. In effetti il ristorante si trovava su una lingua di terra
proiettata nel mare siciliano e la serata di tarda primavera faceva sì
che al tramonto il mare ed il cielo si accendessero di mille luci e
quasi si confondessero in un caleidoscopio di colori. Appena entrati nel
ristorante vidi farsi incontro a Paolo una bambina di non più di sei
anni, con capelli biondi raccolti in due codine, che si gettò tra le
sue braccia. Paolo la prese in braccio e la accarezzò teneramente,
tant'è che la bimba rimase per quasi tutta la serata sulle sue
ginocchia. Tale atteggiamento mi colpì, ma il mio stupore cessò quando
alla fine della serata seppi chi era quella bimba. Si trattava
dell'unico testimone oculare della caduta di un aereo militare avvenuta
nei pressi dell'aeroporto di Trapani. Paolo, che indagava su quel fatto,
aveva dovuto sentire quella bambina rimasta comprensibilmente scossa
dalla scena alla quale aveva assistito e, consapevole della forma di
violenza che inevitabilmente andava ad esercitare sulla bambina,
obbligandola a ricordare un fatto per lei doloroso, era riuscito a
trovare quelle parole, quei modi e quei gesti che solo chi ha una grande
purezza d'animo può utilizzare senza ferire la sensibilità di un
essere ingenuo e fragile come una bambina di quell'età. Quest'uomo era
Paolo Borsellino e così mi piace ricordarlo.
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