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L’escalation
di notizie con cui già da alcuni anni i mass media ci bersagliano sul
mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, si sono fatte via via più
preoccupanti: l’allarme pedofili, le violenze sessuali e non, la
violenza nelle scuole, la costituzione delle bande di minorenni,
l’impiego di questi per attività criminali; questa campagna di
sensibilizzazione ha avuto notevoli riscontri, dalla lotta alla
pedofilia diffusa in rete, ad altre iniziative di vario genere, segno
dell’influenza che ha avuto sull’immaginifico collettivo e della
preoccupazione che ha portato nella società.
I
casi estremi di Novi Ligure o da ultimo quello di Sora (FR) o di altre
località italiane, ove i minori sono i protagonisti, ci presentano una
realtà sempre più avariata e pressante, ma alla continua ostentazione
dei problemi che affliggono i minori, rileviamo che la risposta della
società a questi fenomeni non sempre ci appare commisurata, anzi in
alcuni casi si ha la sensazione di assistere quasi ad una sostanziale
dichiarazione di impunità o di non assoggettamento del minore a
particolari forme di pene, infatti, la nostra legislazione in materia ha
prediletto un tipo di previsione incentrata sull’azione morale e di
rivalutazione della condotta per il recupero, il reinserimento e la
riabilitazione morale del minore stesso.
Non
voglio uscire fuori dal tema, ma di certo, mi sovviene alla memoria un
romanzo del secolo scorso: “David Copperfield”, dove il protagonista
si trova inglobato in una banda di ragazzini, organizzata e capeggiata
da un adulto per diversificate attività illecite, dalla mendicità, al
furto con destrezza sino al furto in appartamenti, e come si può non
ricordare qualche vecchio film in cui si vedevano i giovani a scuola di
taccheggio o di borseggio.
La
criminalità minorile quindi non è un problema della società post
nucleare ma lo ritroviamo in tutte le epoche, semmai il vero problema da
affrontare è quello della risposta che la società ha dato a questo
fenomeno, ossia la scelta tra un sistema afflittivo, in cui gestire il
recupero del minore attraverso l’uso del c.d. “pugno di ferro”, o
uno non afflittivo che tenda al raggiungimento dello scopo attraverso un
processo di progressiva responsabilizzazione.
Ambedue
hanno i loro detrattori e i loro sostenitori, certo è che il problema
deve essere studiato precipuamente nelle sue potenzialità, in specie
nelle sue dimensioni statistiche attuali e nel suo potenziale
prevedibile sviluppo.
Da
quello che abbiamo visto sinora, si è avuta la netta sensazione che la
tendenza sia di un sostanziale aumento in base numerica dei reati
commessi, e non possiamo nasconderci che se non vi sarà un radicale
cambiamento di tendenza si potrà avere una espansione e un inasprimento
dei comportamenti e delle conseguenze.
Di certo molti ricorderanno il film - “Il Preside” - di circa
15 anni fa in cui la storia è ambientata all’interno di una scuola
“degenerata” dove la violenza e le violenze sono la normalità, dove
una normale recinzione è stata sostituita da un reticolato, le porte di
accesso sono delle bussole a pettine e dove compaiono dei metal
detector.
Chi
non ha sorriso ad una visione così estremizzata di una scuola, specie
guardando alla situazione che allora vigeva nelle scuole italiane, ove
tra l’altro si ricordavano con affetto e con una romantica nostalgia
le manifestazioni di piazza e le occupazioni degli istituti degli anni
’60.
Di
contro la situazione odierna di quello che succede in alcuni istituti
dell'America Settentrionale e delle misure che sono state introdotte -
vigilantes, metal detector, sistemi in grado di segnalare la presenza di
esplosivi, impiego di cani antidroga e anti-esplosivi - sono ormai
arrivate ad eguagliare, se non a superare, le fantascientifiche
previsioni del film anzi detto, senza che tra l’altro giungano segnali
positivi di un rallentamento dei fenomeni di delinquenza e di teppismo
giovanile.
Le
cause che determinano un aumento della violenza nei minori e dei
fenomeni di brutalità non sono di certo di competenza di chi scrive che
invece normalmente è portato a studiare il fenomeno con una visione
repressiva, in altre parole tendente alla ricerca dei responsabili e il
loro sottoponimento alla legge; appunto in quest’ottica che si rileva
che i giovani di oggi sono più portati o tendenti a comportamenti
anomali, in cui la violenza o i comportamenti a rischio sono in aumento.
Assistendo
come genitore alla vita dei miei figli registro che la società in cui
vivono, sempre più tendente ad una spersonalizzazione ed a una
integrazione nell’ambito di ritmi e di flussi di pensiero convulsi, in
molti casi ha perso quello che è di fondamentale importanza nel
costruire una società sana, ovvero la costituzione di una morale solida
nei giovani attraverso una educazione che parta sin dai loro primi anni
di vita sociale, e li porti sino alla maturità.
“Leges
sine moribus vanae” ci ricordano i nostri avi, ovvero che è
inutile legiferare se di base non abbiamo costruito una morale che porti
ad un sostanziale rispetto per le leggi, cha poi altro non sono che le
regole del vivere sociale e civile. Da una distaccata analisi della
situazione in cui vivono la maggior parte dei nostri giovani rileviamo
che la loro educazione è precipuamente indirizzata alla assimilazione
dei dati e delle nozioni incluse nei programmi ministeriali, mentre
quello che ritengo che sia non particolarmente attenzionato o ricercato
è la parte che attiene la disciplina e la condotta, che spesso
trascende in un permissivismo e in una acquiescenza di comportamenti
devianti.
Non
sono qualificato per trarre conclusioni da quello che ho dianzi
accennato, ma ritengo che debba però costituire momento di riflessione
e di considerazione, Socrate riteneva fondamentale, nel suo
insegnamento, che i giovani ragionassero in maniera autonoma, che
fossero abituati a chiedersi il perché delle cose, a non accettare per
dogmi quello che avveniva o che era loro detto, ed anche i Dottori della
Chiesa hanno insistito sull’educazione dei giovani, perché loro sono
la continuità delle nostra società e sono la impronta che lasciamo
nell’eternità.
Concludo
queste mie considerazioni, più che con il dare la palma ad un sistema
di repressione che ad un altro, con un moto di speranza, nel senso che
mi auguro che il problema sia affrontato vedendone tutti gli aspetti,
ovvero che sia considerato che ogni azione va coordinata in maniera
interdisciplinare, quindi bisogna diversificare gli interventi sia
nell’ambito scolastico – tendere a un sistema di insegnamento che
non privilegi la sola acquisizione delle nozioni, ma che sia portato a
formare una coscienza del proprio essere e degli altri – riconoscendo
che la disciplina non è solo la ricerca della punizione (o il retaggio
di altre epoche e ideologie), ma la base del rispetto sociale al fine
della formazione della morale, che poi è la base su cui si fonda il
rispetto delle leggi.
In
ambito militare si è soliti affermare che “il regolamento (di
disciplina) esiste per chi non si sa regolare”, allora dobbiamo
cercare di evitare di giungere all’applicazione del regolamento
(leggi) attraverso la conoscenza e la ragionata adesione alle regole del
rispetto di se stesso e degli altri, ossia delle norme che ci derivano
dal diritto naturale.
Qualsiasi
altro correttivo credo che sia solo destinato a confermare che si
combatte una guerra contro un fenomeno che è alimentato in
continuazione, ovvero avremo solo l’aspetto repressivo senza alcun
ritorno preventivo o di eliminazione delle cause, il modello americano
ci ha dimostrato che non sempre l’inasprimento delle pene agisce da
deterrente, se poi si aggiunge l’indeterminatezza della pena, ovvero
la serie premiale che agisce sulla stessa con sconti, riduzioni, etc.,
per cui non vi è nemmeno il timore di dover scontare in toto la
condanna che in sentenza appare di particolare gravità e peso.
T.
Col Roberto Ripollino
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