Minori angeli o demoni

 di Roberto Ripollino

L’escalation di notizie con cui già da alcuni anni i mass media ci bersagliano sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, si sono fatte via via più preoccupanti: l’allarme pedofili, le violenze sessuali e non, la violenza nelle scuole, la costituzione delle bande di minorenni, l’impiego di questi per attività criminali; questa campagna di sensibilizzazione ha avuto notevoli riscontri, dalla lotta alla pedofilia diffusa in rete, ad altre iniziative di vario genere, segno dell’influenza che ha avuto sull’immaginifico collettivo e della preoccupazione che ha portato nella società.

I casi estremi di Novi Ligure o da ultimo quello di Sora (FR) o di altre località italiane, ove i minori sono i protagonisti, ci presentano una realtà sempre più avariata e pressante, ma alla continua ostentazione dei problemi che affliggono i minori, rileviamo che la risposta della società a questi fenomeni non sempre ci appare commisurata, anzi in alcuni casi si ha la sensazione di assistere quasi ad una sostanziale dichiarazione di impunità o di non assoggettamento del minore a particolari forme di pene, infatti, la nostra legislazione in materia ha prediletto un tipo di previsione incentrata sull’azione morale e di rivalutazione della condotta per il recupero, il reinserimento e la riabilitazione morale del minore stesso.

Non voglio uscire fuori dal tema, ma di certo, mi sovviene alla memoria un romanzo del secolo scorso: “David Copperfield”, dove il protagonista si trova inglobato in una banda di ragazzini, organizzata e capeggiata da un adulto per diversificate attività illecite, dalla mendicità, al furto con destrezza sino al furto in appartamenti, e come si può non ricordare qualche vecchio film in cui si vedevano i giovani a scuola di taccheggio o di borseggio.

La criminalità minorile quindi non è un problema della società post nucleare ma lo ritroviamo in tutte le epoche, semmai il vero problema da affrontare è quello della risposta che la società ha dato a questo fenomeno, ossia la scelta tra un sistema afflittivo, in cui gestire il recupero del minore attraverso l’uso del c.d. “pugno di ferro”, o uno non afflittivo che tenda al raggiungimento dello scopo attraverso un processo di progressiva responsabilizzazione.

Ambedue hanno i loro detrattori e i loro sostenitori, certo è che il problema deve essere studiato precipuamente nelle sue potenzialità, in specie nelle sue dimensioni statistiche attuali e nel suo potenziale prevedibile sviluppo.

Da quello che abbiamo visto sinora, si è avuta la netta sensazione che la tendenza sia di un sostanziale aumento in base numerica dei reati commessi, e non possiamo nasconderci che se non vi sarà un radicale cambiamento di tendenza si potrà avere una espansione e un inasprimento dei comportamenti e delle conseguenze.

            Di certo molti ricorderanno il film - “Il Preside” - di circa 15 anni fa in cui la storia è ambientata all’interno di una scuola “degenerata” dove la violenza e le violenze sono la normalità, dove una normale recinzione è stata sostituita da un reticolato, le porte di accesso sono delle bussole a pettine e dove compaiono dei metal detector.

Chi non ha sorriso ad una visione così estremizzata di una scuola, specie guardando alla situazione che allora vigeva nelle scuole italiane, ove tra l’altro si ricordavano con affetto e con una romantica nostalgia le manifestazioni di piazza e le occupazioni degli istituti degli anni ’60.

Di contro la situazione odierna di quello che succede in alcuni istituti dell'America Settentrionale e delle misure che sono state introdotte - vigilantes, metal detector, sistemi in grado di segnalare la presenza di esplosivi, impiego di cani antidroga e anti-esplosivi - sono ormai arrivate ad eguagliare, se non a superare, le fantascientifiche previsioni del film anzi detto, senza che tra l’altro giungano segnali positivi di un rallentamento dei fenomeni di delinquenza e di teppismo giovanile.

Le cause che determinano un aumento della violenza nei minori e dei fenomeni di brutalità non sono di certo di competenza di chi scrive che invece normalmente è portato a studiare il fenomeno con una visione repressiva, in altre parole tendente alla ricerca dei responsabili e il loro sottoponimento alla legge; appunto in quest’ottica che si rileva che i giovani di oggi sono più portati o tendenti a comportamenti anomali, in cui la violenza o i comportamenti a rischio sono in aumento.

Assistendo come genitore alla vita dei miei figli registro che la società in cui vivono, sempre più tendente ad una spersonalizzazione ed a una integrazione nell’ambito di ritmi e di flussi di pensiero convulsi, in molti casi ha perso quello che è di fondamentale importanza nel costruire una società sana, ovvero la costituzione di una morale solida nei giovani attraverso una educazione che parta sin dai loro primi anni di vita sociale, e li porti sino alla maturità.

Leges sine moribus vanae” ci ricordano i nostri avi, ovvero che è inutile legiferare se di base non abbiamo costruito una morale che porti ad un sostanziale rispetto per le leggi, cha poi altro non sono che le regole del vivere sociale e civile. Da una distaccata analisi della situazione in cui vivono la maggior parte dei nostri giovani rileviamo che la loro educazione è precipuamente indirizzata alla assimilazione dei dati e delle nozioni incluse nei programmi ministeriali, mentre quello che ritengo che sia non particolarmente attenzionato o ricercato è la parte che attiene la disciplina e la condotta, che spesso trascende in un permissivismo e in una acquiescenza di comportamenti devianti.

Non sono qualificato per trarre conclusioni da quello che ho dianzi accennato, ma ritengo che debba però costituire momento di riflessione e di considerazione, Socrate riteneva fondamentale, nel suo insegnamento, che i giovani ragionassero in maniera autonoma, che fossero abituati a chiedersi il perché delle cose, a non accettare per dogmi quello che avveniva o che era loro detto, ed anche i Dottori della Chiesa hanno insistito sull’educazione dei giovani, perché loro sono la continuità delle nostra società e sono la impronta che lasciamo nell’eternità.

Concludo queste mie considerazioni, più che con il dare la palma ad un sistema di repressione che ad un altro, con un moto di speranza, nel senso che mi auguro che il problema sia affrontato vedendone tutti gli aspetti, ovvero che sia considerato che ogni azione va coordinata in maniera interdisciplinare, quindi bisogna diversificare gli interventi sia nell’ambito scolastico – tendere a un sistema di insegnamento che non privilegi la sola acquisizione delle nozioni, ma che sia portato a formare una coscienza del proprio essere e degli altri – riconoscendo che la disciplina non è solo la ricerca della punizione (o il retaggio di altre epoche e ideologie), ma la base del rispetto sociale al fine della formazione della morale, che poi è la base su cui si fonda il rispetto delle leggi.

In ambito militare si è soliti affermare che “il regolamento (di disciplina) esiste per chi non si sa regolare”, allora dobbiamo cercare di evitare di giungere all’applicazione del regolamento (leggi) attraverso la conoscenza e la ragionata adesione alle regole del rispetto di se stesso e degli altri, ossia delle norme che ci derivano dal diritto naturale.

Qualsiasi altro correttivo credo che sia solo destinato a confermare che si combatte una guerra contro un fenomeno che è alimentato in continuazione, ovvero avremo solo l’aspetto repressivo senza alcun ritorno preventivo o di eliminazione delle cause, il modello americano ci ha dimostrato che non sempre l’inasprimento delle pene agisce da deterrente, se poi si aggiunge l’indeterminatezza della pena, ovvero la serie premiale che agisce sulla stessa con sconti, riduzioni, etc., per cui non vi è nemmeno il timore di dover scontare in toto la condanna che in sentenza appare di particolare gravità e peso.

 

T. Col Roberto Ripollino