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di
Roberto Ripollino
La
mia seconda domenica in terra di Sicilia, in pieno luglio, con un caldo
soffocante reso ancora più acuto dallo scirocco.
Per
cercare un attimo di refrigerio – rimpiangendo le arie tiepide e
ventilate del golfo Tigullio, da poco abbandonato - mi ero spinto
nell’ampio cortile, dove gli alberi centenari che lo circondano,
riparano dal sole cocente e creano nicchie di ombra rinfrescanti.
Un
refolo di vento, superate le alte mura della caserma, smuoveva appena le
foglie creando un lieve mormorio di sottofondo.
Il
bisogno di un caffè, indirizzava i miei passi verso l’ingresso
principale che si affaccia su Via Vittorio Emanuele, ma senza fretta,
con tutta la calma che può esserci in un primo pomeriggio d’estate.
D’un
tratto, inaspettato, un rumore sordo, assurdo, irreale.
Un
boato che lacera quella tranquillità, la spezza; seguito immediatamente
dall’onda di pressione che mi giunge addosso nonostante la distanza e
il luogo e distrugge con un colpo solo ogni altro pensiero, annunciatore
di disgrazie.
Il
caffè è dimenticato, il caldo non esiste più, raggiungo velocemente
il mio ufficio, dove il Maresciallo
di turno sino ad allora aveva pigramente centellinato la festività, con
il pensiero alla sua famiglia che nel frattempo si godeva il mare di
Isola delle Femmine, e contemporaneo al mio arrivo lo squillo dei
telefoni e l’orrore della notizia: un’altra bomba, un’altra
scorta, altre vittime.
Raccolgo
la voce spezzata di un brigadiere che arrivato sul luogo fornisce i
primi raccapriccianti particolari: la voce rotta, la gola serrata,
attraverso le sue parole mi sembra di vedere quelle auto in fiamme, i
corpi straziati, il sangue che segna il punto dove prima c’erano
uomini e donne.
Di
sottofondo si sentono le sirene dei mezzi di soccorso in arrivo, le voci
di chi accorre sul posto, le urla strazianti di una donna.
Suoni,
voci, spezzoni di immagini che si sovrappongono, che si fondono in
un’indelebile quadro che da quel giorno mi accompagna e che si
accomuna con la conoscenza postuma che ho fatto di quelle persone,
ottenuta anche attraverso i ricordi di che aveva vissuto con loro e che
solo per un caso, in una assolata domenica di luglio, non era presente.
È
attraverso costui che ho conosciuto la figura di un uomo, di un
magistrato che univa una profonda umanità ad un amore sentito e
cosciente per la giustizia, un amore che lo ha segnato e che è stato
una delle principali cause del suo destino.
Sono
passati anni da allora, il tempo dei lenzuoli bianchi è passato con
loro, io non vivo più a Palermo, ma come la magnolia di fronte alla
casa di Falcone che raccoglie tuttora messaggi sul suo tronco, il
messaggio che quelle bombe dovevano distruggere è ancora vivo e dà
forza a chi ha il coraggio di ascoltarlo.
T.Col.
CC Roberto Ripollino |