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Dopo
l'uccisione di Giovanni Falcone, il pentito Vincenzo Calcara, colui che,
per conto della mafia, avrebbe dovuto uccidere Borsellino, gli dice:
" signor giudice, lei non ha paura? Ora tocca a lei di
sicuro". E Paolo Borsellino: "Vincenzo non ci arrendiamo,
andiamo avanti, io e te siamo nella stessa barca e indietro non si
torna… e poi: è bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura
muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola".
Alcuni
giorni prima del 19 luglio, mi permisi rimproverarlo dolcemente e lo
invitai ad usare maggiore cautela; vedevo infatti che la sua venuta in
chiesa, in questa chiesa di S. Luisa, costituiva un pericolo per lui, ma
egli, sereno, guardando dalla finestra della sacrestia la sua casa di
via Cilea, mi disse: " non è la scorta che potrà difendermi dalla
mafia; a me la mafia mi ammazza quando è certa che sono isolato. Si
muore se si è soli".
Quello
sguardo alla sua casa nascondeva un tormento interiore profondo: la
ricerca di un equilibrio tra il suo dovere di magistrato verso la società
e il dovere della paternità verso la moglie e i figli.
A
chi metteva in guardia padre Puglisi e gli consigliava di stare attento,
padre Pino, rispondeva:
"Il massimo che possono farmi, è ammazzarmi. E allora? non me ne
importa niente se mi ammazzano. Io non ho moglie e figli".
E
Borsellino aveva moglie e figli !
Martire
della giustizia, Paolo Borsellino, ha vissuto con la consapevolezza di
andare incontro al martirio, eppure
non è fuggito, non si è tirato indietro, ha cercato in tutti i modi di
salvaguardare la famiglia, la sua adorata famiglia.
E'
un equilibrio umano se non impossibile, certamente difficile.
Eppure
egli ha scelto di compiere il suo dovere fino in fondo nello sforzo
costante di preparare soprattutto i suoi figli all'appuntamento di
quella maledetta domenica, del 19 luglio 1992, alle ore 16.58, in via
D'Amelio, mentre Lui, il figlio, compiva un atto d'amore verso la mamma
ammalata.
Quella
sera del 23 giugno, a un mese dalla strage di Capaci, pregammo nella
nostra chiesa di S. Ernesto: una folla immensa di persone, dentro e
fuori chiesa; quando venne il suo momento, non appena si alzò dalla
panca e si avviò all'ambone, la gente, quasi un accordo preventivo, si
alzò in piedi, incominciò ad applaudire; passarono sette minuti prima
che le persone gli dessero la possibilità di iniziare la sua
testimonianza. Eravamo tutti consapevoli
che ormai il testimone era definitivamente passato a Lui, e il popolo ha
voluto rendergli un particolare omaggio. Parlò, interrotto
continuamente dagli applausi, e pronunziò quella testimonianza che è
divenuta il suo testamento spirituale pubblico. Finita la preghiera, era
quasi mezza notte, attorno alle candele che avevamo piantato nel
cortile, davanti alla grotta della Madonna di Lourdes, si fermò fino a
tardi, non voleva lasciare la gente e, indicandomi
una delle sue figlie, mi disse: "Padre Bucaro, questa è mia
figlia"; :"lo so", gli risposi; e lui: "Padre Bucaro,
questa è mia figlia". "Papà, interruppe la figlia, padre
Bucaro ha capito bene", ma Paolo, non curante, guardandomi negli
occhi, mi ripetè : "Padre Bucaro, questa è mia figlia!".
Aveva piena consapevolezza di ciò che lo attendeva e in tutti i modi ha
cercato di salvaguardare la sua famiglia.
In
fondo l'ultimo atto di amore verso la moglie è stato un apparente atto
di scortesia nei suoi confronti: quel maledetto pomeriggio, quando
decise di andare a trovare la sua mamma, la moglie
voleva andare con lui, egli disse sì e poi,
si infilò nella macchina e velocemente partì; non diede alla
moglie il tempo di chiudere la porta e la lasciò a casa; in questo
modo, ha consapevolmente salvato la vita di Agnese, moglie e madre
dei suoi figli.
Martire
della giustizia Paolo Borsellino ha vissuto il suo dovere di magistrato
sorretto e ispirato dai principi cristiani, egli così, come dice il
santo Padre, indirettamente è martire della fede. In fondo la forza
della sua fede si esprimeva anzitutto nel compiere bene il suo dovere.
E'
per questo motivo che la commissione di storici incaricati dalla Santa
Sede di individuare i martiri del xx° secolo, ha inserito anche Paolo
Borsellino.
Il
Santo Padre Giovani Paolo II°, che
da Auschiwitz alla persecuzione marxista, ha vissuto direttamente la
sofferenza del suo popolo, ha voluto che in questo anno santo si facesse
memoria dei martiri di questo secolo, perché tutti gli uomini, credenti
e non credenti, si rendessero conto di quanto sangue innocente è stato
versato nel xx° secolo.
Il
santo Padre così auspica che, anche per questo sangue
versato, il nuovo millennio porti pace agli uomini e maggiore
benessere per tutta l'umanità.
Non
si tratta necessariamente di nuovi processi di canonizzazione, ma di
mettere in evidenza le tante atrocità subite da uomini giusti, affinché
ciò sia di monito agli uomini di oggi.
Il
martirio non separa o divide i credenti dai non credenti perché
l'adesione ai valori della giustizia costituisce un terreno comune per
tutti gli uomini di buona volontà. Tutti i caduti per la legalità,
credenti e non credenti, senza distinzione, hanno testimoniato quella
legge universale che s'impone a ogni essere dotato di ragione:
"compiere il bene ed evitare il male".
Paolo
viveva la sua fede, ispirato all'esempio di san Francesco. Sento di
potere affermare che egli, nello spirito, era un vero francescano,
attento ai bisognosi, semplice nel suo modo di credere, ha vissuto la
sua fede con estrema coerenza e profonda
discrezione. Non a tutti fu facile comprendere che il suo operare
non era ispirato solo dal senso del dovere, quanto il senso del dovere
era animato dalla esigenza di coerenza della propria fede: era il suo
amore a Cristo e all'umanità che lo portava a vivere con profonda
coerenza la sua missione di magistrato. In questa ottica è illuminante
la sua affermazione: "Palermo non mi piaceva, per questo ho
imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell'amare ciò che
non piace, per poterlo cambiare".
Amava
Palermo che non gli piaceva e per amore si impegnò a cambiarla; ha
amato gli uomini di mafia e per questo si impegnò a cambiarli.
"Perché,
lei, un giorno gli disse un pentito, continua
ad interessarsi di me; mi viene a trovare; mi offre la sigaretta; gioca
a carte con me. Cosa ho di diverso dagli altri ?". E Paolo,
di rimando: "io
combatto la mafia perché è un male grande per la società, ma verso di
te, mafioso, nutro sentimenti di compassione e di amore; per questo
vengo a visitarti. Nel cuore di tutti gli uomini, anche in quelli che,
come te, hanno ucciso altri uomini, Dio ha collocato una scintilla di
bene, e io voglio che in te riemerga questa scintilla di bontà, perché
così tu torni ad essere veramente uomo".
A
me sacerdote ritorna in mente l'insegnamento di sant'Agostino, che diceva "odio al peccato e amore grande per i
peccatori".
La
sua compassione e il suo amore non erano però accondiscendenza acritica
e interessata, seppure a fin di bene. Egli, come fa ogni buon padre con
i propri figli, si interessava che la giovane donna di mafia pentita
avesse il guardaroba adeguato, perché la ragazza comparisse
dignitosamente in società; ma quando la pentita gli chiese la
pelliccia. "ha, quella no !, le rispose. Io la pelliccia non la
compro a mia figlia e nemmeno a te".
Così
si relazionava con i pentiti, Paolo Borsellino !
Brecht
scrive :"Sventurata la terra che ha bisogno di eroi"
(1).
Ed
oggi, aggiungiamo: "Ancor più infelice è il popolo se ne ignora e
ne disperde l'insegnamento".
E
noi non vogliamo ignorare né
disperdere l'insegnamento di Emanuela Loy, Agostino Catalano, Walter
Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina !
Noi
non vogliamo ignorare né
disperdere l'insegnamento di Paolo Borsellino !
Sac.
Giuseppe Bucaro
Chiesa S. Luisa dè Marillac 19
luglio 2000
1.
Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino 1994, pag.217. |