OMELIA PER L'OTTAVO ANNIVERSARIO

DELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO

di padre Giuseppe Bucaro

Dopo l'uccisione di Giovanni Falcone, il pentito Vincenzo Calcara, colui che, per conto della mafia, avrebbe dovuto uccidere Borsellino, gli dice: " signor giudice, lei non ha paura? Ora tocca a lei di sicuro". E Paolo Borsellino: "Vincenzo non ci arrendiamo, andiamo avanti, io e te siamo nella stessa barca e indietro non si torna… e poi: è bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola".

Alcuni giorni prima del 19 luglio, mi permisi rimproverarlo dolcemente e lo invitai ad usare maggiore cautela; vedevo infatti che la sua venuta in chiesa, in questa chiesa di S. Luisa, costituiva un pericolo per lui, ma egli, sereno, guardando dalla finestra della sacrestia la sua casa di via Cilea, mi disse: " non è la scorta che potrà difendermi dalla mafia; a me la mafia mi ammazza quando è certa che sono isolato. Si muore se si è soli".

Quello sguardo alla sua casa nascondeva un tormento interiore profondo: la ricerca di un equilibrio tra il suo dovere di magistrato verso la società e il dovere della paternità verso la moglie e i figli.

A chi metteva in guardia padre Puglisi e gli consigliava di stare attento, padre Pino,  rispondeva: "Il massimo che possono farmi, è ammazzarmi. E allora? non me ne importa niente se mi ammazzano. Io non ho moglie e figli".

E Borsellino aveva moglie e figli !

 

Martire della giustizia, Paolo Borsellino, ha vissuto con la consapevolezza di andare incontro al martirio,  eppure non è fuggito, non si è tirato indietro, ha cercato in tutti i modi di salvaguardare la famiglia, la sua adorata famiglia.

E' un equilibrio umano se non impossibile, certamente difficile.

 

Eppure egli ha scelto di compiere il suo dovere fino in fondo nello sforzo costante di preparare soprattutto i suoi figli all'appuntamento di quella maledetta domenica, del 19 luglio 1992, alle ore 16.58, in via D'Amelio, mentre Lui, il figlio, compiva un atto d'amore verso la mamma ammalata.

 

Quella sera del 23 giugno, a un mese dalla strage di Capaci, pregammo nella nostra chiesa di S. Ernesto: una folla immensa di persone, dentro e fuori chiesa; quando venne il suo momento, non appena si alzò dalla panca e si avviò all'ambone, la gente, quasi un accordo preventivo, si alzò in piedi, incominciò ad applaudire; passarono sette minuti prima che le persone gli dessero la possibilità di iniziare la sua testimonianza. Eravamo tutti  consapevoli che ormai il testimone era definitivamente passato a Lui, e il popolo ha voluto rendergli un particolare omaggio. Parlò, interrotto continuamente dagli applausi, e pronunziò quella testimonianza che è divenuta il suo testamento spirituale pubblico. Finita la preghiera, era quasi mezza notte, attorno alle candele che avevamo piantato nel cortile, davanti alla grotta della Madonna di Lourdes, si fermò fino a tardi, non voleva lasciare la gente e, indicandomi  una delle sue figlie, mi disse: "Padre Bucaro, questa è mia figlia"; :"lo so", gli risposi; e lui: "Padre Bucaro, questa è mia figlia". "Papà, interruppe la figlia, padre Bucaro ha capito bene", ma Paolo, non curante, guardandomi negli occhi, mi ripetè : "Padre Bucaro, questa è mia figlia!". Aveva piena consapevolezza di ciò che lo attendeva e in tutti i modi ha cercato di salvaguardare la sua famiglia.

In fondo l'ultimo atto di amore verso la moglie è stato un apparente atto di scortesia nei suoi confronti: quel maledetto pomeriggio, quando decise di andare a trovare la sua mamma, la moglie  voleva andare con lui, egli disse sì e poi,  si infilò nella macchina e velocemente partì; non diede alla moglie il tempo di chiudere la porta e la lasciò a casa; in questo modo,  ha consapevolmente salvato la vita di Agnese, moglie e madre dei suoi figli.

 

Martire della giustizia Paolo Borsellino ha vissuto il suo dovere di magistrato sorretto e ispirato dai principi cristiani, egli così, come dice il santo Padre, indirettamente è martire della fede. In fondo la forza della sua fede si esprimeva anzitutto nel compiere bene il suo dovere.

E' per questo motivo che la commissione di storici incaricati dalla Santa Sede di individuare i martiri del xx° secolo, ha inserito anche Paolo Borsellino.

Il Santo Padre Giovani Paolo II°,  che da Auschiwitz alla persecuzione marxista, ha vissuto direttamente la sofferenza del suo popolo, ha voluto che in questo anno santo si facesse memoria dei martiri di questo secolo, perché tutti gli uomini, credenti e non credenti, si rendessero conto di quanto sangue innocente è stato versato nel xx° secolo.

Il santo Padre così auspica che, anche per questo sangue  versato, il nuovo millennio porti pace agli uomini e maggiore benessere per tutta l'umanità.

Non si tratta necessariamente di nuovi processi di canonizzazione, ma di mettere in evidenza le tante atrocità subite da uomini giusti, affinché ciò sia di monito agli uomini di oggi.

Il martirio non separa o divide i credenti dai non credenti perché l'adesione ai valori della giustizia costituisce un terreno comune per tutti gli uomini di buona volontà. Tutti i caduti per la legalità, credenti e non credenti, senza distinzione, hanno testimoniato quella legge universale che s'impone a ogni essere dotato di ragione: "compiere il bene ed evitare il male".

 

Paolo viveva la sua fede, ispirato all'esempio di san Francesco. Sento di potere affermare che egli, nello spirito, era un vero francescano, attento ai bisognosi, semplice nel suo modo di credere, ha vissuto la sua fede con estrema coerenza e profonda  discrezione. Non a tutti fu facile comprendere che il suo operare non era ispirato solo dal senso del dovere, quanto il senso del dovere era animato dalla esigenza di coerenza della propria fede: era il suo amore a Cristo e all'umanità che lo portava a vivere con profonda coerenza la sua missione di magistrato. In questa ottica è illuminante la sua affermazione: "Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non piace, per poterlo cambiare".

Amava Palermo che non gli piaceva e per amore si impegnò a cambiarla; ha amato gli uomini di mafia e per questo si impegnò a cambiarli.

"Perché, lei, un giorno gli disse un pentito, continua  ad interessarsi di me; mi viene a trovare;  mi offre la sigaretta; gioca  a carte con me. Cosa ho di diverso dagli altri ?". E Paolo, di  rimando: "io combatto la mafia perché è un male grande per la società, ma verso di te, mafioso, nutro sentimenti di compassione e di amore; per questo vengo a visitarti. Nel cuore di tutti gli uomini, anche in quelli che, come te, hanno ucciso altri uomini, Dio ha collocato una scintilla di bene, e io voglio che in te riemerga questa scintilla di bontà, perché così tu torni ad essere veramente uomo".

A me sacerdote ritorna in mente l'insegnamento di sant'Agostino, che  diceva "odio al peccato e amore grande per i peccatori".

 

La sua compassione e il suo amore non erano però accondiscendenza acritica e interessata, seppure a fin di bene. Egli, come fa ogni buon padre con i propri figli, si interessava che la giovane donna di mafia pentita avesse il guardaroba adeguato, perché la ragazza comparisse dignitosamente in società; ma quando la pentita gli chiese la pelliccia. "ha, quella no !, le rispose. Io la pelliccia non la compro a mia figlia e nemmeno a te".

Così si relazionava con i pentiti, Paolo Borsellino !

 

Brecht  scrive :"Sventurata la terra che ha bisogno di eroi" (1).

 Ed oggi, aggiungiamo: "Ancor più infelice è il popolo se ne ignora e ne disperde l'insegnamento".

E noi non vogliamo ignorare  né disperdere l'insegnamento di Emanuela Loy, Agostino Catalano, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina !

Noi non vogliamo ignorare  né disperdere l'insegnamento di Paolo Borsellino !

  

Sac. Giuseppe Bucaro

 

 

 

Chiesa  S. Luisa dè Marillac           19 luglio 2000

 

 

1. Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino 1994, pag.217.