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Il discorso del Papa, tenuto in occasione del Giubileo dei
magistrati, svoltosi durante il recente Congresso dell'Associazione Nazionale
Magistrati, pur nella sua sinteticità, tocca gran parte dei problemi che
affliggono la giustizia nel nostro Paese. Si
può dire che esso rappresenta lo specchio di ciò che sente l'opinione pubblica
corrente, che segue le vicende della giustizia non con l'occhio rivolto verso
gli operatori o le strutture giudiziario (come spesso accade a noi addetti ai
lavori), ma che guarda all'utente del servizio giudiziario ed ai mille
problemi che egli incontra nello «scontrarsi,, con l'apparato che anche (e
forse soprattutto) noi magistrati rappresentiamo.
E questa mi pare una prima chiave di lettura del discorso: i magistrati,
che lo vogliano o no, sono considerati dall'opinione pubblica come direttamente
responsabili dell'andamento della giustizia e, quindi, dell'efficienza del
sistema, anche se, in larga misura, essa dipende da fattori che vanno al di là
delle possibilità dei singoli magistrati o anche della categoria nel suo
complesso. Quindi, occorre che,
almeno per la parte che ci riguarda (e cioè l'autogoverno), compiamo tutti gli
sforzi possibili per migliorare la situazione; il che significa maggiore
attenzione ai problemi di organizzazione, di formazione, di controllo sulla
professionalità, di scelta delle persone cui affidare le varie funzioni.
E, visto che il discorso è rivolto all'Associazione rappresentativa dei
magistrati, occorre chiedersi se su questo piano l'ANM abbia finora fatto tutto
il possibile, ovvero se troppo spesso alla logica del servizio non si sia
sostituita quella dell'appartenenza e della difesa di gruppo, se all'interesse
generale non si sia sovrapposto quello particolare.
Passando al merito, mi sembra di poter cogliere due
aspetti che il papa ha voluto toccare nel suo discorso, pur nell'ambito di
un'unica cornice etica: il primo deontologico, il secondo istituzionale.
Ci viene ricordato, innanzitutto, che non è possibile
affrontare la nostra professione con mentalità burocratica ed impiegatizia.
Non fosse altro perché, come dice il Papa, nel suo lavoro «il
magistrato incontra "l'uomo", con la sua dignità di persona e con i
valori inalienabili». Si tratta di
una considerazione in apparenza banale, eppure profonda soprattutto per chi,
come noi, è costretto quotidianamente ad affannarsi tra fascicoli e faldoni,
correndo il concreto rischio di trascurare il fatto che dietro ogni affare si
celano situazioni personali a volte disperate, spesso gravi, sempre traumatiche
nel loro impatto con l'apparato giudiziario.
Sotto questo profilo, i richiami alla tentazione del protagonismo,
all'uso distorto della custodia cautelare, all'impegno costante nel lavoro, alla
funzione rieducativa che deve avere l'espiazione della pena, costituiscono
certamente un'occasione d riflessione, individuale e collettiva.
Dal punto di vista istituzionale tra i tanti spunti
interessanti, vorrei valorizzarne due. In
primo luogo, l'accenno alla lunghezza dei processi, considerata essa stessa
un'ingiustizia, al di là dell'esito del giudizio.
Sono ormai quotidiane le notizie di condanne dello Stato italiano nelle
sedi internazionali per il fatto stesso che il processo è durato oltre un certo
limite ritenuto intollerabile. Tanto
che spesso anche la parte che ha avuto torto nel giudizio riesce, per tale via,
ad ottenere un cospicuo risarcimento per il fatto di aver dovuto sopportare
troppo a lungo la pena del processo. t chiaro che i carichi di lavoro e lo stato
delle strutture e dell'apparato amministrativo sono tali che non si può pensare
che solo un maggior impegno o una migliore organizzazione del servizio possano
risolvere i problemi.
Eppure dobbiamo fare quanto possiamo, poco o molto che
sia: ad esempio, il nuovo rito civile può consentire in molti casi di
programmare i tempi del processo, in modo da fornire certezze all'utente;
opportuni accordi con il foro possono ridurre le occasioni di inutili rinvii;
l'elaborazione di un protocollo, insieme alle organizzazioni degli altri
operatori ed alle associazioni degli utenti, può diminuire i disagi che sono
costretti a subire coloro i quali vengono a contatto con l'apparato giudiziario
per qualsiasi ragione, come parti, testimoni, consulenti, ecc.
Questo è il campo d'azione tipico dell'attività dell'Associazione
Nazionale Magistrati, soprattutto nelle sue strutture locali; l'Associazione non
può illudersi di modificare da sola la realtà; ma può certamente contribuire,
con la sua opera soprattutto culturale, a cambiare la mentalità con la quale
gli operatori della giustizia magistrati, avvocati, personale affrontano i
quotidiani problemi di gestione. Ed
una spinta al riguardo deve venire dagli organi centrali dell'ANM, che, sotto
questo profilo, sono sostanzialmente assenti.
Altro richiamo interessante è alla funzione innovativo
della giurisprudenza, che il Pontefice fa con riguardo, soprattutto, agli
scottanti temi della bioetica, della morale pubblica, delle libertà.
Al di là delle palesi intenzioni del Papa, il tema dell'interpretazione
giurisprudenziale è oggi di grande attualità.
Esso si lega indissolubilmente con quello della certezza del diritto e
della conseguente prevedibilità delle decisioni.
In estrema sintesi, premesso che l'indipendenza del giudice
nell'interpretazione della nonna è valore assoluto e non" declinabile, si
tratta di vedere come si può coniugare questo principio con quello pure
rilevante dell'interesse del cittadino a prevedere ragionevolmente l'esito del
giudizio, evitando soluzioni eccentriche, spesso frutto di una sopravvalutazione
del proprio ruolo. il punto di raccordo non può che essere la professionalità
del singolo magistrato, che lo porta a discostarsi da orientamenti consolidati
sulla base non di un superficiale senso di indipendenza, che rischia -di
sfociare in arbitrio, ma di un faticoso approfondimento, che tiene e dà conto
delle ragioni poste alla base dei diversi orientamenti.
Ed anche in questo campo, l'opera culturale dell'Associazione può essere
determinante.
Questi sono alcuni dei temi che costituiscono
nell'immediato futuro il campo elettivo di analisi e di azione dell'ANM, che
oggi sembra ai più distratta e lontana.
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