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In occasione del XXV congresso nazionale dell'Associazione
Nazionale Magistrati, tenutosi in Roma dal 30 marzo al 2 aprile 2000, una
brillante organizzazione di avvenimenti collaterali ha contraddistinto le
quattro giornate di Roma. Infatti,
a parte la cena per pochi intimi in Campidoglio per la quale molti Magistrati (e
soprattutto le relative consorti pronte,ad indossare un vertiginoso abito da
sera) si sono sentiti rifiutati dal Sindaco di Roma e dall'ANM medesima che ha
creato una sconveniente differenziazione tra i congressisti in base al principio
<chi tardi arriva male alloggia>, i momenti di aggregazione al di fuori
del congresso sono stati interessanti e partecipati: in particolare la
nottambula (ore 23) cena a Tivoli con visita guidata e soprattutto l'incontro
con il Santo Padre.
Desidero soffermarsi su quest'ultimo appuntamento giacché
a mio parere è stato il momento più intenso dell'evento globalmente
considerato.
L’incontro, avvenuto nell'aula Paolo Vi aperta ai
Magistrati e familiari senza alcun tipo di discriminazione nonostante lo sguardo
severo delle guardie svizzere, è iniziato con il saluto al Pontefice da parte
del Presidente dell'ANM che ha dato un messaggio dai forti contenuti morali e
denso di citazioni autorevoli (l'Apostolo Paolo, San Tommaso d'Aquino) nel quale
lascia intendere che il Magistrato, che nutra o meno una fede religiosa, debba
applicare la legge universale che impone alla persona di compiere il bene ed
evitare il male nella ricerca dei valori fondamentali della verità e della
giustizia.
Ed il Pontefice dopo aver ascoltato queste parole risponde
con un discorso di alto spessore spirituale, che purtroppo non è stato recepito
in tal senso da tutti i presenti e soprattutto da taluna stampa.
Dice Wojtyla: <Compito della Magistratura è di rendere giustizia... e
di offrire tutela agli interessi protetti dalla legge nel quadro dei valori
etici fondamentali. La missione del
Giudice si esplica nell'impegno di disvelare, in rapporto al dettato della
legge, la verità racchiusa nel caso concreto.
In questa indagine il magistrato incontra «l'uomo che è creatura di
Dio, con la sua dignità di persona e con i suoi valori inalienabili, che né lo
Stato, né le istituzioni, né il Magistrato stesso possono intaccare ed ancor
meno annullare,,.
Si sofferma poi, sul significato dell'indipendenza della
Magistratura, concetto spesso troppo astratto per essere ben inteso
concretamente; e lo fa rappresentandone l'effetto della ripartizione dei poteri
dello Stato: <Le Costituzioni degli Stati moderni... garantiscono al potere
giudiziario la necessaria indipendenza nell'ambito della legge.
Ma questa indipendenza è un valore cui deve corrispondere... un vivo
senso di rettitudine e, nell'ambito della ricerca della verità, una serena
obiettività di giudizio. Mai l'indipendenza della Magistratura potrà esercitarsi
disattendendo valori radicati nella natura dell'essere umano... L’attività
legislativa fatica talora a seguire i ritmi dello sviluppo
tecnico-scientifico... sicché l'interpretazione giurisprudenziale della legge
va assumendo sempre più il valore di fonte del diritto,>.
Su gran parte di questo discorso si è parlato di
bacchettate ai Magistrati, in particolare quando il Pontefice li ha esortati
alla celerità dei processi, al rap-porto con i mass media ispirato a doveroso
riserbo, alla maggiore alacrità nel lavoro da parte del Giudice monocratico; in
effetti a ben vedere si tratta di considerazioni che ricadono sotto la visione
spirituale dianzi spiegata; semmai, le bacchettate vi sono state per il
legislatore che lascia dei vuoti che il Giudice deve colmare, si pensi alla
bioetica, al sistema processuale che determina obbligati tempi lunghi e regole
farraginose che impediscono al processo di arrivare alla conclusione garantendo
non l'imputato ma la sua impunità. Nessuno
ha poi citato un passaggio nel quale Wojtyla ha individuato coloro che, al
contrario dei Magistrati, non operano al servizio della giustizia e della pace (opus
iustitiae pax). Dice il Santo
Padre: «Basti pensare a tutte quelle iniziative di singoli e di gruppi
organizzati che, non paghi di trasgredire la legge attentando alla vita ed ai
beni altrui, si adoperano anche per ottenere modifiche dell'ordinamento in
funzione dei propri interessi, al di là dei principi etici e della
considerazione del bene comune. Questa
è la frase di più alto significato pronunciata da un uomo politico mondiale
quale è il Pontefice che è diretta a tutti coloro non operano nella famiglia,
nel lavoro e nella società per gli altri, ma solo per il proprio egoistico e
fine a se stesso interesse, spesso di natura patrimoniale.
In definitiva, il Santo Padre ha tenuto un discorso che
lungi dall'entrare in polemica con taluno voleva solo interpretare un forte
impegno della società civile e della Chiesa per esprimere in senso spirituale
le finalità della giustizia: d'altra parte da un Pontefice che ha unito
l'Europa e che ha lavorato per la pace nel mondo con risultati esaltanti non si
poteva non aspettarsi un discorso di largo respiro, rivolto a Magistrati,
Avvocati, Politici, Giornalisti, ecc. per conseguire un'idea comune di Giustizia
intesa come rispetto della legge umana e di quella naturale.
Dispiace che da più parti si è tentato di ridimensionare
la grandezza del discorso del Papa ritenendo che le sue parole fossero state
imboccate da qualcuno con precisi interessi politici alla vigilia delle elezioni
amministrative o addirittura che il Pontefice abbia fatto proprie le parole di
altri che per hobby si dilettano ad esprimere concetti filosofici raramente
esternati al di fuori delle proprie mura domestiche e sconosciuti ai più, in
quest'ultimo caso mi sembra che si rischi di superare ogni limite.
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