IL GIUBILEO DEI MAGISTRATI

Roberto Peluso      Giudice del Tribunale di Torre Annunziata

Da “Il ghibellin fuggiasco” 7/2000  

 

In occasione del XXV congresso nazionale dell'Associazione Nazionale Magistrati, tenutosi in Roma dal 30 marzo al 2 aprile 2000, una brillante organizzazione di avvenimenti collaterali ha contraddistinto le quattro giornate di Roma.  Infatti, a parte la cena per pochi intimi in Campidoglio per la quale molti Magistrati (e soprattutto le relative consorti pronte,ad indossare un vertiginoso abito da sera) si sono sentiti rifiutati dal Sindaco di Roma e dall'ANM medesima che ha creato una sconveniente differenziazione tra i congressisti in base al principio <chi tardi arriva male alloggia>, i momenti di aggregazione al di fuori del congresso sono stati interessanti e partecipati: in particolare la nottambula (ore 23) cena a Tivoli con visita guidata e soprattutto l'incontro con il Santo Padre.

Desidero soffermarsi su quest'ultimo appuntamento giacché a mio parere è stato il momento più intenso dell'evento globalmente considerato.

L’incontro, avvenuto nell'aula Paolo Vi aperta ai Magistrati e familiari senza alcun tipo di discriminazione nonostante lo sguardo severo delle guardie svizzere, è iniziato con il saluto al Pontefice da parte del Presidente dell'ANM che ha dato un messaggio dai forti contenuti morali e denso di citazioni autorevoli (l'Apostolo Paolo, San Tommaso d'Aquino) nel quale lascia intendere che il Magistrato, che nutra o meno una fede religiosa, debba applicare la legge universale che impone alla persona di compiere il bene ed evitare il male nella ricerca dei valori fondamentali della verità e della giustizia.

Ed il Pontefice dopo aver ascoltato queste parole risponde con un discorso di alto spessore spirituale, che purtroppo non è stato recepito in tal senso da tutti i presenti e soprattutto da taluna stampa.  Dice Wojtyla:  <Compito della Magistratura è di rendere giustizia... e di offrire tutela agli interessi protetti dalla legge nel quadro dei valori etici fondamentali.  La missione del Giudice si esplica nell'impegno di disvelare, in rapporto al dettato della legge, la verità racchiusa nel caso concreto.  In questa indagine il magistrato incontra «l'uomo che è creatura di Dio, con la sua dignità di persona e con i suoi valori inalienabili, che né lo Stato, né le istituzioni, né il Magistrato stesso possono intaccare ed ancor meno annullare,,.

Si sofferma poi, sul significato dell'indipendenza della Magistratura, concetto spesso troppo astratto per essere ben inteso concretamente; e lo fa rappresentandone l'effetto della ripartizione dei poteri dello Stato: <Le Costituzioni degli Stati moderni... garantiscono al potere giudiziario la necessaria indipendenza nell'ambito della legge.  Ma questa indipendenza è un valore cui deve corrispondere... un vivo senso di rettitudine e, nell'ambito della ricerca della verità, una serena obiettività di giudizio.  Mai l'indipendenza della Magistratura potrà esercitarsi disattendendo valori radicati nella natura dell'essere umano... L’attività legislativa fatica talora a seguire i ritmi dello sviluppo tecnico-scientifico... sicché l'interpretazione giurisprudenziale della legge va assumendo sempre più il valore di fonte del diritto,>.

Su gran parte di questo discorso si è parlato di bacchettate ai Magistrati, in particolare quando il Pontefice li ha esortati alla celerità dei processi, al rap-porto con i mass media ispirato a doveroso riserbo, alla maggiore alacrità nel lavoro da parte del Giudice monocratico; in effetti a ben vedere si tratta di considerazioni che ricadono sotto la visione spirituale dianzi spiegata; semmai, le bacchettate vi sono state per il legislatore che lascia dei vuoti che il Giudice deve colmare, si pensi alla bioetica, al sistema processuale che determina obbligati tempi lunghi e regole farraginose che impediscono al processo di arrivare alla conclusione garantendo non l'imputato ma la sua impunità.  Nessuno ha poi citato un passaggio nel quale Wojtyla ha individuato coloro che, al contrario dei Magistrati, non operano al servizio della giustizia e della pace (opus iustitiae pax).  Dice il Santo Padre: «Basti pensare a tutte quelle iniziative di singoli e di gruppi organizzati che, non paghi di trasgredire la legge attentando alla vita ed ai beni altrui, si adoperano anche per ottenere modifiche dell'ordinamento in funzione dei propri interessi, al di là dei principi etici e della considerazione del bene comune.  Questa è la frase di più alto significato pronunciata da un uomo politico mondiale quale è il Pontefice che è diretta a tutti coloro non operano nella famiglia, nel lavoro e nella società per gli altri, ma solo per il proprio egoistico e fine a se stesso interesse, spesso di natura patrimoniale.

In definitiva, il Santo Padre ha tenuto un discorso che lungi dall'entrare in polemica con taluno voleva solo interpretare un forte impegno della società civile e della Chiesa per esprimere in senso spirituale le finalità della giustizia: d'altra parte da un Pontefice che ha unito l'Europa e che ha lavorato per la pace nel mondo con risultati esaltanti non si poteva non aspettarsi un discorso di largo respiro, rivolto a Magistrati, Avvocati, Politici, Giornalisti, ecc. per conseguire un'idea comune di Giustizia intesa come rispetto della legge umana e di quella naturale.

Dispiace che da più parti si è tentato di ridimensionare la grandezza del discorso del Papa ritenendo che le sue parole fossero state imboccate da qualcuno con precisi interessi politici alla vigilia delle elezioni amministrative o addirittura che il Pontefice abbia fatto proprie le parole di altri che per hobby si dilettano ad esprimere concetti filosofici raramente esternati al di fuori delle proprie mura domestiche e sconosciuti ai più, in quest'ultimo caso mi sembra che si rischi di superare ogni limite.

 

 

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