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1. Sono lieto di accoglierVi in questa speciale Udienza,
illustri Governanti, Parlamentari e Amministratori della cosa pubblica,
venuti a Roma per il Giubileo. Nel rivolgerVi il mio deferente saluto,
ringrazio il Senatore Nicola Mancino per le gentili parole con cui si è
fatto interprete dei comuni sentimenti. Estendo il mio grato pensiero al
Senatore Francesco Cossiga, attivo promotore della proclamazione di san
Tommaso Moro Patrono dei Governanti e dei Politici. Saluto pure le altre
Personalità, tra cui il Signor Michail Gorbachev, che hanno preso la
parola. Uno speciale benvenuto rivolgo ai Capi di Stato presenti.
L'incontro mi è propizio per riflettere insieme con Voi
- alla luce anche delle mozioni poc'anzi presentate - sulla natura e
sulla responsabilità che comporta la missione a cui, nella sua amorosa
provvidenza, Dio Vi ha chiamati. La vostra, infatti, può ben essere
considerata come una vera e propria vocazione all'azione politica:
in pratica, al governo delle nazioni, alla formazione delle leggi e
all'amministrazione della cosa pubblica, a vari livelli. E' necessario
allora interrogarsi sulla natura, sulle esigenze e sugli scopi della
politica, per viverla da cristiani e da uomini consapevoli della sua
nobiltà e, insieme, delle difficoltà e dei rischi che essa comporta.
2. La politica è l'uso del potere legittimo per il
raggiungimento del bene comune della società: bene comune che, come
afferma il Concilio Vaticano II, "si concreta nell'insieme di
quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri
umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e
più spedito della propria perfezione" (Gaudium et spes,
74). L'attività politica deve perciò svolgersi in spirito di
servizio. Giustamente il mio predecessore Paolo VI ha affermato che
"la politica è una maniera esigente ... di vivere l'impegno
cristiano a servizio degli altri" (Octogesima adveniens,
46).
Perciò, il cristiano che fa politica - e vuole farla
‘da cristiano’ - deve agire con disinteresse, cercando non l'utilità
propria, né del proprio gruppo o partito, ma il bene di tutti e di
ciascuno, e quindi, in primo luogo, di coloro che nella società
sono i più svantaggiati. Nella lotta per l'esistenza, che talvolta
assume forme spietate e crudeli, non sono pochi i ‘vinti’, che
vengono messi inesorabilmente da parte. Tra questi non posso non
ricordare i detenuti nelle carceri: tra loro mi sono recato il 9 luglio
scorso, in occasione del loro Giubileo. In quella circostanza,
richiamandomi alla consuetudine dei precedenti Anni giubilari, invocavo
dai Responsabili degli Stati "un segno di clemenza a vantaggio di
tutti i detenuti", che costituisse "un chiaro segno di
sensibilità verso la loro condizione". Mosso dalle molte suppliche
che mi giungono da ogni parte, rinnovo anche oggi quell'appello, nella
convinzione che un simile gesto li incoraggerebbe nel cammino del
personale ravvedimento e li stimolerebbe ad una più convinta adesione
ai valori della giustizia.
Questa deve essere, appunto, la preoccupazione
essenziale dell'uomo politico, la giustizia: una giustizia che non si
contenti di dare a ciascuno il suo, ma tenda a creare tra i cittadini
condizioni di uguaglianza nelle opportunità, e dunque a favorire
quelli che per condizione sociale, per cultura, per salute rischiano di
restare indietro o di essere sempre agli ultimi posti nella società,
senza possibilità di personale riscatto.
E' lo scandalo delle società opulente del mondo di
oggi, nelle quali i ricchi diventano sempre più ricchi, perché
la ricchezza produce ricchezza, e i poveri diventano sempre più
poveri, perché la povertà tende a creare altra povertà. Questo
scandalo non si verifica solo all'interno delle singole nazioni, ma ha
dimensioni che ne travalicano ampiamente i confini. Oggi soprattutto,
con il fenomeno della globalizzazione dei mercati, i Paesi ricchi e
sviluppati tendono a migliorare ulteriormente la loro condizione
economica, mentre i Paesi poveri - se si eccettuano alcuni in via di
promettente sviluppo - tendono a sprofondare in forme di povertà sempre
più penose.
3. Penso con angoscia a quelle regioni del mondo che sono
afflitte da guerre e guerriglie senza fine, dalla fame endemica e da
tremende malattie. Molti di Voi sono preoccupati al pari di me per
questo stato di cose che, da un punto di vista cristiano e umano,
costituisce il più grave peccato d'ingiustizia del mondo moderno e deve
quindi scuotere profondamente la coscienza dei cristiani di oggi, in
primo luogo di coloro che, avendo in mano le leve politiche, economiche
e finanziarie del mondo, possono determinare - in bene o in male - i
destini dei popoli.
In realtà, è lo spirito di solidarietà che deve
crescere nel mondo, per vincere l'egoismo delle persone e
delle nazioni. Solo così si potrà porre un freno alla ricerca della
potenza politica e della ricchezza economica al di fuori di ogni
riferimento ad altri valori. In un mondo ormai globalizzato, in cui il
mercato, che per sé ha un ruolo positivo per la libera creatività
umana nel settore dell'economia (cfr Centesimus annus, 42), tende
però a svincolarsi da ogni considerazione morale, assumendo come unica
norma la legge del massimo profitto, quei cristiani che si sentono
chiamati da Dio alla vita politica hanno il compito - certamente assai
difficile, e tuttavia necessario - di piegare le leggi del mercato
‘selvaggio’ alle leggi della giustizia e della solidarietà. E'
questa la sola via per assicurare al nostro mondo un avvenire pacifico,
distruggendo alla radice le cause di conflitti e di guerre: la pace
è frutto della giustizia.
4. Una parola particolare vorrei ora rivolgere a coloro,
tra Voi, che hanno il delicatissimo compito di formulare ed approvare le
leggi: un compito che avvicina l'uomo a Dio, Legislatore supremo, dalla
cui Legge eterna ogni legge attinge, in ultima analisi, la sua validità
e la sua forza obbligante. Proprio a questo si intende alludere quando
si afferma che la legge positiva non può contraddire la legge
naturale, null'altro essendo quest'ultima se non l'indicazione delle
norme prime ed essenziali che regolano la vita morale, e quindi di
quelli che sono i caratteri, le esigenze profonde e i valori più alti
della persona umana. Come già ho avuto modo di affermare anche
nell'Enciclica Evangelium vitae, "alla base di questi valori
non possono esservi provvisorie e mutevoli ‘maggioranze’ di
opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che,
in quanto ‘legge naturale’ iscritta nel cuore dell'uomo, è punto di
riferimento normativo della stessa legge civile" (n. 70).
Questo significa che le leggi, quali che siano i campi
in cui il legislatore interviene o è obbligato ad intervenire, devono
sempre rispettare e promuovere - nella varietà delle loro esigenze
spirituali e materiali, personali, familiari e sociali - le persone
umane. Perciò una legge che non rispetti il diritto alla vita - dalla
concezione alla morte naturale - dell'essere umano, quale che sia la
condizione in cui si trova - sia esso sano o malato, ancora allo stato
embrionale, vecchio o in stadio terminale - non è una legge conforme
al disegno divino: perciò, un legislatore cristiano non può né
contribuire a formularla né approvarla in sede parlamentare, anche se,
là dove già esiste, gli è lecito proporre emendamenti che ne
attenuino la dannosità in sede di discussione parlamentare. Lo
stesso deve dirsi di ogni legge che danneggi la famiglia e attenti alla
sua unità e alla sua indissolubilità oppure dia validità legale a
unioni tra persone, anche dello stesso sesso, che pretendano di
surrogare con gli stessi diritti la famiglia fondata sul matrimonio tra
un uomo e una donna.
Indubbiamente, nell'attuale società pluralistica, il
legislatore cristiano si trova di fronte a concezioni di vita, a leggi e
a richieste di legalizzazione che sono in contrasto con la propria
coscienza. Sarà allora la prudenza cristiana, che è la virtù propria
del politico cristiano, ad indicargli come comportarsi per non venir
meno, da una parte, al richiamo della sua coscienza rettamente formata,
e non mancare, dall'altra, al suo compito di legislatore. Non si tratta,
per il cristiano di oggi, di uscire dal mondo in cui la chiamata di Dio
l'ha posto, ma piuttosto di dare testimonianza della propria fede e di
essere coerente con i propri principi, nelle difficili e sempre nuove
circostanze che caratterizzano l'ambito della politica.
5. Illustri Signori e gentili Signore, i tempi che Dio
ci dà da vivere sono per tanta parte oscuri e difficili, poiché sono
tempi in cui è messo in gioco il futuro stesso dell'umanità nel
millennio che si apre dinanzi a noi. In molti uomini del nostro tempo
dominano la paura e l'incertezza: dove stiamo andando? quale sarà nel
prossimo secolo il destino dell'umanità? dove ci porteranno le
straordinarie scoperte scientifiche, soprattutto in campo biologico e
genetico, fatte in questi ultimi anni? Siamo infatti consapevoli di
essere solo all'inizio di un cammino che non si sa dove potrà sboccare
e se sarà a vantaggio o a danno degli uomini del XXl secolo.
Noi cristiani di questo tempo, formidabile insieme e
meraviglioso, pur partecipando alle paure, alle incertezze e agli
interrogativi degli uomini di oggi, non siamo pessimisti riguardo al
futuro, poiché abbiamo la certezza che Gesù Cristo è il Signore della
storia, e perché abbiamo nel Vangelo la luce che illumina il nostro
cammino, anche nei momenti difficili e oscuri.
L'incontro con Cristo ha trasformato un giorno la vostra
vita e oggi Voi avete voluto rinnovarne lo splendore con questo
pellegrinaggio alle memorie degli apostoli Pietro e Paolo. Nella misura
in cui persevererete in questo stretto legame con Lui, attraverso la
preghiera personale e la partecipazione convinta alla vita della Chiesa,
Egli, il Vivente, continuerà ad effondere su di Voi lo Spirito Santo,
lo Spirito della verità e dell'amore, la forza e la luce di cui tutti
noi abbiamo bisogno.
Con un atto di fede sincera e convinta, rinnovate la
vostra adesione a Gesù Cristo, Salvatore del mondo, e fate del suo
Vangelo la guida del vostro pensiero e della vostra vita. Sarete allora
nella società odierna quel fermento di vita nuova di cui l'umanità ha
bisogno per costruire un futuro più giusto e più solidale, un futuro
aperto alla civiltà dell'amore. |