IL CROCIFISSO NON  DIVIDE

 

 E’ difficile dar conto dell’  intrico di complesse  discussioni e polemiche cui  ha fortunatamente dato luogo il provvedimento con cui un giudice del Tribunale de L’Aquila ha ordinato la rimozione del crocifisso dalle aule della scuola elementare di Ofena. Mi limito perciò a qualche breve osservazione sottovoce.

Chi legga il provvedimento giudiziario, ed il ricorso con cui il legale del sig. Smith lo ha richiesto, constata come entrambi i documenti muovano da una concezione del moderno stato “laico”  estremamente rigida: stato laico è –secondo il giudice de L’Aquila-  quello stato che non rivela in alcuno dei suoi atti, anche minimi, anche marginali la adesione a valori che possano esser ricondotti a concezioni religiose. Questa visione di “stato laico”, pur non esplicitamente enunciata in alcuna puntuale norma costituzionale, costituirebbe una necessaria conseguenza del principio di libertà religiosa e del principio di uguaglianza. Perciò la presenza del crocifisso nelle scuole (nei tribunali, negli ospedali) lederebbe la libertà religiosa dei non cristiani (e degli atei) e costituirebbe una  discriminazione di questi ultimi, tanto grave da esigere la emanazione di una misura di urgenza che disponga la rimozione della croce.

Personalmente non condivido questi argomenti, e ritengo bene abbia fatto il Presidente del Tribunale a sospendere la esecuzione della ordinanza.

La libertà religiosa, ed il divieto di discriminazioni su base religiosa, costituiscono  solo una delle manifestazioni della libertà di pensiero;  uguale tutela costituzionale hanno la libertà di professare opinioni in campo politico e sociale.

Questa semplice considerazione consente di verificare come sia del tutto fuori della realtà  l’idea  che possa esistere uno Stato del tutto “neutro” ed anodino, indifferente ad ogni valore (o disvalore) di carattere ideale, religioso o politico.

In Italia si celebra ogni 25 aprile l’anniversario di una insurrezione popolare antifascista. In questa celebrazione è insita una visione politica che poteva –specie in passato- ferire i sentimenti di alcuni: nella mia generazione erano presenti  ragazzi  i cui genitori erano stati fucilati dai partigiani. E costoro venivano traumatizzati quando in classe l’insegnante celebrava le “radiose giornate” del 1945. Tuttavia nessuno dubita che si possano dedicare scuole, cerimonie, lezioni scolastiche alla Resistenza.

Di più: in Italia vi sono scuole, piazze, ospedali dedicati a  PalmiroTogliatti, a Marx, a Lenin. Nessun anticomunista mi risulta si sia rivolto alla giustizia per chiedere la rimozione di questi segni che riconducono  ad una ideologia  a molti sgradita. E dubito si troverebbe un giudice  disposto ad accogliere simile protesta. Né alcuno si lagna del fatto che in Campo dei Fiori campeggi la statua di Giordano Bruno, o che in Piazza Savoia a Torino si elevi una colonna che ricorda le “leggi Siccardi”, con cui si aprì il conflitto risorgimentale fra Stato e Chiesa.

La libertà di pensiero, il principio di non-discriminazione vietano di imporre ad alcuno atti che possano suonare adesione ad una ideologia sgradita, vietano di subordinare l’esercizio dei diritti ad atti di consenso ad una Chiesa, ad un partito, ad un movimento politico. Ma non risulta che  ai figlioletti del sig. Smith venisse imposto di riverire il crocefisso, né che il loro ingresso in scuola fosse subordinato a tale atto di riverenza. Così come  chi si trovi a transitare per Piazza Savoia non è tenuto a esprimere compiacimento per le leggi risorgimentali eversive delle istituzioni e del patrimonio ecclesiastico.

Se vogliamo spingerci più in la’, possiamo ammettere che la libertà religiosa, e di pensiero possa anche essere turbata (ancorchè certo non lesa) dalla ostentazione di segni o simboli che abbiano una carica polemica, o che manifestino adesione a specifiche affermazioni dogmatiche, in altre parole di segni “che dividono”.  Se nelle aule di Ofena fosse stato esposto un ricordo della battaglia di Lepanto, o anche solo il simbolo dell’Ostia, della Trinità, il testo del Credo, si potrebbe forse ammettere che -come gesto di cortesia e non come riconoscimento di un diritto- questi  oggetti siano rimossi o sostituiti.

Ma è stata ordinata la rimozione del crocefisso.

 Quando i primi cristiani decisero di assumere la croce a proprio segno distintivo, operarono una scelta difficile, ma dal profondo significato religioso ed umano; una scelta che oggi, in una civiltà laica e pluralistica,  appare particolarmente felice.

La croce è un patibolo, non è un palco di trionfo; colui che pende da essa è per i credenti  cattolici, protestanti, ortodossi, il Figlio di Dio,   che con il suo sangue ha riscattato le colpe degli uomini. Ma non rivela nel crocifisso i segni ed il potere della Sua divinità, non è il Cristo Giudice della Cappella Sistina; al contrario,  Colui che è crocifisso (come il Bambino del presepe) patisce i limiti e le sofferenze della Sua umanità. Perciò ciascuno può identificarsi  in Lui e  vedervi un frammento della propria umanità, delle proprie sofferenze.

Per i mussulmani è il simbolo di un grande profeta di cui nel Corano Dio dice: “demmo a Gesù figlio di Maria prove evidenti e lo confermammo con lo Spirito di Santità (II,87). Possono vedervi l’immagine del sosia, che, secondo una tradizione cristiana eretica accolta dal Corano, sostituì Cristo sulla Croce (IV, 57). 

Per gli ebrei è l’immagine di un  giusto. Per tutti, anche i non credenti,  è il segno dell’umanità  della moltitudine di “poveri cristi” che tribolano negli ospedali, nei campi profughi, nelle prigioni... Di tutti coloro che sono morti di una morte che Tacito definirebbe “turpe”,cioè straziati dal dolore, sovente senza la consolazione di una dignità socratica.

Non mi pare quindi che il crocifisso possa essere definito “un simbolo che divide”. Nessuno può ragionevolmente dirsi offeso o leso dalla sua presenza in un’aula scolastica, in un ospedale, in un tribunale; ove ricorda ai giudici l’obbligo dell’umiltà, la possibilità dell’errore.

Siamo  di fronte ad un segno di enorme impatto e significato umano, ma che isolatamente preso non contiene un puntuale messaggio dogmatico; messaggio dogmatico che invece era presente nella (assai bella) Sura CXII che il sig. Adel Smith chiedeva venisse esposta nella scuola frequentata dai figli; in tale Sura si legge infatti che  Dio è colui “che non genera e non  è generato”, e  quindi si contesta il dogma trinitario.

Certo il crocifisso è un segno conforme alla nostra sensibilità, alle nostre tradizioni, alla nostra storia così come ricostruita in base ai documenti che possediamo (quali il famoso, e discusso,  passo dello storico ebreo Giuseppe Flavio);  a qualcuno forse il crocifisso può apparire “strano”. Così come ad un giapponese può riuscire  sgradevole  il ricorso all’acqua lustrale.

Ad Adel Smith (come del resto anche a Gad Lener) non piace l’immagine di quel “cadaverino” in croce; e questo scarso gradimento  risponde a profonde radici culturali. Ebraismo e Mussulmanesimo sono “religioni di vittoria”, in cui il giusto trionfa; e non viene appeso ad una croce (di qui il rifiuto del Corano ad ammettere la morte ignominiosa di Cristo).

Lerner e Smith hanno tutto il diritto di coltivare ed esprimere questo sentimento; e mi lascia profondamente perplesso l’ipotesi che il loro pensiero  -anche se espresso in forma polemica o ineducata- venga ricondotto nella categoria giuridica del vilipendio alla religione cristiana.

Ma l’esposizione del crocifisso (così come il Bambino del Presepe) non lede in alcun modo la  libertà dei mussulmani e degli ebrei (o degli atei), come non ledono la libertà dei cristiani le stelle di David dello Stato ebraico, le mezze lune delle bandiere islamiche (la libertà dei cristiani è lesa, in gran parte del mondo, da fatti purtroppo ben più sconvolgenti e corposi).

Il principio di  tolleranza è certamente, in primo luogo,  un valore a difesa delle minoranze; ma anche le minoranze debbono  prender serenamente atto dei modi di essere, di sentire, di esprimersi della maggioranza. E rispettarli.

La maggioranza cristiana del nostro Paese ben ha fatto a ribadire in questi giorni la sua adesione al simbolo della croce: le posizioni assunte di recente dall’on. Fini hanno reso più attuale e vicina la prospettiva della presenza in Italia di una comunità politica di cittadini mussulmani forte e radicata, pronta ad esercitare tutti i diritti garantiti dalla Costituzione. E’ necessario esigere che  il riconoscimento dei diritti  dei nuovi cittadini  trovi rispondenza, da parte loro, nel puntuale rispetto  dei doveri verso la nazione che li accoglie.